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lunedì 22 maggio 2017

“C’è continuità tra Obama e Trump in Medioriente”. Intervista a F. Scaglione

La “svolta” di Trump in Medio Oriente merita di essere analizzata a fondo. Radio Città Aperta ha intervistato Fulvio Scaglione, giornalista, editorialista de L’Avvenire vice direttore di Famiglia Cristiana. Buongiorno Scaglione.

Buongiorno, buongiorno a tutti.

Prima di tutto grazie per essere con noi. Dicevamo del discorso di Trump ieri... Tutta la stampa italiana ne sottolinea la forte rottura rispetto alle politiche condotte in precedenza da Obama... Il succo del discorso è che Trump arriva e dice: non dobbiamo noi portarvi democrazia e stili di vita, dovete pensarci voi e voi dovete aiutarci a combattere il terrorismo. Solo che fa tutto questo discorso in Arabia Saudita che, rispetto al terrorismo, è un luogo un po’ particolare. Quale è la situazione, secondo lei?

Io non vedo tutta questa grande rottura, francamente, rispetto al recente passato perché – se andiamo oltre la forma, oltre le apparenze – che cosa vediamo? Vediamo che Obama, che ebbe rapporti freddi con la casa reale saudita, però è stato il presidente che prima di Trump ha siglato con l’Arabia Saudita le più grandi forniture di armi della storia degli Stati Uniti. Ora Trump sembra avviato a superarle, ma resta il fatto che, pur nella freddezza, pur nella scarsa simpatia di fondo, Obama ha fornito ai sauditi tutti gli strumenti necessari per condurre la guerra in Yemen, per supportare il terrorismo islamico di stampo sunnita in tutto il medioriente, ecc. ecc. Trump si appresta a farlo, lo fa in una maniera un po’ più scoperta, perché Trump si è presentato sulla scena della politica internazionale soprattutto come un presidente degli affari e quindi va lì, l’Arabia Saudita – che pure ha un debito pubblico di 57 miliardi di dollari – spende 300 e rotti miliardi per un accoro decennale in forniture belliche e questi 300 miliardi vanno agli Stati Uniti di Donald Trump. La differenza è veramente, secondo me, minima. Quanto al discorso, è abbastanza grottesco. E’ grottesco che Trump vada proprio in casa di uno dei principali sponsor dell’Isis e dei movimenti terroristici di stampo sunnita a dire: “lottiamo insieme contro il terrorismo”. E’ come andare dalla volpe e dire: stiamo insieme contro lo sterminio delle galline.

Quindi lei quindi segnala, sostanzialmente, una continuità sostanziale nella politica statunitense tra Barack Obama e Donald Trump. Ciò che colpisce però è che Obama viene in ampia parte celebrato come un presidente che ha lavorato moltissimo per combattere il terrorismo e favorire la pace, mentre Trump viene già bollato probabilmente come il peggior presidente degli Stati Uniti. Nei fatti, poi, le politiche condotte soprattutto nei rapporti con l’Arabia Saudita sono quasi identiche.

Sono quasi identiche e, soprattutto, sono politiche che non sono condotte né da Obama, né da Donald Trump. E’ piuttosto evidente, evidentissimo nel caso di Trump, ma anche abbastanza evidente nel caso di Obama, che la politica, i veri policy maker per quanto riguarda certe decisioni in questi campi, non sono i presidenti, ma altri centri di potere della struttura istituzionale americana: il Dipartimento di stato, il Pentagono, cioè il complesso industrial-militare, i servizi segreti. I presidenti, sostanzialmente, danno la veste esterna, danno la confezione ad un contenuto che però non è deciso da loro. Per questo le politiche americane in Medioriente si assomigliano tutte, a dispetto dei presidenti, della loro personalità e della loro provenienza politica.

Però che queste politiche abbiano fallito è indiscutibile, nel senso che – almeno formalmente – si erano proposte di combattere il terrorismo jihadista. Sappiamo che fare affari con l’Arabia Saudita è l‘ultimo modo per iniziare un discorso di guerra al terrorismo... Come si può portale ancora avanti e motivarle, anche pubblicamente, rispetto all’opinione pubblica?

Questo è quello che fanno i politici. La ragione per cui vengono portate avanti è esclusivamente l’interesse. Donald Trump torna in America e può dire di aver incassato un sacco di soldi, può dire che i sauditi oltre a tutti questi soldi per le armi spenderanno 200 miliardi di dollari in quattro anni per sostenere il piano di riforma delle infrastrutture degli Stati Uniti... Può vantare un “affare” agli occhi degli americani – ai quali importa poco, per dire, se muoiono i bambini nello Yemen... Quello che importa agli americani è che il loro paese possa riprendersi, possa prosperare e possa avere successo nel mondo. D’altra parte, quando si parla di questi temi non bisogna dimenticare un fatto. La guerra al terrorismo è stata ufficialmente dichiarata nel settembre del 2001 da George Bush junior, subito dopo gli attentati alle Torri gemelle. Siamo nel 2017, sono passati più di 16 anni, e quello che noi abbiamo di questa guerra al terrorismo è un colossale, completo fallimento. Non c’è un solo indicatore che ci dica che questa guerra al terrorismo abbia prodotto, stia producendo o produrrà qualche effetto positivo. Cito solo qualche dato al volo, per non essere noioso. Dal 2000 al 2016 i morti per atti di terrorismo nel mondo sono aumentati di 9 volte; tra il 2013 e il 2014 i paesi che hanno subito più di 500 morti per atti di terrorismo sono passati da 5 a 11, dal 2014 al 2015 gli attentati kamikaze sono aumentati del 18%. Quindi questa guerra al terrorismo, se mai c’è stata, è un colossale fallimento. Ed è un fallimento, evidentemente, perché non si può essere amici degli amici dei terroristi. Non si può essere amici e fare affari ed essere alleati, anzi dir loro che sono fondamentali nella lotta al terrorismo; proprio a paesi come Arabia Saudita, Qatar ecc. ecc, che sostengono e finanziano l’Isis e gli altri movimenti radicali sunniti.

Dati che non lasciano veramente scampo... Ultimissima cosa. L’unica, forse, reale differenza che si può cogliere nell’approccio che ha dato ieri Donald Trump potrebbe essere legata ai rapporti con l’Iran. Se durante la presidenza Obama qualche distensione c’era stata, il discorso di ieri, che rinforza il legame statunitense con l’Arabia Saudita, potrebbe mettere un po’ nell’angolo l’Iran e quindi modificare, in qualche modo, le prospettive.

Io faccio due ipotesi su questo... E’ indubbio che c’è un maggiore irrigidimento nei confronti dell’Iran così come è indubbio che il maggior successo in politica estera degli otto anni di Obama fu, appunto, l’accordo sul nucleare iraniano, raggiunto nel 2015. Questo irrigidimento di Trump potrebbe voler dire due cose: la prima, bisogna prenderlo alla lettera anche quello che ha detto il Segretario di Stato, Tillerson: cioè veramente la Casa Bianca odierna crede che i problemi del Medioriente siano causati dall’Iran. Nel qual caso siamo al dramma, perché vuol dire non vedere quello che hanno fatto Arabia Saudita, Qatar, la Turchia in tutti questi anni... Oppure Trump parla così perché vuole mandare un messaggio indiretto alla Russia, che è grande amica dell’Iran, è sponsor della Siria di Assad, e con questo messaggio indiretto in qualche modo procedere in quell’opera di riconquista dell’appoggio dei neocon americani che sono, insieme con i democratici, la sua grande grande spina nel fianco. In questo caso siamo ugualmente al dramma, perché vuol dire semplicemente che l’impeachment di Trump è già avvenuto. Trump sta alla Casa Bianca ma chi comanda è qualcun altro.

E sarebbe inquietante, forse ancor di più, della presidenza stessa di Trump. Grazie per il suo contributo Scaglione, come sempre.

Grazie a voi, buona giornata a tutti.

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