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martedì 21 marzo 2017

Al Qaeda attacca Damasco nell'indifferenza occidentale

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Non ci vuole molto ad immaginare lo sdegno, oltre all’allarme e alla paura, che susciterebbe un attacco di centinaia di miliziani di al Qaeda ad una città occidentale. Sono ancora negli occhi di tutti le scene degli attentati negli Stati Uniti nel 2001 e in tempi più recenti a Parigi, Bruxelles, Nizza e Berlino dove hanno colpito militanti dell’Isis parente stretto di al Qaeda. Invece è passata quasi inosservata la massiccia offensiva lanciata nei giorni scorsi contro la capitale siriana Damasco da Hay’at Tahrir al Sham (Hts, Assemblea per la Liberazione del Levante), la coalizione di forze jihadiste guidata da Fateh al Sham (an Nusra) e che risponde agli ordini di Ayman Zawahri, il leader di al Qaeda.

Si è trattato dell’attacco più ampio portato contro Damasco negli ultimi cinque anni ma ha trovato spazio solo in qualche articolo su pochi quotidiani. Non sorprende. Per governi e media occidentali al Qaeda è terrorista in Europa e Stati Uniti e “forza di liberazione” in Siria.

Ieri l’esercito siriano è riuscito a riprendere il controllo delle aree intorno a Jobar e Qaboun, da dove è scattato il piano dei qaedisti. Tra sabato e domenica però le truppe governative sono state prese alla sprovvista dall’attacco che ha visto l’impiego di auto imbottite di esplosivo, l’utilizzo di tunnel sotterranei e lanci di razzi e colpi di mortaio su aree centrali della capitale. I morti negli scontri a fuoco sono stati decine.

L’offensiva della Hay’at Tahrir al Sham è stata appoggiata dagli alleati di Ahrar al Sham e da decine di uomini della fazione indipendente Failaq al Rahman. È dovuta intervenire la Guardia repubblicana, appoggiata dall’aviazione, per respingere le forze di al Qaeda. Nella capitale siriana si è rivissuta la tensione dell’estate 2012 quando, dopo un potente attentato al quartier generale delle forze di sicurezza, i “ribelli” occuparono per alcuni giorni diversi quartieri e sobborghi nel tentativo di dare una spallata” a Bashar Assad, prima di essere costretti al ritiro. Da allora tante cose sono cambiate. Il presidente ora è molto più forte, può contare sull’appoggio della Russia e sull’aiuto all’esercito governativo da parte di migliaia di combattenti sciiti iraniani, libanesi e afghani.

L’attacco a Damasco compiuto dalla joint venture di al Qaeda era stato in qualche modo annunciato il 17 marzo, con un video postato in rete, da Abu Jaber (Hashem al Sheikh), l’ex capo di Ahrar al Sham scelto come coordinatore e portavoce della Hay’at Tahrir al Sham. Abu Jaber, teorico del cosiddetto “jihad popolare”, ha invocato l’unità di tutti i miliziani islamici. Quindi ha annunciato che Hts avrebbe lanciato nuove operazioni armate e ricordato gli attacchi «nel cuore delle fortificazioni» del nemico, ossia gli attentati con decine di morti – uno dei quali a siti religiosi sciiti – compiuti a Damasco nei giorni scorsi. Abu Jaber ha usato buona parte del video per esortare i sunniti a prendere le armi contro gli sciiti e il «nemico persiano» (l’Iran).

La nuova escalation di attacchi e violenze avviene mentre continuano i colloqui tra Assad e i mediatori russi sulla nuova carta costituzionale e per l’avvio di un processo politico in Siria. Mosca ha anche raggiunto un accordo con le Unità di Protezione Popolare (Ypg) che prevede la presenza di militari russi nella zona della città di Afrin dove organizzeranno l’addestramento del forze kurde.

Israele intanto alza la voce con la Siria. Il ministro della difesa Lieberman ha avvertito che lo Stato ebraico distruggerà il sistema di difesa antiarea della Siria se cercherà di nuovo di respingere i raid dell’aviazione israeliana in territorio siriano, come ha fatto nei giorni scorsi. L’incidente è stato considerato il più grave tra i due Paesi dall’inizio della guerra in Siria. Alza il tiro anche il capo di stato maggiore israeliano Gadi Eisenkot che ha esteso all’intero Libano la responsabilità della situazione poiché non farebbe nulla di concreto per bloccare il passaggio di armi in corso, secondo Tel Aviv, dalla Siria a Hezbollah.

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