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venerdì 3 febbraio 2017

L’età dell’oro americana non è mai esistita

In questi giorni convulsi, il mondo si preoccupa degli effetti che il signor Trump avrà sul suo paese, e di conseguenza sul mondo. È probabile che il signor Trump non migliorerà molto il futuro del suo paese, ma di certo è già riuscito a migliorare abbastanza il suo passato recente. Abbiamo vissuto un’età dell’oro della democrazia statunitense – però non questa che è appena giunta al termine, ma quella che l’irruzione del signor Trump ha concluso con collera e fragore. È un meccanismo classico. Lo aveva già detto, come quasi tutto, il presidente argentino Juan Perón: “Non è che io sia stato buono, è che chi è venuto dopo mi ha fatto sembrare migliore”.

Adesso, all’improvviso, lo specchio rotto del signor Trump spinge politici, giornalisti, attrici di Hollywood e altri opinionisti stizziti a esprimere la loro nostalgia per quell‘“esempio per il mondo” (lo hanno scritto in diversi) che erano gli Stati Uniti d’America. Sono tanti: parlano della democrazia modello, della società più giusta, del paradigma di libertà e di tutte le altre cose che l’apoteosi del signor Trump sta per rovinare o ha già rovinato.

Estrema violenza

È strano. In realtà parlano di un paese in cui le disuguaglianze sociali ed economiche sono estreme, dove il famoso 1 per cento più ricco della popolazione possiede più di un terzo di tutte le ricchezze, dove il reddito della metà più povera della popolazione non è cresciuto negli ultimi trent’anni, mentre quelli di quell’1 per cento si sono triplicati. Un paese che ha speso 700 miliardi di euro per salvare le banche che stavano per mandarlo a picco, sprofondando in una crisi per cui in un anno 9 milioni di persone hanno perso il loro lavoro.

Parlano di un paese in cui più di 6 milioni di persone sono in prigione o in libertà condizionale, dove la proporzione dei neri detenuti è tripla di quella dei neri liberi. Un paese il cui governo progressista e sorridente ha espulso, dal 2009 al 2016, 3 milioni di immigrati, mentre dichiarava che li stava aiutando. Un paese che ha guadagnato grandi fortune sfruttando la manodopera a basso costo e maltrattata di altri paesi, e che adesso si lamenta delle conseguenze.

Parlano di un paese che solo l’anno scorso ha sganciato più di 26mila bombe in Siria, in Iraq, in Afghanistan, in Libia e nello Yemen. Un paese che ha ancora un campo di concentramento fuori del suo territorio in cui rinchiude chi vuole. Un paese che molte volte è intervenuto negli affari interni di altri paesi, spesso con estrema violenza.

Parlano di un paese armato, in cui la metà degli uomini possiede armi da fuoco, e in cui ogni anno 12mila persone muoiono colpite da una pallottola. Un paese in cui abbondano le sparatorie di massa, omicidi plurimi dettati dal caso, in cui un uomo armato uccide quante più persone possibile in una scuola, una chiesa, un bar, un centro commerciale: quasi centocinquanta dal 2000. Un paese in cui due persone su tre sono favorevoli alla pena di morte, e in cui tremila persone aspettano la loro esecuzione.

Parlano di un paese sulle cui banconote è scritto “In God we trust”. Un paese in cui quattro adulti su dieci credono che un dio abbia creato l’uomo così com’è oggi meno di diecimila anni fa, come dice la Bibbia.

Un incidente di percorso

Parlano di un paese che da decenni è guidato da dinastie familiari (padri e figli, marito e moglie) che sarebbero oggetto di burla e di vergogna in qualsiasi repubblichetta del sud del continente. Un paese in cui i grandi poteri economici assumono legalmente dei maneggioni per fare pressione sui legislatori e ottenere leggi in linea con i loro interessi. Un paese in cui un multimiliardario misogino e razzista può diventare presidente con il voto dei suoi cittadini.

Parlano di un paese che è anche pieno di gente affascinante, di grandi artisti e scrittori, di università e biblioteche, di innovazioni scientifiche e tecniche, di iniziative generose. Ma che non è il modello di virtù che adesso dipingono.

Sappiamo che i tempi passati sono sempre migliori. Il fatto è che questa lettura nostalgica della storia ci impedisce di capirla. È il modo migliore per continuare a pensare al signor Trump come a un meteorite entrato in un’atmosfera pura e delicata, un bubbone inspiegabile: non la conseguenza di un processo, ma un incidente. Così non è possibile trovare una via d’uscita. Se il terremoto Trump servirà a qualcosa, sarà perché molti decideranno che è ora di ripensare le loro vite e la loro società: sarebbe un peccato che si limitassero a piangere per un paradiso che non hanno mai perduto perché non è mai esistito.

(Traduzione di Francesca Rossetti per L'Internazionale)
Questo articolo è apparso sul quotidiano spagnolo El País.

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