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giovedì 2 febbraio 2017

Quel brutto pasticciaccio degli Esami di Stato

In questo articolo sosterrò due tesi intuitivamente contestabili. Ma per essere certo di non essere frainteso, ricorrerò a un metodo espositivo che piace molto ai filosofi anglosassoni, dichiarando subito dove intendo andare a “parare”, per poi articolarne le ragioni: 1) la commissione per l’Esame di Stato composta da un solo membro interno, così come accadeva in passato, è preferibile alla commissione mista attualmente in uso; 2) il numero di materie su cui gestire il colloquio d’esame dovrebbe essere ridotto il più possibile.

Procediamo con ordine, soprattutto per i non addetti ai lavori.

Nell’ambito degli Esami di Stato (o di maturità), per quale motivo sono previsti dei commissari esterni? Nonostante la variazione periodica del numero di esaminatori provenienti da altre scuole cui abbiamo assistito negli ultimi anni (in una certa fase la Commissione era formata addirittura da un solo presidente esterno per tutte le classi quinte di un intero Istituto scolastico), il senso di questa presenza è molto chiaro, ed è suggerito dal nome stesso della funzione. Il Commissario esterno, in veste di funzionario dello Stato, deve verificare che in un determinato Istituto i programmi e i processi di istruzione siano stati svolti regolarmente e con senso di responsabilità da chi lavora in quelle scuole. Si tratta di un’importante funzione di garanzia, che ha in seconda battuta la virtù educativa di sottoporre per la prima volta un giovane studente a una circostanza complessa: essere un candidato che viene esaminato da una Commissione ufficiale, con la quale non ha rapporti personali, né pedagogici, pregressi.

Qual è, invece, il ruolo della componente interna di una commissione d’esame? Senza dubbio, è quello di consegnare ai Commissari esterni tutta la complessità e la specificità di singoli casi, di testimoniare alti e bassi di un processo educativo, che può in sé annidare le criticità di una storia personale, o di un deficit strutturale dell’organizzazione scolastica. Anche il membro interno porta con sé un fattore pedagogico che è conseguenza del suo ruolo: nella maggior parte dei casi la sua presenza rassicura l’allievo, che si sente accompagnato in questa prova importante da un adulto che conosce e che lo conosce. Da questo punto di vista, il vecchio Esame di maturità, con un membro interno e la commissione interamente esterna, risultava sostanzialmente equilibrato, e assegnava a ciascuno un ruolo univoco, chiaro, trasparente.

Altro accade invece con la commissione paritetica 3+3 (più il presidente, che è sempre esterno), nella quale a tre commissari interni sono affiancati tre membri provenienti da altre scuole. Non è colpa di nessuno in particolare, ma per un’ovvia dinamica di psicologia sociale (che solo i meno avvertiti si ostinano a non voler riconoscere), è quasi impossibile attenersi al solo ruolo istituzionale, che vorrebbe una valutazione oggettiva e serena. Tutti ci proviamo, ma la struttura dell’esame in sé genera una dinamica non controllabile. Infatti, in forza del suo ruolo, il membro esterno tende inconsapevolmente ad assumere un atteggiamento sospettoso nei confronti della struttura che lo accoglie, e nella valutazione tende ad essere più esigente di quanto non sia abituato a fare con i propri alunni, dei quali conosce bene storie culturali ed eventuali difficoltà personali. Simmetricamente, avvertendo la dinamica, il membro interno si sente in dovere di dover piegare i propri processi valutativi in modo da bilanciare quell’altro effetto. Il membro esterno si aspetta proprio questo dagli interni (spesso infatti, se alla fine i voti risultano bassi, rimprovera gli interni di non aver “difeso” abbastanza i propri studenti), e così si innesca un’ineludibile concatenazione di attese e giochi delle parti, che solo i più superbi tra i docenti negano di aver vissuto.

Sottrarsi è possibile, ma è oggettivamente molto arduo, anche perché come tutte le dinamiche psico-sociali, agisce inconsciamente.

Detto questo, la dinamica impazzisce quando entriamo nel merito delle discipline su cui valutare gli studenti. Uno dei più importanti risultati del Sessantotto, fu quello di aver ottenuto la modifica dell’Esame di maturità, racchiudendo in un piccolo nucleo di materie l’oggetto del colloquio finale. Gli studenti dovevano comunque arrivare preparati in tutte le discipline alla fine dell’anno, per poter accedere all’esame, ma il colloquio in sé doveva concentrarsi su soltanto due materie (tra l’altro scelte dallo studente in una rosa proposta dal Ministero). Questa legge aveva alle spalle una meditazione profonda emersa dalle istanze del Movimento studentesco, ma anche di filosofi importanti, come Guido Calogero.

L’Esame di Stato è una prova di maturità nell’approfondimento, ma anche di valorizzazione delle passioni personali. Rovesciare in campo tutte le materie in un colloquio di 50 minuti è semplicemente ridicolo. Mi stupisco che molti colleghi, che pure parteciparono ai movimenti studenteschi, oggi difendano questa sottospecie di colloquio multidisciplinare che è (giustamente) delegittimato e privo di ogni profondità.

Per questa ragione, propongo una riflessione su quanto sta accadendo in questi giorni con l’affidamento delle materie d’esame ai membri esterni. Per il Liceo Scientifico il Ministero ha per la prima volta scorporato la Matematica dalla Fisica, assegnando la prima (oggetto di una delle prove scritte ministeriali) al membro interno, e la seconda al commissario esterno. Tra gli esterni, sono stati “reclutati” docenti di Italiano e Inglese. Qui nasce l’imbarazzo di molti. Infatti, qualcuno protesta che scorporando le due materie dell’area fisico-matematica il Ministero abbia voluto alleggerire gli studenti, riducendo il numero di materie da preparare per il colloquio (Fisica l’avrebbero dovuta studiare comunque, in vista dell’orale e della terza prova). Ma questo sarebbe semmai un pregio di questa separazione, non un difetto.

Tuttavia qui si viene a creare un vero pasticcio, perché di fatto se nella correzione della prova di Italiano (che dovrebbe essere collegiale, ma che è spesso affidata a sottocommissioni) il docente con una competenza specifica è un commissario esterno, per l’altra prova scritta (Matematica) non c’è più – com’era previsto dalla normativa – la sola competenza prevalente di un docente interno, ma anche di un esterno. Cioè due docenti della stessa materia che correggono insieme le prove. Evidentemente questo potrebbe creare uno squilibrio nei processi di valutazione. Forse potrebbe essere lo stesso Ministero, a questo punto, a “suggerire” ai Consigli di classe, onde ovviare a questo problema, nell’individuare le materie assegnate ai membri interni, di scorporare simmetricamente il Latino dall’Italiano, e “spedire” in commissione il docente di Latino (che poi spesso durante l’anno è lo stesso che aveva insegnato Italiano). Basterebbe una nota ministeriale per chiarire che la cosa è possibile, e forse molti docenti l’approverebbero, senza temere di essere mal giudicati dalla componente esterna della Commissione, in quanto sollecitati dal MIUR. Tra l’altro mi risulta che situazioni analoghe si stanno verificando anche in altri indirizzi, non solo nel Liceo Scientifico.

Se è vero che i membri esterni servono proprio ad arginare l’attitudine protettiva degli interni, è altresì necessario che questi ultimi provino a disinnescare l’eventuale (ma non rara) ansia correttiva degli esterni. Il sistema 3+3, per le ragioni che ho esposto, mi pare sbagliato, ma per limitare i danni è necessario che resti in equilibrio.

Facile dire che sarebbe sufficiente per ciascuno rispettare i ruoli e il mandato del Governo. I docenti sono donne e uomini, non macchine, e come in tutti i sistemi andrebbero ridotti i fattori di rischio, non aumentati.

Tuttavia, l’idea che mi colpisce di quella proposta è la possibilità, finora inedita, di tornare a ridurre il numero di materie su cui impostare il colloquio. Le altre materie (escluse) ne risulterebbero svilite? Io insegno Storia e Filosofia, e avere cinque minuti a disposizione per ascoltare uno studente parlare dell’Olocausto, sinceramente, non mi pare dia gran pregio al mio lavoro, né al suo studio. Credo valga lo stesso per i docenti di Arte, Scienze o qualsiasi altra disciplina.

In ogni caso, sarebbe forse il caso che gli intellettuali italiani aprissero un dibattito più approfondito sugli Esami di Stato; è una cosa di cui si avverte certamente il bisogno.

Fonte

Che casino, sempre peggio per davvero! 

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