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lunedì 13 febbraio 2017

Caos iracheno, 6 morti nelle proteste anti governative

di Roberto Prinzi

Sei morti e 174 feriti. E’ questo il bilancio (parziale) degli scontri avvenuti sabato mattina a Baghdad tra i sostenitori del religioso sciita Muqtada al-Sadr e le forze di polizia. Le violenze sono iniziate quando migliaia di manifestanti hanno provato ad attraversare il ponte che collega Piazza Tahrir alla Zona Verde, l’area della metropoli irachena dove si trovano i palazzi del potere, le ambasciate e le sedi delle organizzazioni internazionali.

La risposta delle forze dell’ordine è stata immediata e violenta: il ministero degli Interni ha riferito che quattro dei cinque manifestanti rimasti uccisi (l’altra vittima è un agente di polizia) sono stati colpiti mortalmente da alcuni colpi di proiettile sparati dai poliziotti mentre la maggior parte dei feriti è stata ricoverata per intossicazione dai gas lacrimogeni. Ancora ignota, invece, la causa del decesso dell’altro manifestante. Secondo quanto riferisce un portavoce militare, alcuni razzi Katyusha – lanciati apparentemente dal distretto di Baladiyat dove Sadr ha molti sostenitori – avrebbero colpito la Zona Verde non facendo però vittime.

La mobilitazione era stata chiamata venerdì da Sadr per chiedere una revisione dell’organismo che monitorerà le elezioni provinciali di settembre al momento giudicato troppo vicino al suo rivale sciita Nuri al-Maliki. Le violenze di sabato non fanno che esacerbare le tensioni di un Paese già profondamente lacerato dalle violenze dello Stato Islamico (e delle milizie sciite), dal settarismo religioso, dai dissidi con l’ormai sempre più indipendente Kurdistan iracheno e dalla partita tutta interna al mondo sciita locale. L’ex premier al-Maliki, infatti, è accusato dai Sadristi di corruzione, di essere troppo vicino all’Iran e di aver fallito, quando era primo ministro e comandante delle forze armate, nel difendere l’Iraq nel 2014 dall’avanzata dell’allora Isis (Stato Islamico di Iraq e Siria).

Con queste premesse, è chiaro che le uccisioni di sabato non fanno che aggravare i toni dello scontro. Sadr, del resto, è stato chiaro: commentando le uccisioni dei suoi sostenitori, il religioso ha detto che “il loro sangue non è stato versato invano”. I manifestanti, ha poi spiegato vestendo i panni del pompiere, volevano recarsi in modo pacifico nella Zona Verde soltanto per far sentire la loro voce nelle stanze del potere.

La risposta del governo al-Abadi è stata debole: il premier ha promesso che aprirà un’inchiesta per fare chiarezza sui fatti di due giorni fa. Sul banco degli imputati, però, non c’è solo la polizia: secondo il ministero degli interni, infatti, alcuni manifestanti possedevano armi da fuoco e coltelli. Un’accusa che i sadristi respingono con forza. A gettare benzina sul fuoco delle divisioni all’interno del mondo sciita locale sono le dichiarazioni dello stesso al-Maliki (Partito Dawa) che, in una nota, ha accusato Sadr (pur non nominandolo esplicitamente) di tentare di “distrarre il popolo iracheno” dalla guerra contro l’autoproclamato Stato Islamico (Is).

Quanto accaduto sabato riporta le lancette dell’orologio allo scorso maggio. Allora, però, l’esito delle proteste fu ben diverso: i sadristi infatti riuscirono a penetrare nel parlamento iracheno dove protestarono violentemente contro lo stallo parlamentare nella nomina del nuovo governo tecnico e per la mancata implementazione delle riforme anti-corruzione promesse da tempo. A monte vi era (e vi è) la frustrazione di migliaia di iracheni che vivono sulla loro pelle da decenni lo stato di guerra permanente e che vedono miliardi di dollari – teoricamente destinati alla ricostruzione – scomparire tra le pieghe del clientelismo delle istituzioni nazionali. Le proteste di due giorni fa restituiscono un’immagine chiara di quello che è il “nuovo Iraq” post-Saddam Hussein: un Paese profondamente diviso in gruppi di potere e d’interesse le cui lacerazioni non sono soltanto su base settaria, ma anche interne alla stessa comunità sciita (maggioritaria in Iraq).

La richiesta sadrista finora non esaudita di un governo tecnico – individuato pure da al-Abadi, ma mai messo in pratica dal parlamento – è emblematica del caos politico in cui versa il Paese dove i partiti politici, temendo di perdere il controllo dei ministeri sotto la loro supervisione, non vogliono veder affatto indebolita la loro rete di consenso clientelare. Considerato uno degli iracheni più influenti, il 42enne Sadr dispone di centinaia di migliaia di sostenitori, guida uno dei principali blocchi parlamentari e comanda una potente milizia armata. Alcuni analisti lo ritengono un campione del nazionalismo locale e sottolineano come da tempo stia lavorando per creare una piattaforma di unità nazionale volta a riformare l’attuale governo iracheno. Tuttavia, non sono pochi i commentatori che lo ritengono una figura molto controversa: in prima linea contro l’occupazione statunitense del 2003, Sadr è accusato infatti dai suoi detrattori di essere una forza destabilizzante che fomenta il settarismo.

Da leader militare durante l’invasione Usa, a poco a poco il religioso si è trasformato in un astuto politico che ha saputo autorappresentarsi come voce nazionalista alternativa, “anti-sistemica” e profondamente anti-coloniale (soprattutto in chiave anti-americana). L’innegabile potere di Sadr si estende in gran parte dei quartieri popolari delle città a maggioranza sciita, ma riscuote un discreto seguito anche presso molti intellettuali. Senza dimenticare che il suo prestigio politico va a braccetto con la forza militare delle sue Brigate della Pace, tra le milizie paramilitari più forti del Paese. Eppure, nonostante il suo indiscusso potere, da tempo Sadr si sente insicuro. Le proteste degli ultimi mesi del suo movimento nascono essenzialmente per due motivi: il primo è il rimpasto del governo al-Abadi che giova solo ai rivali del partito Dawa e che manterrebbe alla guida del Paese l’attuale premier.

Il secondo è rappresentato dalla crescente legittimazione politica che stanno acquisendo le varie milizie sciite nella guerra contro l’Is: il leader religioso teme che in un futuro neanche troppo lontano i successi militari di queste ultime potrebbero fargli perdere l’egemonia bellica di cui gode al momento. I segnali di questa rivalità sono già evidenti: lo scorso mese i suoi uomini si sono scontrati con i membri delle Asa’ib Ahl al-Haq (AAQ), un raggruppamento di milizie a cui appartengono anche le forze di mobilitazione popolare in prima linea contro il “califfato”. Questo scontro potrebbe trasferirsi a breve nelle aule parlamentari: l’incubo di Sadr è che tali gruppi possano rubargli voti all’interno del suo elettorato e, di conseguenza, indebolire il suo blocco parlamentare (al-Ahrar) che attualmente gode di 34 seggi.

Per scongiurare questo scenario, il leader religioso ha in primo luogo spostato la sua sede politica dalla città religiosa di Najaf alla capitale Baghdad (centro indiscusso del potere iracheno) dove ha dato il via ad alcune iniziative volte a incanalare il malcontento popolare contro il governo. Ha poi formato una commissione di intellettuali e accademici curdi, sunniti, sciiti e laici che si propone di suggerire al governo le necessarie riforme da realizzare. Il suo obiettivo appare chiaro: raggiungere tutti gli strati della popolazione e delle comunità che si sentono trascurate “dall’elitè” presentandosi come unica alternativa allo status quo. Tra i temi trattati vi è anche quello relativo alla sicurezza. La questione della lotta al radicalismo islamico è del resto un argomento centrale e ineludibile nell’Iraq contemporaneo.

Soprattutto dallo scorso ottobre, da quando è in corso nella città settentrionale di Mosul l’imponente offensiva dell’esercito iracheno contro i jihadisti dello Stato islamico. Una campagna militare complessa (anche per il settarismo dei “liberatori”) che finora ha portato alla riconquista soltanto di una sua parte (quella orientale). Senza dimenticare poi che Sadr e i suoi rivali si devono muovere all’interno del più ampio contesto geopolitico dove le superpotenze Usa e Russia mirano a fare dell’Iraq un Paese malleabile alle loro esigenze strategiche. Nella spartizione del bottino iracheno, o meglio dire delle sue spoglie, un ruolo di primo piano lo riveste soprattutto l’Iran. La Repubblica islamica ha approfittato sapientemente della caduta di Saddam al-Husseini (2003) e della disastrosa occupazione occidentale per allungare le mani sulle istituzioni governative locali e svolge ora un ruolo di primo piano nella lotta all’Is grazie alle sue guardie rivoluzionarie e alle milizie irachene a lei affiliate.

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