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venerdì 28 aprile 2017

I giorni della Liberazione. 28 Aprile, giustizia è fatta /4


Walter Audisio “Valerio” e Aldo Lampredi “Guido” partono da Milano, con un plotone di 14 partigiani agli ordini del comandante Alfredo Mordini “Riccardo” e di Orfeo Landini “Piero”. Giunti a Como, Audisio e Lampredi esibiscono il lasciapassare di Cadorna al nuovo prefetto nominato dal CVL, Virginio Bertinelli, e al colonnello Sardagna, che erano entrambi dalla parte di chi voleva salvare Mussolini consegnandolo agli alleati, secondo le istruzioni di Cadorna.

Valerio e Guido debbono mentire per ottenere collaborazione, assicurando loro che avrebbero trasferito i prigionieri a Como e, in un secondo momento, a Milano, dove gli Alleati stavano prendendo il controllo. Trattenuto a Como fino alle 12.15 in cerca di un camion per il trasporto, Audisio si sposta infine a Dongo, dove giungerà alle 14.10.

Nel frattempo, giungono a Dongo da Como Oscar Sforni, segretario del CLN comasco, ed il maggiore Cosimo Maria De Angelis, responsabile militare del CLNAI per la zona di Como, inviati dal CLN comasco: anch’essi col compito di trasportare Mussolini a Como, consegnarlo agli alleati e salvargli la vita.

E’ un momento cruciale: Audisio è solo, perché Lampredi è momentaneamente assente, allontanatosi per andare alla sede del locale Partito Comunista nella ricerca del camion per il trasporto dei prigionieri.”Valerio” procede allora ad un atto estremo: i due (Sforni e De Angelis) saranno fatti imprigionare da “Valerio”, in modo da non intralciarne la missione, e verranno rilasciati solo ad operazione conclusa.

A Dongo – quindi – “Valerio” trova un ambiente difficile ed ostile: si incontra con il comandante Pier Luigi Bellini delle Stelle e gli rivela la verità, comunicandogli di aver avuto l’ordine di fucilare Mussolini e gli altri prigionieri.

“Pedro”, pur comandante di una Brigata Garibaldi, è un moderato, di origini nobili, e non un comunista o un azionista; protesta vivamente, ma dopo aver preso visione delle credenziali di Cadorna, e ritenendole sufficienti, correttamente ubbidisce ad un ufficiale di grado superiore e, pur disapprovando, muta atteggiamento rispetto alla notte precedente.

Il dittatore intanto, ignaro che per salvargli la vita si stanno battendo gli americani, gli inglesi, i badogliani, e una parte dei comandi partigiani “moderati”, passa una notte e una mattinata relativamente tranquille a casa De Maria a Bonzanigo di Mezzegra, con la Petacci. Non subiranno, da vivi, alcun maltrattamento.

Sembra quindi che, in quelle ore, fra i protagonisti diretti, solo i due giovani partigiani “Lino” e “Sandrino” che sorvegliano Mussolini, oltre al “capitano Neri” e “Pietro” e quelli della 52a Brigata, e massime il pugno di partigiani di “Valerio” e “Guido”, si battano per fare Giustizia. Molti altri, già sono pronti a delegarla ad un esercito straniero.

Fig. 19. La camera di Casa De Maria dove Mussolini e Petacci pernottarono la notte fra il 27 e il 28 aprile.

 Fig. 20. Fotografia di dubbia autenticità, ma comunque utile come ricostruzione. Rappresenta Mussolini seduto sul letto della stanza di casa De Maria, 28 aprile 1945. I dettagli della stanza da letto corrispondono al vero. Riconoscibile sul capo un inizio di fasciatura, posta per mascherarne la riconoscibilità, al momento del trasporto verso il luogo dell’esecuzione. Il viso di Mussolini appare però più grasso di come era l’aspetto del’ex duce negli ultimi giorni. L’altro corpo riverso sul letto corrisponderebbe a quello della Petacci, con la pelliccia. Se fosse stata autentica, sarebbe stata l’ultima foto di Mussolini da vivo: ma ripetiamo, il viso del Mussolini degli ultimi giorni non aveva la pinguedine nella zona del sottomento presente in questa foto, che è tuttora un mistero.

Walter Audisio “Valerio” si trova quindi – a metà giornata del 28 – a Dongo, con la sua squadra di partigiani, incaricato dal Comitato insurrezionale del CLNAI a Milano di eseguire la condanna a morte di Mussolini e dei gerarchi. Ha perduto tutta la mattina per vincere le resistenze dei partigiani e delle autorità locali, e in attesa di un camion per il trasporto.

Non fidandosi ancora completamente di lui, Audisio chiede al Comandante “Pedro” di andare a prelevare i gerarchi prigionieri a Germasino, in modo da riunirli tutti a Dongo, in vista del loro trasporto. A questo punto “Pedro” conosce già la sorte che li attende, ma come abbiamo già precisato obbedisce pur disapprovando agli ordini di un ufficiale superiore (Valerio), munito di un lasciapassare firmato personalmente da Cadorna. Valerio ha infatti già fatto compilare personalmente la lista dei fucilandi (v. in seguito).

Alle 15:15 – allontanatosi Pedro verso Germasino – “Valerio” rompe gli indugi e parte da Dongo in auto, in direzione di Bonzanigo, dove l’ex duce è prigioniero. Per essere più veloce e meno intercettabile, non si fa seguire neppure dalla sua esigua squadra, che lascia di presidio a Dongo, ma solo da Aldo Lampredi “Guido”, che condivide con lui il comando della missione da Milano, e da Michele Moretti “Pietro”, che conosceva i carcerieri ed il luogo, essendoci già stato la notte prima insieme a “Pedro” e “Neri”; con loro l’autista e partigiano Giovanni Battista Geninazza. Senza Michele Moretti, Audisio e Lampredi non avrebbero mai potuto individuare dove fossero stati nascosti Mussolini e la Petacci.

Vi sono molte versioni contrastanti su come andò, da quel punto in avanti; nella sostanza, si può dire che gli esecutori giungono a casa De Maria, sempre sorvegliata da “Sandrino” e “Lino”, prelevano Mussolini e la Petacci, raccontando loro di essere venuti a liberarli per ottenere collaborazione dall’ex duce nel trasferimento, e li portano in auto nel luogo precedentemente scelto per l’esecuzione, poco distante: un vialetto, via XXIV Maggio a Giulino di Mezzegra, in posizione riparata davanti alla cancellata di una villa, Villa Belmonte. Fatti scendere i due, Moretti e Lampredi sono inviati da Audisio a bloccare la strada nelle due direzioni, mentre a Mussolini viene fatto cenno di dirigersi verso il cancello. “Valerio” sospinge Mussolini verso l’inferriata e pronuncia la sentenza: “Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano“. Mussolini e Petacci sono paralizzati contro il muretto a sinistra, vicino al cancello. Audisio tenta di procedere all’esecuzione, ma il suo mitra si inceppa; Lampredi si avvicina, estrae la sua pistola, ma anche da questa il colpo non parte; chiama allora Moretti che, di corsa, sopraggiunge con il suo mitra. Con tale arma il “colonnello Valerio” – oppure Lampredi o più probabilmente Moretti stesso, secondo altre versioni – scarica una raffica mortale di cinque colpi su Mussolini. La Petacci non si muove dal fianco di Mussolini, supplica di lasciarlo stare, e nonostante i solleciti a spostarsi, vuol seguirlo fino all’ultimo istante. Viene accontentata, muore colpita dalla raffica. Viene poi inferto un colpo di grazia al cuore di Mussolini, con la pistola, da Lampredi. Sono le ore 16.10 del giorno 28 aprile 1945.

Figura 20a – La pistola Beretta di Lampredi, che inferse a Mussolini il colpo di grazia, 28 aprile 1945.

Figura 20b – Fucile mitragliatore di produzione francese Mas 38, l’arma del “Colonnello Valerio”, Valter Audisio, 28 aprile 1945.

Alcune versioni danno come esecutore materiale Lampredi, altre ancora Michele Moretti, che era in quel periodo l’unico partigiano combattente sui luoghi, mentre Audisio e Lampredi operavano con ruoli dirigenziali presso i vertici del CVL a Milano. Ci paiono, alla fine, dettagli, difficili da appurare: i referti autoptici (si veda in seguito) confermano che i proiettili che colpirono Mussolini da vivo, incluso quello ritenuto mortale, partirono effettivamente da queste due armi.

Da più parti si sostenne poi che Audisio – figura abbastanza secondaria nel Partito Comunista fino ad allora – prese, su indicazione di Longo e Sereni, sulle sue spalle il merito (e il peso) di diventare “il partigiano che aveva giustiziato Mussolini”, in quanto Lampredi aveva un ruolo pubblico più delicato nel Partito e non era opportuno attribuirgli l’uccisione dei due. Michele Moretti, anch’egli del Partito Comunista, si contraddistinse sempre per una certa discrezione sull’accaduto, in osservanza probabilmente ai dettami del Partito, che tesero ad accreditare una sola “versione ufficiale”.

Il relativo mistero sugli ultimi istanti di vita di Mussolini generò, nei decenni successivi, una ridda di versioni alternative. Vi sono ad esempio delle ricostruzioni che datano la morte di Mussolini al mattino, la più documentata delle quali resta secondo noi quella del giornalista, di parte neofascista, Giorgio Pisanò, autore di una inchiesta notevole, molto dettagliata e di prima mano, condotta nell’arco di decenni di lavoro [Giorgio Pisanò, Gli ultimi cinque secondi di Mussolini, Milano, Il saggiatore, 1996]

Ma le ricostruzioni che datano la morte di Mussolini al mattino contrastano con molti dati di fatto, soprattutto i migliori referti autoptici: i più affidabili e recenti [Pierluigi Baima Bollone, Le ultime ore di Mussolini, Milano, Mondadori, 2005], ad opera del dott. Baima Bollone, noto medico legale, che riesaminò tutti i referti redatti a suo tempo dal prof. Cattabeni in occasione dell’autopsia del 30 aprile (vedi in seguito), datano la morte di Mussolini a non prima delle ore 16:00 del 28 aprile; l’argomento principale a sostegno di una morte prima di pranzo”è al mattino, ovvero la mancanza di residui di cibo nello stomaco dell’ex duce, viene smontata dalla stessa fonte [Baima Bollone], venendo spiegata essere compatibile con le sue caratteristiche fisiologiche.

“Valerio”, il partigiano che giustiziò Mussolini, era veramente con ogni probabilità proprio Audisio, insieme a Lampredi e Moretti, come abbiamo visto. Non era – come sostenuto da alcune ricostruzioni di parte revisionista – Luigi Longo “Gallo”, dirigente del CVL e futuro segretario del Partito Comunista, che nel primo pomeriggio del 28 partecipava alla sfilata della Liberazione a Milano, come testimoniano fotografie (vedi sotto).

Il primo resoconto di Walter Audisio, ancora anonimo, apparve sulla prima pagina dell’Unità del 1 maggio 1945. Pur carente e in alcuni punti romanzato, risulterà poi sufficientemente aderente ai fatti. Una ricostruzione più completa, questa volta firmata da Audisio, apparve in cinque puntate sulla stessa “Unità” del 25-26-27-28-29 marzo 1947.

Fig. 21. Il primo resoconto di Walter Audisio, ancora anonimo, sulla prima pagina dell’Unità del 1 maggio 1945.

Al di là delle discrepanze nel suo racconto, è invece certo che senza la ostinata e spiccia determinazione di Audisio ad eseguire la sentenza, a vincere le resistenze locali, causate da quelle ai vertici del CVL, e soprattutto a far presto, battendo sul tempo gli Alleati che stavano per prendere militarmente sotto controllo la zona, Mussolini si sarebbe salvato, sarebbe stato sottratto – volenti o nolenti – ai partigiani e consegnato agli alleati. Visto il poco o nulla che scontarono anche alti gerarchi superstiti, responsabili diretti o indiretti di molti crimini di guerra e non, come Rodolfo Graziani, o il già citato Borghese, e la ondata di amnistie del dopoguerra, di sicuro Mussolini avrebbe avuto salva la vita. E – magari – come disse Sandro Pertini nella già citata sua intervista all’Avanti del 1965, avrebbe avuto nell’Italia del dopoguerra un ruolo politico e sarebbe stato eletto in Parlamento con il Movimento Sociale, sedendo grazie all’immunità parlamentare sugli stessi banchi di Pertini, Parri, Longo. E di Giacomo Matteotti.

Giustizia – invece – fu fatta.

Fig. 23. Giulino di Mezzegra (CO) – Cancello e vialetto innanzi a Villa Belmonte, in un immagine precedente l’esecuzione di Mussolini

Fig. 24. Giulino di Mezzegra (CO). Cancello di Villa Belmonte, in un immagine del dicembre 1945, dopo l’esecuzione di Mussolini. Visibili due piccoli croci nere.

Fig. 25. Giulino di Mezzegra (CO) Cancello di Villa Belmonte, oggi. Visibile la croce in legno “Benito Mussolini, 28 APRILE 1945"

Audisio, Lampredi e Moretti lasciano sul luogo dell’esecuzione i cadaveri dell’ex duce e della Petacci e tornano velocemente a Dongo: occorreva completare l’incarico e sovrintendere anche all’esecuzione dei gerarchi fascisti, che nel frattempo erano stati radunati in Municipio. La lista con i nomi era già stata fatta compilare personalmente da “Valerio” prima di partire per Giulino di Mezzegra: con sono 15 nomi, tanti quanti i partigiani, che, per rappresaglia, il 10 agosto 1944, i tedeschi avevano fatto fucilare dai fascisti ed esporre al pubblico in Piazzale Loreto a Milano per l’intera giornata, senza consentire ai familiari di raccoglierli. Il riferimento a Piazzale Loreto come una strage da vendicare spiega poi gli avvenimenti del giorno dopo.

La lista comprendeva:

1) Alessandro Pavolini, segretario nazionale del Partito Fascista Repubblicano

2) Paolo Porta, federale di Como e comandante delle Brigate Nere

3) Francesco Maria Barracu, sottosegretario alla presidenza del consiglio

4) Nicola Bombacci, tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia nel 1921, poi fervido ideologo e propagandista del fascismo

5) Augusto Liverani, Ministro delle Comunicazioni

6) Ruggero Romano, Ministro dei Lavori Pubblici

7) Ferdinando Mezzasoma, Ministro della Cultura Popolare

8) Paolo Zerbino, Ministro dell’Interno

9) Goffredo Coppola, Rettore dell’Università di Bologna e Presidente dell’Istituto Nazionale di Cultura Fascista

10) Ernesto Daquanno, giornalista, direttore della Agenzia Stefani

11) Mario Nudi, comandante dei Moschettieri del Duce

12) Luigi Gatti, segretario personale di Mussolini

13) Pietro Calistri, ufficiale dell’Aeronautica Nazionale Repubblicana

14) Vito Casalinuovo, ufficiale di collegamento fra Mussolini e la GNR

15) Idreno Utimpergher, comandante delle Brigate Nere di Lucca.

Il sindaco del paese, Giuseppe Rubini, cerca di opporsi. La determinazione di “Valerio” non gli consente alcun risultato: Rubini dà le dimissioni, ritira dalla finestra del municipio la bandiera esposta e si rinchiude in casa.

I condannati vengono allineati contro la ringhiera metallica del lungolago del paese; dopo aver ricevuto l’assoluzione, vengono giustiziati alle ore 17:48. Il plotone di esecuzione è comandato da Alfredo Mordini “Riccardo”, già combattente garibaldino nella guerra civile spagnola, Comandante del gruppo partigiano partito la mattina da Milano.

Marcello Petacci, fratello di Clara, spacciatosi invano per diplomatico spagnolo e smascherato, fu poi scambiato per Vittorio Mussolini; successivamente identificato, fu comunque fucilato, anche se venne ucciso dopo gli altri, perché i gerarchi non lo consideravano dei loro e chiesero un’esecuzione separata, richiesta che venne accettata. Però, arrivato il suo turno, riuscì a fuggire e a gettarsi nelle acque del lago dove venne raggiunto da una pioggia di proiettili che lo finirono. Il cadavere venne ripescato e posto insieme ai fucilati.

Alla maggior parte dei sedici fucilati appare direttamente applicabile, viste le loro cariche e responsabilità, la condanna a morte secondo l’articolo 5 del già citato decreto del CLNAI del 25 aprile. Oltre a Marcello Petacci, appare discutibile l’esecuzione dell’ufficiale dell’Aeronautica Pietro Calistri. Walter Audisio passò attraverso, nel dopoguerra, un processo per giudicare i suoi atti del 28 aprile 1945: la Giustizia italiana, d’altra parte così prodiga di amnistie ed assoluzioni per i fascisti rimasti in vita, non poté che riconoscere che quanto fece Audisio quel giorno era da configurarsi all’interno di un’operazione di guerra, e pertanto – date le circostanze – non era perseguibile.

Fig. 26. Dongo, 28 aprile. Corteo dei condannati a morte in Piazza, innanzi si distingue Pavolini con cappotto lungo e braccio fasciato

Fig. 27. Alcuni condannati a morte prima dell’esecuzione a Dongo, 28 aprile 1945. Da sinistra: Nicola Bombacci, Francesco Maria Barracu, Idreno Utimperghe, Alessandro Pavolini, Vito Casalinuovo, Paolo Porta, Fernando Mezzasoma, Ernesto Daquanno.

Fig. 28. I condannati a morte ricevono l’assoluzione dal frate francescano Padre Accursio Ferrari. Dongo, 28 aprile 1945.

Fig. 29. Il momento della fucilazione dei gerarchi fascisti, Dongo, 28 aprile 1945. Di schiena il comandante del plotone di esecuzione, Alfredo Mordini “Riccardo”.

Fig. 30. Milano, 28 aprile 1945, pomeriggio. Parata della Liberazione. In prima fila (terzo da destra) riconoscibile Luigi Longo “Gallo”.

A Dongo, sul Lago di Como, alle 18 del 28 aprile, i 16 fucilati vengono caricati su un camion, coperti da un telone dove si issano e viaggiano dei partigiani del drappello venuto la mattina stessa da Milano. Una piccola colonna con il veicolo e un'auto parte per Milano, fermandosi nelle vicinanze per recuperare i corpi di Mussolini e della Petacci, sul luogo dell’esecuzione. Durante il viaggio di ritorno la colonna è costretta a fermarsi in diversi posti di blocco partigiani per controlli; rifiutandosi sempre di rivelare – per prudenza – il contenuto del camion, in alcuni casi “Valerio” ed i suoi passano i controlli dopo molte difficoltà. Il camion arriva a Milano alle tre del mattino seguente, 29 aprile. Viaggiare in quei giorni fra il lago di Como e Milano (120 km circa, nelle strade in precarie condizioni, di allora) non è facile, il camion di “Valerio” ci mette nove ore: questo rende improbabile che Luigi Longo possa esserci andato e tornato il giorno prima, in poche ore, per compiere di persona l’esecuzione di Mussolini.

“Valerio” si dirige con il camion verso Piazzale Loreto, teatro di un eccidio nazifascista l’anno prima.

Nel frattempo, tutti i beni sequestrati dalla 52ª Brigata Garibaldi, tra quelli in possesso di Mussolini e i gerarchi al momento della cattura (il così detto “Oro di Dongo”), vengono parzialmente inventariati quello stesso giorno nel Municipio di Dongo, dalla partigiana Giuseppina Tuissi “Gianna” e dall’impiegata comunale Bianca Bosisio. Nel tardo pomeriggio, il capo di stato maggiore della brigata, Luigi Canali, “Capitano Neri”, firma un ordine di consegna temporaneo di tutti i beni recuperati ed inventariati alla federazione comunista di Como, di cui è responsabile Dante Gorreri, figura centrale nell’aver causato le molte ambiguità e misteri della vicenda dell’Oro di Dongo.

Enrico Mattei, futuro protagonista dell’economia italiana, responsabile amministrativo di tutte le formazioni partigiane durante la Resistenza, testimonierà in seguito – al processo di Gorreri – che “il bottino delle azioni di guerra apparteneva alle formazioni che lo catturavano, e poteva essere messo a disposizione dei comandi“. Appare probabile quindi che quel bottino, appartenente alle Brigate Garibaldi, sia stato consegnato da Gorreri al suo partito, il Partito Comunista.

I misteri che riguardano “l’oro di Dongo” sono essenzialmente dovuti non tanto al bottino stesso, pare non così ingente come si favoleggia, ma alle dispute che seguirono, nei giorni del maggio-giugno 1945, fra Gorreri e altri dirigenti locali del Partito Comunista ed ex partigiani, e sull’incertezza su dove esattamente finirono quei denari. Inoltre, proprio in seguito a queste dispute, vi furono successive morti violente e sparizioni, anche di alcuni dei protagonisti della vicenda, fra i quali lo stesso “Neri” (scomparso dal 7 maggio 1945) e “Gianna” (uccisa il 22 giugno dello stesso anno), fatti per i quali vi furono indagini e processi a carico di Gorreri e altri, ma che esulano da questo racconto.

Gorreri – nel processo a suo carico – fu poi scagionato – per quanto riguardava l’oro di Dongo – dalla citata testimonianza di Enrico Mattei ed alla fine i reati penali dei quali era imputato furono prescritti: fu deputato all’Assemblea Costituente e nella III, IV e V Legislatura alla Camera.

Gorreri stesso fu poi probabile protagonista – in maniera tutt’altro che limpida – della vicenda della sparizione del Carteggio Churchill-Mussolini, documenti in possesso di Mussolini al momento dell’arresto e ben più importanti dal punto di vista storico.

Fig. 31. Luigi Canali, “capitano Neri” e Giuseppna Tuissi “Gianna”
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