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martedì 14 febbraio 2017

Lo stato di polizia è un veleno che insidia la nostra repubblica

"Misure di prevenzione personali: strumenti incostituzionali di controllo sociale", è stato questo il tema di un incontro pubblico tenutosi ieri a Roma per denunciare l'escalation di misure restrittive di polizia che si va abbattendo su centinaia di attivisti politici e figure sociali. Obblighi di dimora, fogli di via, firme quotidiane nei commissariati, allontanamenti forzosi dalla città di residenza (di fatto il confino). L'Osservatorio contro la repressione ne ha calcolati 700 negli ultimissimi anni. E adesso è arrivato anche il decreto che introduce (con la benedizione dell'Anci, di Fassino e di Bianco) il Daspo urbano. L'introduzione di Cesare Antetomaso dei Giuristi Democratici – che hanno lanciato un appello sull'argomento – sottolinea tutto l'allarme di fronte a questo ricorso a misure repressive di stampo ottocentesco. Sarà poi la relazione del giurista Luigi Ferraioli a snocciolare con dovizia di osservazioni il carattere incostituzionale delle misure di polizia che sempre più spesso vengono adottate contro attivisti politici o soggetti sociali (spesso occupanti di case o lavoratori immigrati) per isolarli, depotenziarne le lotte, neutralizzarli forzosamente. Un clima da stato di polizia che confligge apertamente con le libertà costituzionali ma non incontra le dovute resistenze, anche se due mesi fa, proprio la Costituzione è stata difesa con efficacia nel referendum. Ferraioli denuncia quello che definisce "analfabetismo istituzionale del ceto politico e giornalistico che abbiamo".

Con queste misure poliziesche si sottrae la competenza ai giudici perché non vengono affermate sentenze in base a reati o prove di reati che possono essere confutate ma sulla base del sospetto e del giudizio sulle persone. Provvedimenti simili risalgono al 1837, quando il movimento operaio muoveva i primi passi della sua emancipazione e le classi dominanti reagivano con ferocia. Ferraioli afferma che occorre una "sollevazione civile" contro questa violazione dello stato di diritto e la civiltà giuridica. L'avvocatessa Paola Bevere (Antigone) propone di portare queste misure di fronte alla Corte Europea, visto che l'Italia è uno dei pochi paesi a praticarle. Italo Di Sabato (Osservatorio contro la repressione) ritiene che ormai le lotte sociali vengono derubricate a questione di ordine pubblico invece che avanzamento della società: "c'è un abuso di misure restrittive e un arbitrio delle questure nel gestirle".

Sullo sfondo c'è tutta la macchina da guerra scatenata contro il Movimento No Tav con centinaia di arresti, provvedimenti restrittivi, arresti domiciliari (ricostruiti e testimoniati dall'intervento di Nicoletta Dosio) e l'accanimento contro i movimenti di lotta per la casa in alcune aree metropolitane.

A Roma pesa la vicenda di Paolo di Vetta (vedi una sua lettera/intervento in altra parte del giornale) contro il quale la Corte d'Appello non solo ha rigettato il ricorso contro l'obbligo di dimora e le firme quotidiane ma le ha addirittura appesantite con la proposta di allontanamento obbligatorio dalla sua città di residenza (Roma), una sorta di confino. Paolo Di Vetta, annuncia che non accetterà le restrizioni, così come fatto dalla Dosio e da altri attivisti della Val di Susa. Su questo la Corte si pronuncerà in aprile. L'avvocato difensore, Romeo, sottolinea come della Corte faccia parte anche l'ex sottosegretario Mantovano di An, quello che era nella "cabina di regia" della repressione sanguinosa delle giornate di Genova 2001.

Per Guido Lutrario (Usb) questo attacco sta colpendo diversi pezzi della società, ragione per cui occorre una forte iniziativa di risposta. Non ci sono risposte alle esigenze sociali perché il sistema non è in grado di darle, e dunque vuole impedire ogni azione collettiva per conquistarle: "Dobbiamo stabilire una relazione e riconoscere un nemico comune". Di questo occorre investire anche il Parlamento per segnalare la ormai evidente contraddizione tra legalità e legittimità, tra leggi e giustizia sociale.

Molti altri gli interventi segnalano come il clima da stato di polizia si va insinuando nel paese come unica risposta al crescente impoverimento ed esclusione sociale. Le scene viste a Bologna sono li a dimostrarlo. I governi, i sindaci-sceriffi e le classi dominanti lo sanno perfettamente, come sanno che le loro leggi non faranno che appesantire la situazione sociale. E' questa la ragione per cui le autorità di polizia hanno ricevuto carta bianca per adottare ogni misura preventiva di neutralizzazione degli attivisti politici e sociali più attivi. Se non basta, le porte delle carceri sono pronte ad aprirsi e a richiudersi, come lapidi sulle domande sociali disattese da un sistema in crisi e per questo impaurito, isterico e feroce.

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