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martedì 14 febbraio 2017

Il male minore

Ispettore Santacaterina. Segnatevi questo nome. Potrebbe – o avrebbe potuto – essere il protagonista di qualche nuova serie televisiva, o di qualche film. D'altronde i palinsesti italici vanno pazzi per poliziotti, carabinieri, finanzieri. E preti.

Anche se, a ben guardare, l'ispettore Santacaterina non ha proprio, come dire, il curriculum adatto per una bella serie tv da prima serata ... “In polizia ci ero entrato sette anni prima, per caso. Anzi, per sbaglio. Ero anche io un piccolo spacciatore, avevo qualche piantina in casa, vendevo erba. Era buona, la mia erba. Possono confermarlo tutti, quelli a cui l’ho venduta almeno. A volte mi viene ancora in mente di rimettermi a coltivare, ma gli anni passano e avere uno stipendio fisso ti permette di comprare il prodotto bello e finito, senza dovere attrezzare una serra in casa. E poi, a chi cazzo gliene va di rimettersi a fare l’agricoltore, ai giorni nostri?”

E' lo stesso Santacaterina a presentarsi così, caratterizzandosi come sbirro un po' sui generis. E' il protagonista de “Il Male Minore”, romanzo giallo/noir d'esordio per il giornalista, ed ora scrittore, Mario Di Vito.

Un ex spacciatore, consumatore nonostante il distintivo in tasca, che per evitarsi guai giudiziari entra, fortuitamente, in polizia.

Viene trasferito in una piccola città del nord, dove “riuscii anche a stringere alcune amicizie e a portarmi a letto qualche ragazza. Capii anche che comprare stupefacenti in qualità di sbirro è di gran lunga più semplice che farlo da privato cittadino. Comoda la vita. In ufficio avevamo anche un caminetto. Io mi ero piazzato lì vicino con la scrivania, d’inverno era una goduria. Ero uno sbirro, ma uno sbirro felice. Strana la vita”. Sincero e onesto: quantomeno con noi lettori, il buon Santacaterina.

Sbirro per caso, ma fortunato: nella piccola città del nord viene ammazzata una donna, il caso è semplice, Santacaterina lo risolve in pochi giorni. Diventa un eroe, anche qui suo malgrado.

“In seguito mi chiesero se volevo andare da qualche altra parte, che avrebbero accontentato ogni mia volontà, che in fondo capivano che «qui non è poi il massimo della vita» per uno sbirro.

Io, lì, ci stavo benissimo, in verità. Non dovevo fare un cazzo: guadagnavo, mangiavo, bevevo, fumavo e scopavo. Ero disposto a passarci il resto della mia vita. Mi chiamò il commissario: «Imbecille: accetta», mi disse. Imbecille, accettai. Decisi di andare al mare, a San Benedetto del Tronto. Dove, un anno e mezzo dopo il mio arrivo, fu trovato il bambino appeso per i piedi, con un buco sulla testa”
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E' lo stesso ispettore ex spacciatore e fancazzista a portarci dentro la storia: sei voluto andare al mare, Santacaterina? E ora ti becchi il caso iper-mediatico. Un bambino, appeso per i piedi, con un buco di pistolettata in testa. Non male per uno che vuole minimizzare le rotture di scatole, ed evitare problemi.

Da qui si parte: la penna di Di Vito – con una semplicità ed una scioltezza che colpiscono in un esordio letterario – fa scivolare il lettore all'interno una vicenda piena di ombre, di specchi deformanti, popolata da personaggi patetici, ridicoli, spaventosi, consueti e sorprendenti. C'è anche una setta, che poi diventa loggia massonica, che agisce nell'ombra. Una vicenda che, quando sembra finita, in realtà finita non è. Una vicenda in cui, ecco, quello che sembra qualcosa è quasi sempre altro.

Una storia che cattura fin dalle prime righe, e che regala sorprese quando meno il lettore se le aspetta.

Povero Santacaterina, in che guaio ti hanno messo? D'altronde, una cosa è certa, e al nostro ispettore viene ricordato, qua e là: “«Io te l’ho sempre detto…». «Cosa?». «Che non capisci un cazzo, Santacaterina»”.

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