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mercoledì 15 febbraio 2017

I gangster della speculazione

Erano nell’aria, sono arrivate appena terminato l’incontro tra “Parsitalia” (la società costruttrice di Luca Parnasi) e la giunta comunale: Paolo Berdini si è dimesso. Il timing tra le parole del vice-sindaco Luca Bergamo: “una revisione del progetto che ha dei caratteri fortemente innovativi”, e le dichiarazioni dell’ex assessore: “mentre le periferie sprofondano in un degrado senza fine e aumenta l’emergenza abitativa, l’unica preoccupazione sembra essere lo stadio della Roma”, è tutto fuorché causale. E’ la resa di fronte al potere palazzinaro. E’ la definitiva normalizzazione di un movimento politico che chiude ad ogni ipotesi di alternativa politica cittadina. E’ l’eterno ritorno dell’uguale. Scriveva Antonio Cederna, nel 1953, nel suo celeberrimo articolo sui Gangster dell’Appia: “In prossimità della via Appia e dell’Ardeatina sorgerà una fascia di «villini» e di «villini signorili» a quattro piani, quindi una fascia di «palazzine» a cinque e sei piani, quindi verso la via Cristoforo Colombo un ampio agglomerato a costruzione intensiva, con edifici di almeno otto piani, per un’altezza massima di ventotto metri. A parte i consueti abusi, come l’aumento dei piani grazie ai finti seminterrati, gli attici «arretrati», ecc., il nuovo quartiere incomberà ad altezze scalate sulla via Appia, divenuta misero budello ai suoi piedi, tanto più che essa in quel tratto è a quota 16-18, mentre il terreno del nuovo quartiere arriva a quota 30-40. Qualche esigua e frammentaria zona di rispetto «assoluto» (un centinaio di metri sulla carta) e di rispetto «con particolar ilimitazioni», servirà soltanto ad attestare l’ipocrisia dei progettisti”.

Replicherà, due anni più tardi, Manlio Cancogni nel suo altrettanto celebre Capitale corrotta, nazione infetta: “Se Roma non ha sviluppo industriale la colpa è di chi specula sulle aree; se ventottomila famiglie vivono nelle baracche della Tuscolana, della Prenestina o del Campo Parioli, la colpa è degli speculatori sulle aree; ma se trecentomila famiglie di professionisti, commercianti, impiegati, operai pagano affitti sproporzionati alle loro possibilità o vivono in case vecchie, sovraffollate, sprovviste di comfort moderni, la colpa è degli speculatori delle aree”. E così via, da Italo Insolera a Vezio De Lucia, da Ludovico Quaroni a Leonardo Benevolo. Il ratto di Roma, sempre uguale a se stesso, sempre giustificato dall’affannosa rincorsa alla modernità, dal mito dello sviluppo senza progresso, del lavoro senza occupazione, dei profitti senza dignità.

Nonostante questa giunta sia politicamente morta da mesi, da quando, cioè, il M5S ha deciso di sacrificare Roma al suo interesse elettorale nazionale, queste dimissioni ne segnano la pietra tombale. Non è in discussione la qualità di Berdini, come uomo, come urbanista o come politico. Non è in discussione neanche il suo operato come assessore in questi otto mesi. Ribadiamo il nostro scetticismo in chi si presentava come portavoce degli interessi della città popolare e si è comportato in maniera diametralmente opposta. Ma l’argine che, nonostante tutto, Berdini rappresentava alla completa normalizzazione dell’attuale giunta, era un argine oggettivo. Non viene sostituito un assessore per la sua incompetenza o ingenuità: si sostituisce un’idea di città ad un’altra. E’ la città dei Parnasi, dei Caltagirone e dei Toti; dei Marchini e degli Scarpellini; la città del Mezzaroma e dei Bonifaci, degli Armellini e dei Caporlingua a trionfare, ipotecando il corso politico dell’ennesima giunta commissariata dal mattone. Nel silenzio delle inchieste a orologeria e del gossip giornalaro, oggi Roma si sveglia più povera e con meno speranze.

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