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venerdì 28 aprile 2017

Mafia Capitale. Quelli “di sopra” scaricano il “mondo di mezzo”

Le pesantissime richieste di condanna per il processo su Mafia Capitale non ci convincono né ci rassicurano. Vogliamo dirlo subito evitando giri di parole, preamboli e arzigogoli. Lo affermiamo perché delle connessioni tra criminalità, politica e neofascisti ci siamo occupati a fondo e con largo anticipo sia rispetto all’inchiesta della magistratura che ad iniziative editoriali come “Suburra”. Mentre nel Pd romano c’era chi avviava alleanze trasversali con la destra, il nostro giornale segnalava le numerose connessioni tra il milieu neofascista e la criminalità nella Capitale.

Le condanne tombali richiesta dalla requisitoria dei pm nel processo contro il network di Buzzi, Carminati etc. appaiono per un verso sproporzionate ai reati contestati, per un altro un tentativo di legittimazione sul piano penale di una ipotesi – quella dell’associazione mafiosa – che ha solo scalfito, e molto parzialmente, il sistema politico/criminale che imbriglia la vita economica e sociale della città.

La tesi sostenuta dai pm è che su Roma agiva una organizzazione di stampo mafioso che ha diretto, inquinato, determinato appalti e finanziamenti nell’area grigia del “terzo settore”, quello prosperato con la sistematica de/responsabilizzazione dei soggetti pubblici (Comune, Regione, governo) dalla gestione dei servizi sociali e con lo smantellamento dei sistemi di welfare.

Si è trattato di una associazione mafiosa che, a detta dei magistrati, a Roma non ha avuto bisogno della coercizione e della violenza caratteristica delle organizzazioni mafiose nel Meridione, perché l’humus su cui agiva (consiglieri comunali, assessori, dirigenti e funzionari) era “bendisposto” ad accettare tutte le proposte che gli venivano fatte, dovendo discutere solo sul “quanto” sarebbe spettato di competenza nella spartizione dei finanziamenti di ogni soggetto del sistema corruttivo. Insomma agitare, e solo agitare, l’intervento dello “spezzapollici” è stato spesso superfluo o più che sufficiente per produrre un sistema integrato che, tramite cooperative sociali, ha gestito i servizi di competenza del Comune di Roma su accoglienza migranti, campi rom, pulizia urbana, “esternalizzati” in nome del risparmio e dei tagli di bilancio.

E’ fin troppo evidente che quanto rivelato dall’inchiesta su Mafia Capitale non sia una “falla” del sistema ma la struttura “normale” del sistema stesso, quello che dagli anni Novanta in poi, tramite il boom del terzo settore, ha via via sostituito il welfare di competenza e responsabilità delle istituzioni pubbliche. Questo boom è stato la conseguenza pratica di una ideologia – la sussidiarietà alla rovescia – incubata dall’intreccio tra il mondo cattolico (democristiano) e quello delle cooperative “di sinistra” (ex Pci, poi Pd).

Dentro questa zona grigia, hanno prevalso o i grandi gruppi del mondo cooperativo (Lega Coop e Confcooperative) o le holding di cooperative sociali più spregiudicate che hanno via via “cannibalizzato” quelle più piccole. Il mondo di Buzzi è questo e non altro. Le sue connessioni politiche sono dentro questo magma a cavallo tra politici ex democristiani ed ex Pci dell’ultima generazione (i peggiori).

Diverse sono invece le connessioni politiche e affaristiche di Carminati. Un killer neofascista che ben rientra nella filiera degli “uomini neri” disponibili a fare il lavoro sporco ovunque gli venisse richiesto: dalle rapine agli omicidi, dal cecchinaggio nella guerra civile in Libano alle compartecipazione negli affari del “tesoretto nero” dei neofascisti italiani a Londra.

Quella di Carminati non è la zona grigia del terzo settore, ma la zona nera di connessione tra neofascisti e malavita emersa sistematicamente in decine di inchieste e fatti di cronaca nera che abbiamo ampiamente documentato anche sul nostro giornale.

Questa convergenza tra zona grigia e zona nera, tra il mondo di Buzzi e quello di Carminati può essere considerata una associazione mafiosa? Rispondere positivamente significa due cose diverse: accettare l’impianto accusatorio dei pm e quindi condanne tombali e accettare l’idea che questa sia solo una distorsione del sistema, dunque una sorta di capro espiatorio, una catarsi per liberare dalle metastasi un organismo che si vorrebbe sano, addirittura virtuoso.

Ma chi vive, indaga e conosce la vita economica e sociale di Roma sa benissimo che il “malaffare” strutturale non alligna nei bassifondi del “mondo di sotto” ma nei salotti del “mondo di sopra”, che non si incontra nei locali delle cooperative sociali ma nei ristoranti di lusso o nei circoli sportivi esclusivi.

Non è un caso che siano saltati i più modesti patti “della coda alla vaccinara” (sui rifiuti) o della “carbonara” (sulle cooperative sociali) realizzati da esponenti politici di centro-destra e centro-sinistra piuttosto che gli accordi multimilionari sulla cementificazione a Tor di Valle, sui Piani di Zona, sui Punti Verde Qualità, sulla Metro C. Nonostante su alcuni di questi ci siano inchieste della magistratura, non si è ancora approdato a nulla.

Al contrario l’enfasi su Mafia Capitale, che ha messo le mani sulle briciole, è servita più ai titoli di prima pagina che alle soluzioni sui mali di Roma.

Ma dobbiamo anche dirci che queste soluzioni non spettano, non possono e non devono spettare, alla magistratura né ai tecnici del Comune o del Ministero delle Finanze. Le soluzioni spettano alla politica, ad una visione generale dei problemi e delle soluzioni. Una visione di cui non si vede ancora traccia anche nell'attuale giunta comunale che pure ha vinto proprio annunciando una discontinuità con quelle precedenti.

Ma anche a Roma, l’accettazione quasi religiosa dei vincoli di bilancio e la primàzia degli interessi privati su ogni competenza pubblica, vede questa visione "politica" abdicare da troppo tempo, affidandosi in basso agli scherani di mafia capitale e in alto alle banche, alle cordate di prenditori, alle multinazionali. Tutti imputati che non abbiamo visto sul banco nel processo per Mafia Capitale.

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