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mercoledì 26 aprile 2017

L’enigma degli anni Settanta: dibattito pubblico alla Sapienza

Quarant’anni dopo, il ricordo del 1977 sembra ardere di un fuoco freddo, inattuale. L’anniversario tondo impone una stanca memoria che, mai come oggi, segna la distanza con quegli eventi e quelle passioni. Mandato in soffitta tanto il reducismo mitologico quanto il biasimo post-moderno, sembrerebbe essere il tempo della storiografia distaccata. Eppure neanche questa trova trasporto nell’interpretare l’enigma di quel movimento. Quarant’anni più tardi, gli anni Settanta continuano a rimanere avvolti nel mistero. Segno inequivocabile del rapporto tra storia e politica: il disinteresse dell’una sterilizza le potenzialità dell’altra. Eppure l’inattualità evidente del ’77 – al pari dell’altro grande anniversario di questo 2017, la Rivoluzione russa – potrebbe liberare ragionamenti originali, non più piegati alle necessità di legittimazione di questa o quella operazione politica. Il ’77 non è più terreno di contesa tra visioni concorrenti della politica rivoluzionaria. E’ un ricordo pacificato, condannato dagli uni, mitizzato dagli altri, avvolto nel mistero dell’incomprensione tanto negli uni quanto negli altri. Vale la pena allora tornare a pensare il ’77. Perché, è la nostra tesi, se niente appare così tanto distante da quell’anno, molte delle difficoltà odierne nel riproporre una credibile politica antagonista situano le proprie radici in quel movimento, o meglio: nelle interpretazioni postume di quel movimento. Andiamo con ordine.

Degli anni Settanta, e del ’77 in particolare, viene ricordata, con un’operazione sintomaticamente trasversale, la rivoluzione dei costumi, dei linguaggi, dei comportamenti, degli orizzonti esistenziali, dei riferimenti culturali, delle libertà sessuali. Una nebbia alimentata dalla necessità di separare il “sociale” dalla politica, il buono delle controcultura dal cattivo dei rapporti di forza, i “sogni” e i “desideri” generazionali dalla violenza impersonale della lotta politica. Una nebbia trasversale, che accomuna il partito di Repubblica agli interessi politici di una sinistra radicale senza più ruolo storico. Eppure rinchiudere quel movimento nel recinto della controcultura giovanile significa alimentarne il mistero e l’incomprensione. Il 1977 non trova spiegazione se quelle trasformazioni sociali non ci restituiscono una chiave di lettura esauriente, se non vengono messe a confronto con la Politica. Per la prima volta dal dopoguerra, la crisi economica degli anni Settanta procedeva restringendo gli spazi di inclusione pubblica, di estensione progressiva dello Stato sociale, di garanzie crescenti per una massa di lavoratori non più incantati dalla prospettiva dell’emancipazione riformista. La “politica dei sacrifici”, inaugurata dalle crisi petrolifere del 1974, sembrò legare (e legò effettivamente) il Pci al fronte della moderazione salariale. La strategia del “compromesso storico”, avviatasi nel 1973 e concretizzatasi nel 1976 con l’appoggio esterno del Partito comunista al governo Andreotti, sanciva la chiusura di ogni spazio politico: dentro al recinto della “solidarietà nazionale” i due grandi partiti popolari – Pci e Dc – comprensivi della grande maggioranza del popolo italiano; fuori non restava che un’alternativa politica ostruita, a cui però corrispondeva una presenza sociale tutt’altro che irrilevante. Il ‘77 nasce allora come movimento senza alcuna sponda politica possibile, nemico tanto degli interessi del Capitale quanto di quelli di una classe operaia finalmente all’anticamera del “governo”. Anche quei tentativi di “fronte unico dal basso” – strategia condivisa tanto dal Manifesto quanto da Avanguardia Operaia e da Lotta Continua – si scontrano con quel governo di compromesso che chiude ogni prospettiva strategica di “fiancheggiamento popolare”. Senza sponde né legittimazione nella politica, quel movimento forma la sua identità e la propria auto-rappresentazione sul rifiuto, sulla negazione: del lavoro, dell’austerità, della pacificazione, di qualsiasi solidarietà nazionale, ma soprattutto sul rifiuto della politica, intesa unicamente come luogo della mediazione e del compromesso. Qui nascono alcuni dei problemi di cui ancora oggi è vittima certa politica movimentista.

Nella sua oggettiva politicità di movimento che si scontra frontalmente con lo Stato e le sue articolazioni economiche e repressive, il ’77 assume la connotazione di movimento estraneo alla Politica. Rifiuta una strategia unitaria, una logica dei compromessi e della mediazione dialettica, una forma organizzativa definita. Proprio per questo, la sua minorità non viene vissuta come limite ma come risorsa. Lo “strano studente” che agita il ’77, alla ricerca della giusta dose di innovazione con un patrimonio di lotte operaie sedimentato nella classe, ma sclerotizzato dalle briglie comuniste nella fase della solidarietà nazionale, perde per strada il rapporto con la tradizione di quelle lotte, riducendo le proprie possibilità di dialogo con una classe operaia nonostante tutto (nonostante il rapporto fortemente organico alla tradizione comunista) disponibile alla mobilitazione e alla radicalizzazione. Una serie di caratteri tradizionali vennero a confliggere: il lavoro, da valore primario per tutto il movimento di classe, diveniva un disvalore. La disciplina “triste”, per un secolo alla base dell’organizzazione operaia, lasciava il posto all’elogio dell’indisciplina, o quantomeno alla liberazione creativa legata al rapporto “informalizzato”. Al realismo politico di tradizione machiavellica e leninista, subentrava un bisogno di idealismo libertario incoercibile alla mediazione, tanto politica quanto sociale.

Questa frattura è ancora oggi scomposta. Non solo attualmente: nell’arco degli ultimi trent’anni queste difficoltà hanno scavato nei movimenti, depositandosi come “luogo comune” mai davvero problematizzato. Ancora oggi, nella sinistra antagonista, rimane inevasa la questione della relazione con la maggioranza dei settori subalterni, così come, nella multiforme s/composizione che nel tempo è andata assumendo l’identità dei soggetti sociali, è assente un qualsiasi terreno comune per il superamento di questa frammentazione. Di fronte ad uno scenario sociale in costante arretramento, ad un impoverimento generalizzato e addirittura socialmente trasversale, che coinvolge progressivamente strati sempre più vasti di popolazione, dagli anni Novanta i movimenti continuano ad essere confinati in una tensione tra marginalità rivendicata e aspirazioni maggioritarie ma incapaci di stare al passo con le epocali trasformazioni a cui sta andando incontro il Capitalismo, con l’evidente rischio di trovarsi intrappolati in una minorità sociale incapace di estendere le proprie relazioni e la propria cultura oltre la sempre più ristretta cerchia di militanti.

Oggi che la politica, quella ufficiale, prosegue nella sua impermeabilità alle richieste dei ceti popolari, l’unica opzione politica credibile sarebbe riproporre quel rifiuto che il ’77 è stato capace di organizzare e far vivere dentro larghe fasce di società. Ma alcuni dei caratteri distintivi di quel movimento alla ricerca di un giusto equilibrio tra innovazione e tradizione comunista, impediscono ancora oggi l’obiettivo di quel consenso popolare attorno a idee e pratiche veramente rivoluzionarie. E’ di questo che dovremmo tornare a discutere oggi. Ed è in tal senso che rimane ancora inevasa la domanda che agita i sogni dei comunisti: come si ricostruisce un movimento rivoluzionario capace di superare in avanti l’ultimo vero e grande movimento rivoluzionario del nostro paese, il movimento del ’77?

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