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martedì 7 febbraio 2017

Netanyahu prende tempo per la “legge sugli insediamenti”

di Roberto Prinzi

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ne è convinto: la Regulation Bill – la “sanatoria” che legalizzerà retroattivamente circa 4000 case costruite senza permesso su 800 ettari di terre palestinesi – s’adda fare. Poco importa i pareri degli esperti che definiscono la legge illegale, le eventuali condanne internazionali (rivelatesi per la verità sempre deboli in passato) e la recente dichiarazione della Casa Bianca secondo cui la costruzione nei Territori Occupati “può non essere utile” per la pace.

Netanyahu tira dritto per la sua strada, ma preferisce temporeggiare e rimandare il voto almeno a dopo il 15 febbraio dopo cioè il suo incontro alla Casa Bianca con il neo eletto Donald Trump. Intanto per ora deve resistere alle pressioni e critiche che giungono dall’ala più estremista della sua coalizione governativa: il partito “Casa Ebraica”, megafono delle istanze dei coloni, spinge infatti affinché il passaggio della legge sugli insediamenti possa avvenire oggi, al massimo entro questa settimana. Soprattutto alla luce di quanto è avvenuto la scorsa settimana quando, per ordine della Corte suprema, è stato evacuato l’avamposto illegale di Amona dove risiedevano su terra privata palestinese circa 200 coloni.

Le intenzioni di Casa Ebraica sono chiare: con l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca il momento è propizio per procedere all’annessione di parti consistenti della Cisgiordania palestinese e non bisogna indugiare più di tanto. Il premier – in vero non molto lontano ideologicamente dal partito guidato dal ministro dell’istruzione Naftali Bennet – ha finora mandato segnali contrastanti: da un lato ha pubblicamente affermato il suo pieno sostegno alla Regulation Bill; dall’altro, invece, sta cercando di prendere tempo nel tentativo di capire quanto sia profondo e stabile il sostegno della super potenza statunitense.

Il suo attendismo – seppur strategico – risulta però sempre più intollerabile per Casa Ebraica. E il partito di Bennet non fa niente per dissimulare il suo malcontento. Intervistata dalla radio militare la parlamentare Shuli Moalem-Rafaeli – una delle principali promotrici della legge in questione – ha dichiarato che la Cisgiordania è già punteggiata da avamposti costruiti negli anni “in buona fede” e che pertanto ora dovrebbero essere legalizzati. “Quello che è stato stabilito – ha detto laconicamente – non può essere distrutto”.

Il “partito dei coloni” – criticato da alcuni settler nel fine settimana per non aver fatto tutto il possibile per impedire l’evacuazione di Amona – non fa i conti con le conseguenze legali che potrebbe incontrare la legge una volta approvata. Non sono infatti pochi i commentatori locali che preannunciano una futura bocciatura della Regulation Law da parte della Corte suprema israeliana. Non solo: dubbi vengono anche all’interno della coalizione governativa, precisamente dal Likud di Netanyahu. “Le persone di destra non hanno il coraggio di dire la verità ai coloni – ha dichiarato nel fine settimana Tzachi Hanegbi – è ragionevole che la bozza non passerà”.

Sulla stessa lunghezza d’onda è il suo collega di partito Dan Meridor (in passato anche ministro di Giustizia) secondo cui la legge è problematica perché inciderà sulle vite dei palestinesi che vivono su un territorio occupato che non è parte d’Israele. Meridor non va tanto per il sottile: “L’idea che ci prendiamo la terra da qualcuno, per caso o meno, e ci sbarazziamo di lui senza dirgli una parola, senza che lui sia partecipe di questa legge, è qualcosa di distruttivo che deve essere fermato”.

Giudizi negativi sono giunti anche dall’American Jewish Congress (una organizzazione pro-israeliana statunitense) che ieri ha invitato i parlamentari israeliani a rigettare la proposta di legge perché mina la soluzione a due stati con i palestinesi. Adalah (“il Centro legale per i diritti della minoranza araba in Israele”) è già sul piede di guerra: se la Regulation verrà approvata, farà immediatamente appello alla Corte Suprema. “Questa legge indiscriminata e pericolosa permette l’espropriazione di vasti tratti di terra privata palestinese accordando assoluta preferenza agli interessi politici israeliani come potenza occupante e ai coloni” ha denunciato Suhad Bishara, un’avvocata del gruppo.

Al di là dei dubbi legali, quel che frena Netanyahu sono anche le reazioni della comunità internazionale che giudica ufficialmente le colonie un “ostacolo alla pace”. Così come l’Autorità palestinese che, sulla base degli accordi di Oslo, rivendica l’intera Cisgiordania e la Striscia di Gaza come futuro stato di Palestina con Gerusalemme est come sua capitale. Per il governo di Ramallah è soprattutto la presenza di 600.000 coloni sul suo territorio a impedire la fondazione di uno stato palestinese accanto a quello israeliano.

La contrarietà agli insediamenti è stata ribadita in campo internazionale lo scorso dicembre quando il Consiglio di sicurezza dell’Onu (con il clamoroso veto dell’amministrazione statunitense uscente di Obama) ha passato una risoluzione che considera illegale la costruzione di colonie nei Territori occupati palestinesi. Vero è che ora con Trump alla Casa Bianca le cose sembrano essere cambiate: non a caso Netanyahu ha annunciato soltanto nelle due ultime settimane 6.000 nuove unità abitative e una colonia. La reazione dell’alleato statunitense è stata abbastanza flebile come era da attendersi: quel “può non essere utile a raggiungere la pace” è indice della profonda sintonia di vedute tra Washington e Tel Aviv. Tuttavia, appare essere anche un leggero ammonimento agli israeliani a non procedere senza prima consultarsi con loro.

Ecco perché il primo ministro israeliano prova a rimandare l’approvazione della Regulation almeno a dopo il suo incontro con Trump. L’obiettivo da parte del leader israeliano è capire come reagirà la nuova amministrazione al suo piano di estensione/annessione nei Territori occupati palestinesi e, più in generale, valutare quanto potrà fidarsi veramente del tycoon dopo gli anni conflittuali con Obama.

Nel frattempo, però, il voto della legge è in programma al momento per stasera dopo che Netanyahu sarà ritornato dalla visita ufficiale di un giorno alla prima ministra britannica Theresa May. Ieri, poco prima di salire a bordo dell’aereo che lo avrebbe condotto nella capitale inglese, Bibi è rimasto vago sulle sue intenzioni. “Quando dirigo il Paese, penso all’interesse nazionale e agisco solo in base a questo” ha affermato lanciando una non troppo velata frecciatina agli alleati di Casa Ebraica che lo pressano per il voto anche per tranquillizzare il loro elettorato. Poche ore prima, durante la riunione settimanale del suo esecutivo, il premier aveva fatto sapere che al centro dell’incontro con May ci sarà il contrasto “alla sprezzante aggressività iraniana di questi giorni”. Il riferimento è al test missilistico compiuto da Teheran la scorsa settimana.

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