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venerdì 3 febbraio 2017

Trump e la guerra in casa

di Michele Paris

Il clamoroso licenziamento del ministro della Giustizia (“Attorney General”) ad interim, Sally Yates, da parte del presidente Donald Trump nella serata di lunedì è finora il più grave segnale dello scontro interno all’apparato di potere americano scatenato dalle prime iniziative della nuova amministrazione Repubblicana. L’acuirsi di questo conflitto è stato registrato dopo la firma del decreto presidenziale che a partire da venerdì scorso ha sospeso l’ingresso negli Stati Uniti di immigrati e rifugiati originari di sette paesi a maggioranza islamica, provocando immediate proteste in tutto il mondo.

La Casa Bianca ha sollevato dall’incarico Sally Yates dopo il suo rifiuto ufficiale di difendere l’ordine esecutivo sullo stop ai migranti nelle aule di tribunale dove sarà discusso in seguito alle istanze presentate da svariati stati americani e da organizzazioni a difesa dei diritti civili.

Nonostante l’ufficio legale del dipartimento di Giustizia avesse approvato il decreto di Trump per quanto concerneva “il rispetto della forma e della legalità”, la Yates aveva espresso le proprie riserve, ricordando le responsabilità del suo ufficio nel “garantire che le posizioni prese nei tribunali siano coerenti con il dovere di perseguire la giustizia e ciò che è giusto”.

Com’è noto, Sally Yates era stata nominata vice ministro della Giustizia da Obama nel 2015 e all’indomani dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca il nuovo presidente le aveva chiesto di guidare provvisoriamente il dipartimento in attesa della ratifica da parte del Senato della nomina del senatore di estrema destra dell’Alabama, Jeff Sessions.

La presa di posizione della Yates è stata criticata e giudicata come esclusivamente “politica” dai repubblicani e dai media conservatori. A loro dire, il ministro reggente non solo aveva l’obbligo di rispettare e difendere le decisioni dell’esecutivo, ma la sua iniziativa ha avuto il preciso scopo di trasformare la Yates in una sorta di eroe “liberal”. Infatti, il licenziamento è giunto solo una manciata di giorni prima di un addio al dipartimento di Giustizia che avrebbe inevitabilmente seguito l’arrivo del nuovo ministro Sessions.

Al posto di Sally Yates è stato comunque insediato già lunedì sera il procuratore del distretto orientale della Virginia, Dana Boente, anch’egli nominato da Obama ma subito affrettatosi a garantire il suo impegno a difendere quelli che ha definito i decreti “legali del nostro presidente”.

La serietà della vicenda è confermata dall’estrema rarità di provvedimenti come quello preso da Trump nei confronti del ministro della Giustizia ad interim. L’ultimo caso paragonabile risale al cosiddetto “massacro del sabato sera” dell’ottobre del 1973 nell’ambito dello scandalo Watergate.

In quell’occasione, il presidente Nixon aveva costretto alle dimissioni il ministro della Giustizia, Eliot Richardson, per essersi rifiutato di licenziare il procuratore speciale, Archibald Cox, colpevole di avere ordinato alla Casa Bianca la consegna dei nastri con le registrazioni delle conversazioni nello Studio Ovale per fare luce sul Watergate.

Al posto di Richardson venne nominato il suo vice, William Ruckelshaus, ma anche quest’ultimo si rifiutò di eseguire l’ordine di Nixon, finendo anch’egli licenziato. Solo il numero tre del dipartimento di Giustizia, Robert Bork, avrebbe alla fine allontanato Cox, senza evitare tuttavia l’aggravamento della posizione del presidente e i procedimenti di impeachment che avrebbero portato alle sue dimissioni nell’agosto del 1974.

Per quanto riguarda la vicenda attuale, non vi sono ragioni per mettere in discussione la sincerità delle preoccupazioni di Sally Yates per la legalità della misura ultra-reazionaria decisa da Trump. Tuttavia, le celebrazioni del suo operato da parte di attivisti e stampa “progressista” sono per lo meno fuori luogo.

La Yates ha fatto parte, sia pure per un limitato periodo di tempo, di un dipartimento di Giustizia che ha avallato, tra l’altro, le operazioni di sorveglianza di massa dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (NSA) e le deportazioni, anch’esse di massa fino a toccare numeri da record, di immigrati “illegali”.

Proprio le iniziative di Obama nell’ambito della lotta all’immigrazione e del controllo delle frontiere, d’altra parte, Trump ha indicato come punto di partenza della sua escalation concretizzatasi con i decreti dei giorni scorsi.

Inoltre, la ragione principale per cui Sally Yates era rimasta al dipartimento di Giustizia dopo il 20 gennaio era la necessità della nuova amministrazione di avere un funzionario approvato nel suo incarico dal Senato e con l’autorità perciò di approvare le richieste di sorveglianza e intercettazione presentate dalla NSA e da altre agenzie governative.

La Yates aveva accettato di buon grado questo ruolo, così come, ad esempio, nel luglio del 2015 aveva testimoniato davanti alla commissione Giustizia del Senato con il direttore dell’FBI, James Comey, auspicando la creazione di un qualche meccanismo per consentire al governo di penetrare le comunicazioni criptate degli utenti privati che utilizzano dispositivi elettronici.

Soprattutto, al di là delle convinzioni personali di Sally Yates, la sua volontà di sfidare Trump riflette le posizioni di quella consistente sezione dell’apparato di potere statunitense allarmata dall’evoluzione della nuova amministrazione. Le preoccupazioni, in questo caso, sono però di natura diversa da quelle che stanno animando le manifestazioni popolari anti-Trump in molte città americane e non solo.

Esse hanno a che fare con il timore che l’adozione di politiche apertamente razziste e xenofobe compromettano da un lato ciò che resta dell’immagine degli USA come modello democratico, e, dall’altro, i piani e le operazioni militari nelle aree del globo a maggioranza musulmana, con possibili riflessi negativi sull’intera strategia egemonica dell’imperialismo a stelle e strisce.

Le ansie provocate dalle misure estreme di Trump sugli immigrati si accompagnano a quelle da tempo espresse da molti per le tendenze isolazioniste e di impronta fortemente nazionalista della Casa Bianca, per non parlare dell’attitudine troppo accomodante nei confronti della Russia di Putin.

Molte di queste posizioni fanno capo con ogni probabilità alla figura più estrema della nuova amministrazione, il neo-fascista ex Goldman Sachs ed ex direttore del sito web di ultra-destra Breitbart News, Stephen Bannon, nominato da Trump “capo stratega” e consigliere del presidente. Proprio il ruolo di Bannon è al centro di pressioni, critiche e polemiche, espresse da settimane sui media ufficiali che riflettono solitamente l’opinione delle varie fazioni dei poteri forti americani.

Lo stesso Bannon è stato protagonista di una recente decisione da parte di Trump che ha ulteriormente alimentato l’opposizione interna agli organi di governo americani. Il giorno successivo alla firma del decreto sugli immigrati e richiedenti asilo, da cui sarebbe nata la vicenda di Sally Yates, il neo-presidente ha disposto la presenza di Bannon alle riunioni del Consiglio per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca. La mossa è quasi senza precedenti e conferma il peso che avrà questo consigliere nel processo decisionale dell’amministrazione Trump virtualmente in tutti gli ambiti.

La presenza di Bannon potrebbe avere conseguenze non indifferenti sui rapporti con il presidente dei vertici militari e dell’intelligence, la cui presenza è di solito dominante nel Consiglio. Tanto più che, in parallelo alla promozione di Bannon, Trump ha deciso di ridimensionare drasticamente il ruolo del direttore dell’Intelligence Nazionale e del Capo di Stato Maggiore in quello che è a tutti gli effetti il principale organo dell’esecutivo nell’elaborazione delle politiche relative agli affari esteri e alla sicurezza nazionale.

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