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giovedì 4 maggio 2017

Costituzione e rivoluzione

Merita una segnalazione ed un apprezzamento particolari il nuovo libro di Paolo Ciofi (Costituzione e rivoluzione. La crisi, il lavoro, la sinistra, Editori Riuniti, pp.216), intrigante e persino provocatorio, sin dal titolo, per la mediocrità e l’opacità di tanta parte del pensiero politico contemporaneo.

Il testo propone – preceduta da un importante saggio introduttivo – una selezione degli scritti pubblicati dall’autore lungo l’ultimo decennio, suggerendo come chiave di lettura, come centro di annodamento, la crisi della sinistra “di classe”, smarritasi in mille rigagnoli in sterile, reciproca concorrenza dopo l’eutanasia del Pci e il definitivo approdo liberista del Partito democratico. E sino ad oggi incapace, malgrado la manifesta “crisi sistemica” del capitale, di ritrovare il bandolo della matassa, di rintracciare i fondamenti teorici e la strumentazione critica necessari a comprendere la proteiforme natura del capitalismo nel tempo presente ed elaborare un progetto politico che torni in connessione sentimentale con i proletari di questo paese, con coloro che, per usare una felice espressione di Ciofi, “per vivere hanno bisogno di lavorare”.

Costoro sono oggi oggetto di un esproprio materiale e di una colonizzazione sociale da parte di un pugno di “proprietari universali” che ha concentrato nelle proprie mani una ricchezza ed un potere immensi, da fare impallidire, per qualità e quantità, i ritmi e le dimensioni dell’accumulazione originaria.

Siamo cioè di fronte ad una vera e propria “dittatura del capitale” artefice dello “sfruttamento totalitario del lavoro, ricondotto allo stato primordiale di merce, come fosse foraggio per il bue” e, non di meno, protagonista di una vorace, sistematica rapina della natura.

Ma benché “la dura realtà dei fatti abbia cominciato ad aprire falle consistenti nella favolosa costruzione ideologica delle classi dominanti” che spaccia la moneta falsa di un mondo dove non vi sarebbero più classi ma solo individui liberi di costruire il proprio destino, la sinistra cosiddetta alternativa continua a risultare, nel complesso, “culturalmente e politicamente trascurabile”: un deficit teorico e pratico che ha comportato la cancellazione del lavoro dall’orizzonte teorico-politico dei partiti e all’esclusione delle classi lavoratrici dal sistema politico, “aprendo un vuoto di rappresentanza che ha messo capo a una profonda crisi democratica”.

Con la sferza di una corrosiva ironia Ciofi mette alla berlina l’improvvido espianto di un pensiero critico in grado di contrastare il pensiero unico “liberal-liberista” con la conseguenza – scrive l’autore citando Manuel Vasquez Montalban – che “si abbandona il marxismo e si finisce per credere agli oroscopi”, non riuscendo più a capire né come è fatto il mondo in cui viviamo, né a distinguere il bene dal male e il vero dal falso.

Di grande efficacia è la descrizione della progressiva metamorfosi che ha fatto del Pd “un partito della borghesia dominante”, dedito non già a mutare, bensì a conservare i rapporti sociali esistenti e dove il preteso riformismo si risolve nell’obiettivo di “stimolare le virtù dei ricchi per alleviare le sofferenze dei poveri”, e dove all’affermazione dei diritti si sostituisce l’erogazione di bonus, vale a dire “graziose (e lunatiche) concessioni che il moderno sovrano” concede ai propri sudditi questuanti.

Così, la fase della democrazia italiana “incardinata sulla dualità lavoro-capitale” viene annullata da una fraudolenta narrazione in cui le classi sociali e il conflitto fra di esse rappresentano una patologia della vita comunitaria, retaggio di una ideologia consunta da sostituire con “un bipolarismo partitico conchiuso nel perimetro di una sola classe sociale”, quella dominante.

L’obiettivo – consapevolmente perseguito – è la revoca del patto costituzionale che “si fonda sulla libera associazione politica dei lavoratori”: il posto che la Carta riserva al lavoro viene consegnato al capitale e all’impresa che ne rappresenta l’incarnazione secolare. E ciò in quanto per lor signori – come ci ricorda Ciofi citando la volgare, ma istruttiva prosa di un Piero Ostellino – “una merce, quale è il lavoro, non può essere posta a fondamento della Repubblica”.

Di fronte a tutto ciò, in una situazione in cui la forbice della disuguaglianza ha assunto dimensioni inaudite, in cui “il 10 per cento della popolazione possiede circa il 50 per cento della ricchezza” e dove “il reddito delle 80 persone più ricche del mondo è oggi pari a quella del 50 per cento della popolazione più povera”, si impone – continua Ciofi – la domanda “ineludibile” di quale sia “la causa di fondo che dà origine a questo insostenibile stato di cose”.

Ebbene, affinché la risposta vada alla radice del problema occorre per l’autore risalire alla sorgente della diseguaglianza, cioè “alla natura del capitale”, al suo essere, prima di tutto, un rapporto sociale e, precisamente, un rapporto che divide l’umanità in due parti distinte e contrapposte: quella che detiene i mezzi di produzione e quella che non possiede nulla se non la forza lavoro che è costretta a vendere ai detentori esclusivi della proprietà. “Un rapporto – afferma Ciofi – in continua evoluzione, articolato oggi nelle mille forme diverse del lavoro precario e discontinuo, che maschera e rende invisibile la parte proprietaria. Ma non la elimina, anzi la rafforza”.

Ecco, allora, che se non si afferra per le corna questo nodo della proprietà, questo “convitato di pietra”, questo “tabù innominabile”, se non si comprende che “la distribuzione della ricchezza dipende in ultima analisi dalla distribuzione della proprietà” non si verrà mai a capo di nulla, come dimostra la crisi irreversibile di tutte le socialdemocrazie che hanno coltivato e si sono infrante nell’illusione di attenuare le contraddizioni sociali attraverso misure redistributive che lasciavano inalterati i rapporti di produzione capitalistici. Con l’esito drammatico che il ciclo socialdemocratico si è concluso “non con un compromesso, ma con una completa resa delle armi, nel pensiero e nella prassi”.

Il fatto è che “a una potenza sociale che genera un prodotto comune dovrebbero corrispondere forme di proprietà pubbliche, sociali e comunitarie”, mentre accade l’esatto contrario perché la proprietà è stata in questi anni “espropriata e privatizzata”.

Eppure abbiamo da gran tempo a disposizione “un progetto di nuova società che guarda al futuro”, che salda libertà ed uguaglianza e che “offre una tavola di valori alternativi” attraverso i quali fondare una comunità solidale del lavoro.

Questo progetto esiste e vive nella Costituzione del 1948, riaffermata, con il voto referendario del 4 dicembre scorso, come la legge fondamentale dello Stato. Essa – ci ricorda Ciofi – rappresenta la stella polare che può consentirci, attraverso uno sviluppo progressivo della democrazia fondata sul lavoro, di varcare “le colonne d’Ercole del sistema del capitale” e di orientarne lo sviluppo “in direzione di una civiltà superiore, che potremo definire nuovo socialismo”.

I 12 articoli che tessono l’ordito dei principi fondamentali della Carta non si limitano infatti ad affermare i diritti fondamentali di ciascuno, ma impongono alla Repubblica il compito di renderli effettivi, “rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del Paese”.

Di più, l’intero titolo III che fissa in norme cogenti l’ossatura dei rapporti economico sociali delinea un progetto politico-sociale che pone limiti precisi alla iniziativa privata, libera sì, ma solo a condizione che sia finalizzata all’interesse sociale, subordinata alla programmazione e agli indirizzi che competono alla mano pubblica e in ogni caso tale da “non recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Al punto di prevederne l’esproprio e l’assegnazione a comunità di cittadini o di lavoratori ove questo fondamentale precetto venga disatteso e violato.

Ha dunque del tutto ragione, Paolo Ciofi, quando sottolinea che “il pluralismo nelle forme della proprietà e la stessa visione dell’iniziativa economica (...) delineano un progetto di cambiamento in progress che incide profondamente nelle strutture della società, stabilendo una relazione inedita, sconosciuta in altri progetti del Novecento e ricca di implicazioni straordinariamente attuali tra impresa e utilità sociale, tra solidarismo e personalismo, tra individuo e classe, che conferisce all’intero impianto della Costituzione un respiro di portata strategica per l’Italia e per l’Europa”.

Insomma, la Costituzione fornisce “elementi essenziali per un programma fondamentale (...), per ripensare un’idea di socialismo che non sia l’ennesima variante della subalternità al capitale”.

La Costituzione italiana è anche utile a costruire una piattaforma da utilizzare nel campo di battaglia europeo, monopolizzato da un’oligarchia capitalistico-finanziaria che ha fatto dell’aggressione al lavoro e della liquidazione del welfare o di ciò che ne resta la propria missione fondamentale.

Perciò si tratta di lavorare per azioni di lotta transnazionali contro la deflazione salariale, per la piena occupazione, per la fissazione di standard comuni di tutele sociali e ambientali, e comuni politiche fiscali, nello spirito di un “nuovo internazionalismo del lavoro”. Tuttavia – ammonisce Ciofi – “questa ineludibile visione internazionalista rimarrà appesa nel regno dei cieli se, nello stesso tempo, non cresceranno nei territori nazionali lotte e movimenti concreti (...) con l’obiettivo, per noi italiani, di dare attuazione alla Costituzione”.

Ebbene, può la Costituzione rappresentare il collante di una nuova coalizione di forze sociali e politiche, di soggettività di movimento ed energie intellettuali oggi scollegate quando non divise? La risposta di Ciofi è affermativa, purché si dismetta l’inveterata abitudine di avvitarsi in procedimenti politicisti che danno luogo a fallimentari accrocchi: “prima i contenuti” e solo dopo gli schieramenti, secondo la “rivoluzione copernicana” invocata da Enrico Berlinguer, e non solo in prossimità delle consultazioni elettorali. Anzi, scansando le ossessioni elettoralistiche su cui si sono spesso infrante tante velleitarie scalate al cielo.

Ciofi conclude quasi con un’invocazione: “Serve una nuova soggettività politica, un partito nettamente schierato dalla parte del lavoro (...) a disposizione degli sfruttati e degli oppressi, per la liberazione di se stessi e la trasformazione della società (...); non un partito del leader, ma al contrario un leader al servizio del partito, associazione di donne e uomini liberi, che pensa e agisce come intellettuale collettivo”.

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