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giovedì 9 febbraio 2017

Hacksaw Ridge. La guerra è giusta anche se fa male

Mancano ancora diversi giorni alla cerimonia di consegna dei premi Oscar del 2017, in programma per il 26 febbraio al Dolby Theatre di Los Angeles, e l'ultimo film di Mel Gibson, Hacksaw Ridge, ha raccolto ben sei nomination, nonché ottimi giudizi sia da parte della critica che del pubblico. Si tratta già di un ottimo risultato per un regista che non realizzava una pellicola da ben dieci anni (l'ultima era stata Apocalypto nel 2006).

Dal punto di vista puramente estetico, bisogna dire che Hacksaw Ridge non apporta niente di particolarmente originale al filone bellico hollywoodiano: una fotografia spettacolarizzante, un montaggio abbastanza lineare, una serie di espedienti “retorici” per enfatizzare il carattere epico della guerra – dal commento musicale trionfalistico, all'insistito uso di slow-motion nelle scene di conflitto. Insomma il classico marchio di fabbrica delle cosiddette “americanate”.

Ciò che è più interessante è il soggetto, tratto dalla personale storia di Desmond Thomas Doss, soccorritore militare dell'esercito statunitense sul fronte del Pacifico, che salvò la vita a 75 soldati feriti durante la battaglia di Okinawa nel '45, e per questo insignito della medal of honor dal presidente degli Stati Uniti, Harry Truman.

Dopo un breve e didascalico prologo sulla sua infanzia, il film ripercorre la sua vicenda, dall'addestramento all'invasione di Okinawa, dando particolare rilievo alla sua obiezione di coscienza, dovuta a motivi religiosi: Doss infatti decide di arruolarsi e partire volontario unicamente per soccorrere i feriti, rifiutando di portare con sé e usare una qualsiasi arma. Una decisione che lo porta inevitabilmente a scontrarsi con i vertici militari, a partire per il fronte con non poche perplessità da parte dei suoi commilitoni, fino alla dimostrazione del suo coraggio sul campo di battaglia. L'obiezione di coscienza è la chiave di volta del film, ma è anche una discreta leva “emozionale” sullo spettatore, anche quello più accorto e meno propenso a bersi qualunque favola gli propini la macchina mitologica hollywoodiana, sempre pronta a sfornare l'eroe giusto per ogni situazione.

È indubbio che il genere bellico sia sempre stato privilegiato dal cinema statunitense per “nazionalizzare” le masse e fondare il mito della Terra dei Liberi, in particolare per mezzo dei film sulla seconda guerra mondiale. Si potrebbe quasi ripercorrere la storia degli USA e dei suoi apparati ideologici passando in rassegna tutti i film di guerra americani. Un compito che chi scrive non ha intenzione di assumersi in questa recensione, per evidenti motivi di tempo e di spazio. Piuttosto è interessante tentare di abbozzare una spiegazione riguardo agli intenti del regista – alquanto noto per le sue idee reazionarie – e alla funzione ideologica che il film può assumere in questa particolare fase di tramonto dell'egemonia statunitense.

Quello che è chiaro ormai a tutti, compreso Mel Gibson, è che non è più tempo di fare film come Il patriota (R. Emmerich, 2000), un orrendo accumulo di falsità storiche e di violenza sacrale in nome della bandiera a stelle e strisce. Non è più tempo di Enduring freedom e di frasi ad effetto che potevano fare proseliti quando gli Usa erano ancora in sella al cavallo della globalizzazione e godevano ancora di un'egemonia internazionale per fare gli sceriffi del mondo. Tutti ormai vedono che il cavallo è stramazzato al suolo, la stella di latta è arrugginita e il western neoliberale somiglia sempre più a Fort Apache.

In questo Hacksaw Ridge risponde alle esigenze ideologiche di questa fase storica: denunciare le violenze della guerra senza metterla in discussione alla radice. Desmond Doss, portato sullo schermo da Andrew Garfield, è una specie di corpo civile di pace “individuale”: è un eroico soldato, ma non tocca le armi; soccorre i feriti, ma si guarda bene dal dubitare che l'intervento USA sia «per combattere Satana» – e non per contendere il controllo del Pacifico all'imperialismo giapponese. L'indubbio coraggio e l'etica individuale (e individualistica) di Doss riscuotono così tanti consensi perché salvano capra e cavoli: la condanna della violenza e la legittimità della guerra, i cui venti soffiano senza posa in troppe parti del mondo.

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