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venerdì 10 febbraio 2017

Donbass. Chi piazza le bombe contro i comandanti di LNR e DNR?

Dopo la serie di attentati che hanno falcidiato i comandanti di campo più in vista, più capaci e rispettati – gli ultimi in ordine di tempo: Oleg Anaščenko, lo scorso 4 febbraio e Mikhail Tolstykh ieri – delle milizie di DNR e LNR, il leader della Repubblica popolare di Donetsk, Aleksandr Zakharčenko ha detto chiaro e tondo che è tempo di dichiarare il regime di Kiev “organizzazione terroristica”. “Non sono in grado di arrivare fino a noi sul campo di battaglia” ha detto Zakharčenko, “perciò agiscono in questo modo. Ritengo che il potere ucraino debba essere incluso nell'elenco mondiale delle organizzazioni terroristiche”. Riferendosi all'attentato di ieri, alla DNR hanno dichiarato che sono noti i nomi degli autori: “li troveremo e saranno puniti con tutta l'asprezza delle leggi del tempo di guerra”.

Non è un caso che a Kiev, da ieri, sia in corso una gara tra le più empie e squadristiche espressioni a proposito dell'assassinio di “Givi”. Quando non se ne incolpano – è il caso dell'assistente al Ministero degli interni, Anton Geraščenko – direttamente i “concorrenti” ai vertici delle milizie, in una lotta per potere, soldi e influenza, oppure si indica l'onnipresente “mano di Mosca", allora ci si sbizzarrisce nei giubili di gioia. Il deputato del Fronte Popolare (dell'ex primo ministro Arsenij Jatsenjuk) e comandante del battaglione neonazista “Dnepr-1”, Jurij Berëza, ha dichiarato che l'omicidio di Tolstykh è stato “un regalo per il mio compleanno”, che cade l'8 febbraio. Il consigliere del Ministro degli interni Avakov, Zorjan Škirjak, ha scritto su feisbuc che “il sanguinario omicida e terrorista “Givi” è diventato l'ennesimo passeggero “dell'ascensore rabbioso” ed è andato a raggiungere l'altra carogna terrorista, il suo amicone e bastardo Motorola”.

Il vice governatore militare della regione di Donetsk (la parte sotto controllo ucraino) Evgenij Vilinskij, aveva scritto ieri su feisbuc “meraviglioso inizio di giornata. Welcome to hell, givi!!!”. La rappresentante ucraina nel gruppo “umanitario” per il Donbass e vice speaker della Rada, Irina Geraščenko considera l'omicidio di Givi un “repulisti”. La nuovamente “favorita” occidentale, Julija Timošenko, ha dichiarato al canale 112.ua di non voler discutere “questi avvenimenti a così alto livello, perché in realtà, quest'uomo si è ucciso da solo nel momento in cui ha portato via la vita al primo ucraino” e, comunque, ha detto colei che tre anni fa voleva “bombardare con l'atomica i russi del Donbass”, dopo la morte di Givi “non è diminuita l'aggressione che oggi, a est, si è anzi ampliata con nuovo vigore”, intendendo per aggressore, ovviamente, la Russia. La pulzella del battaglione “Ajdar”, Nadežda Savčenko, anche lei su feisbuc, ha dichiarato ieri che “Porošenko sta facendo di tutto per scatenare un nuovo macello nel Donbass, ma dopo l'atto terroristico di oggi, non c'è alcuna chance di far tornare il Donbass in seno all'Ucraina”, aggiungendo che sparano alla schiena di coloro con cui hanno paura di scontrarsi in battaglia.

Considerando forse un po' più freddamente il colpo di bazooka che ha incendiato e distrutto completamente la sede di comando del battaglione “Somalia”, a Makeevka, uccidendo il comandante “Givi” e due suoi assistenti, Dmitrij Rodionov scrive su Svobodnaja Pressa che “attorno a Givi gravitavano molte spie ucraine” e che tale atto non sarebbe stato possibile senza un tradimento. A parere del politologo Eduard Popov, mentre l'omicidio di Anaščenko era diretto contro le strutture di comando della DNR, quelli di Motorola e di Givi sono piuttosto “colpi psicologici”, portati a segno secondo direttive da tempo impartite e pubblicizzate a Kiev, per l'eliminazione dei leader combattenti con azioni terroristiche. Secondo Popov, anche se gli esecutori di tutti questi omicidi verranno presi, ciò indica che ci sono problemi nelle Repubbliche; senza tradimenti, i sabotatori ucraini non avrebbero potuto arrivare a persone così protette. Si è detto ripetutamente che L-DNR sono piene di agenti ucraini, addirittura all'interno delle strutture militari e, secondo Popov, la corruzione che si sta espandendo nelle Repubbliche non aiuta a risolvere il problema.

Da un giorno all'altro comincerà una guerra in grande con l'Ucraina, scrive Popov, e a tutti i livelli, civili, ma soprattutto militari, è già pronta una “quinta colonna” di Kiev nelle Repubbliche popolari. E si pone la domanda “retorica”: dopo tali azioni terroristiche, l'Occidente che fa, tace? Dal momento che, di fronte ai bombardamenti ucraini con razzi e artiglierie sulle città del Donbass, l'Occidente invita “tutte le parti al cessate il fuoco”, figurarsi se avrà da dire qualcosa su questi omicidi, continua Popov. E' sufficiente, aggiungiamo noi, aver visto ieri i siti dei “maggiori” quotidiani italiani: su “Givi”, nemmeno un rigo; in compenso, lacrime di tristezza per i 5 anni (con la condizionale) inflitti ieri dal tribunale di Kirov al blogger-truffatore Aleksej Navalnij che ora, per la disperazione dei fans italiani, non potrà “sfidare” Putin alle prossime presidenziali; come se lo zerovirgola raccolto dalle formazioni liberali alle elezioni per la Duma dello scorso settembre non fosse già di per sé sufficiente a chiarire i termini della competizione.

Comunque, riguardo alle azioni terroristiche, agli alti livelli militari di L-DNR ritengono che tali omicidi, pur non determinando sviluppi al fronte, agiscano psicologicamente sul morale combattivo delle milizie, secondo un modello di conduzione della guerra, tipico delle missioni americane alla “Hollywood sanguinaria”: del resto, è da tempo dimostrato il collegamento tra i gruppi di sabotatori ucraini e i servizi speciali USA.

Sergej Iščenko, ad esempio, ancora su Svobodnaja Pressa, elenca una serie ristretta degli attentati più clamorosi degli ultimi 7-8 mesi (“Mačete”: giugno 2016; “Zarja”: luglio 2017; Motorola: ottobre 2016; Valerij Bolotov, il primo capo della LNR, morto improvvisamente e misteriosamente a Mosca lo scorso 27 gennaio. E prima ancora: i comandanti Mozgovoj, Bednov, Voznik, Ghilazov, Dremov...) e scrive che “Tutti questi casi sono simili almeno su un punto: ogni volta, i politici ucraini, all'unisono, si sono affrettati a giurare che il loro paese non aveva nulla a che fare”. Ma, si domanda Iščenko, se davvero nelle Repubbliche popolari, come sostiene Anton Geraščenko, è tutta una lotta interna così sanguinosa, com'è che da tre anni, sul campo di battaglia, Kiev non può venire a capo delle milizie? Le parole di Geraščenko, secondo cui “i servizi speciali ucraini non hanno ancora ricevuto l'ordine per operazioni” come gli attentati, continua Iščenko, non provano nulla, dato che dietro tali azioni non sta né il Ministero degli interni, né quello della difesa, bensì le cosiddette Forze per le operazioni speciali, istituite nel luglio 2016, poste agli ordini esclusivi del Presidente Porošenko e che, solo al momento della loro creazione, sono state foraggiate da Washington con 20 milioni di dollari. Composte da due reggimenti (3°, sigle А-0680 e В-2336; 8°, sigle А-0553 e В-4252), insieme al 140° Centro speciale (А-0661), tali forze sono addestrate nei poligoni di Krapivnitsk e Khmelnitskij sul modello dello Special Operations Command (SOCOM) USA США, che conduce operazioni speciali segrete contro i “terroristi” in Afghanistan, Pakistan e Medio Oriente.

L'Occidente non vede le bombe ucraine di Donetsk e di Lugansk: non le vedono gli osservatori Osce sul posto – “Farabutti che non servono a nulla”, “siedono in albergo e basta”, “non vedono e non sentono nulla”, dicono gli abitanti di Donetsk – figurarsi se le vedono a Bruxelles, a Berlino o a Roma.

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