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venerdì 5 maggio 2017

Dal tramonto all’alba. Il delirio dei gunners de noantri

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei... Vecchio detto popolare, ormai quasi dimenticato, che traduceva il ben più antico asinus asinum fricat. E se vai con Angelino Alfano “la risposta è dentro di te…”, sentenzia Quelo.

Frutto del solito osceno compromesso tra “securitari” di diversa estrazione, la nuova legge approvata ieri alla Camera, che modifica le norme sulla cosiddetta legittima difesa, è un aborto sia politico che giuridico. La merda reazionaria è così tanta che neanche la “narrazione” renziana riesce – stavolta – a coprirne le vergogne.

Sul piano politico contingente c’è ben poco da aggiungere a quanto detto sul decreto Minniti a proposito di “decoro urbano”. Anche questa legge sembra voler rispondere a un “allarme sociale” suscitato e manipolato ad arte dal sistema mediatico più infame d’Occidente, produttore di fake news in quantità industriale su qualsiasi tema d’interesse dei gruppi dominanti.

La vera differenza con il decreto Minniti è che qui si privatizza buona parte del “problema della sicurezza”, concedendo ai singoli cittadini di farsi giustizia da sé in tema di “difesa della proprietà”. E’ fin troppo chiaro, infatti, che si cerca di accontentare un fascia di ceto medio proprietario che sente l’impoverimento progressivo, ma non riesce a capirne né le ragioni né, tantomeno, le possibili soluzioni. Gente che ha realizzato il sogno della sua vita – si è fatta la villetta nell’hinterland metropolitano, una bella macchina e qualche gioiello – e avverte che tutto questo è avvolto dalla precarietà più totale. Dargli il permesso – tutto psicologico – di premere il grilletto quando si sente in pericolo può produrre consenso politico a breve, anche a costo di creare qualche vittime di più. Sia tra i ladri che tra i proprietari, ovviamente, perché una volta innalzato il livello della violenza “accettabile” fino all’omicidio, non è affatto detto che non ci sia un eguale innalzamento anche dall’altra parte, visto che nessuno ha una vita di riserva.

Perché diciamo – e non solo noi – che “si privatizza” la difesa? Perché lo Stato moderno è nato anche per eliminare la “guerra di tutti contro tutti”, la pratica della vendetta (individuale o familiare, come accade nelle faide). Per riuscire nello scopo, lo Stato “assume su di sé sia la colpa che la punizione”, provvedendo a colpire “il colpevole” (con un sistema penale, giudiziario e carcerario appositi) e vietando alla vittima di procedere per conto proprio. E’ lo Stato dunque a svolgere le indagini, formulare l’accusa e determinare – con processo condotto da un giudice diverso da quello che ha indagato – quale sia la punizione proporzionata per ogni tipo di reato, sottraendola alla determinazione individuale e soggettiva (banalmente: la vittima potrebbe volere la pena di morte anche per il furto di una bicicletta...). Tant’è vero che la parte della vittima nel processo è quella di “parte civile”, autorizzata a chiedere una condanna e un risarcimento, che non spetta però a lei determinare.

Si dirà: va bene, ma che c’entra questo con la “legittima difesa”? Nella legislazione attuale chiunque è autorizzato a difendere il proprio corpo e le proprie cose dalla violenza o dal furto altrui. L’unica limitazione consiste nella “proporzionalità”.

Dal punto di vista dei princìpi teorici, chi ha scritto questo disegno di legge (che dovrà ora passare l’esame del Senato) nega di voler abbandonare il principio della proporzionalità. Forse per pura vigliaccheria intellettuale, introduce invece un principio di indeterminatezza assoluto: se sei stato “turbato” da un’irruzione nella tua abitazione (laboratorio, capannone, negozio, ecc) puoi sparare e uccidere senza timore di essere condannato per omicidio volontario.

Dov’è l’escamotage? Semplice: come si fa a decidere quanto uno è stato turbato? E’ un’autodichiarazione, fatta a mente fredda, dopo aver sparato. E non c’è avvocaticchio di paese che non abbia già provato a tirar fuori questo argomento in ogni caso di “eccesso colposo di legittima difesa”. Solo che prima di questa legge il giudice doveva verificare se quel “turbamento” era reale o inventato, desumendolo dai rilievi della polizia scientifica (se il ladro ha ricevuto quattro pallottole nella schiena, sparate da venti metri, a 200 metri dall’abitazione, è presumibile che ci sia stata molta intenzionalità e non uno “sconcerto momentaneo”...). Ora, invece, basterà appellarsi al “turbamento”.

Si potrebbe ironizzare a lungo su molte delle formulazioni usate nel testo di legge per giustificare questa “innovazione”. Per esempio: “la colpa dell’agente è sempre esclusa quando l’errore è conseguenza del grave turbamento psichico causato dalla persona contro la quale è diretta la reazione in situazioni comportanti un pericolo attuale per la vita, per l’integrità fisica, per la libertà personale o sessuale”. A rigor di logica, anche il licenziamento potrebbe essere considerato “un pericolo attuale per la vita”, ecc. Non riceverai più un salario, hai un mutuo da pagare, figli da mantenere, non puoi “riciclarti” in altre professioni... E infatti molta gente si suicida, per questo. Segno che il “turbamento” è stato veramente sconvolgente, ancorché la “reazione” venga rivolta contro se stessi. Ma nulla può escludere che in qualche caso a rimetterci le penne sia l’autore del licenziamento (padrone, amministratore delegato, ecc), come testimoniano diversi casi di omicidio-suicidio in diversi paesi (a partire naturalmente da quelli in cui l’uso delle armi è cultura di massa, come negli Usa).

Gli sfottò si sono però naturalmente concentrati su un’altra idiozia contenuta nel testo: tutti i ragionamenti fatti sopra valgono se “la reazione” viene messa in atto “di notte”. Come se il buio dei cervelli che hanno lavorato su questa legge potesse essere lacerato soltanto dalla fiammata di uno sparo.

Ci dovrebbe lavorare su Quentin Tarantino... Forse ne tirerebbe fuori un sequel.

Un'analisi tecnico-giuridica più autorevole è certo quella offerta da Livio Pepino, su "il manifesto".

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Un tratto di penna sul diritto penale

Il voto a Montecitorio. Mai, neppure in epoca fascista, i principi di civiltà giuridica e le regole di convivenza avevano subito uno strappo così profondo e lacerante

Nel nostro Paese c’è, ormai da anni, un dato costante. I reati diminuiscono: quelli più gravi (gli omicidi sono scesi da 1.901 nel 1991 a 468 nel 2015, molta parte dei quali commessi tra le mura domestiche) e quelli più modesti (nel 2016 i furti d’auto sono stati 108mila, con una diminuzione di oltre il 10% dal 2014). Eppure la grancassa mediatica, sull’onda di alcuni drammatici episodi, racconta una storia diversa di insicurezza crescente. E la politica, alla disperata ricerca di un consenso elettorale che ne occulti la crisi, si adegua e cavalca la tigre. Così la destra e quella che un tempo si definiva sinistra fanno a gara nell’aumentare le pene, nel trasformare i sindaci in sceriffi, nel trasformare lo stato sociale in stato penale. Basta guardare gli ultimi interventi di governo e parlamento. Il 20 febbraio il governo ha varato il «decreto sicurezza» finalizzato al «rafforzamento della vivibilità dei territori» e al «mantenimento del decoro urbano», che attribuisce ai sindaci significativi poteri in tema di ordine pubblico (anche avvalendosi del contributo di «soggetti privati»), amplia il loro potere di emettere ordinanze nei confronti di specifiche categorie di cittadini (legate a presupposti generici e indeterminati come la difesa da «incuria e degrado» o la tutela «del decoro e della vivibilità urbana»), introduce pesanti limitazioni alla libertà di movimento e stazionamento in determinate aree cittadine, estensione del Daspo previsto per le manifestazioni sportive a situazioni di marginalità sociale e via elencando. Poco meno di un mese dopo, poi, il Senato ha licenziato e trasmesso alla Camera il disegno di legge che modifica, tra l’altro, alcune parti del codice penale prevedendo un aumento spropositato delle pene, in particolare per i reati contro il patrimonio (a cominciare dalla fissazione di un minimo di tre anni di carcere per il furto in abitazione o «con strappo»).

Evidentemente non bastava. Così ieri la Camera ha approvato un nuovo abnorme ampliamento delle ipotesi di legittima difesa dopo quello intervenuto nel 2006, in un’altra stagione di enfasi sicuritaria diffusa. Già ora – è bene ricordarlo – è possibile per il cittadino difendersi da offese o aggressioni ingiuste a un proprio diritto e l’articolo 52 del codice penale prevede che è lecito a tal fine anche usare armi per difendere «la propria o l’altrui incolumità» e «i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione» se il fatto avviene in un’abitazione o «in luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale». Il cittadino, dunque, non è certo lasciato in balia della criminalità ed anzi le sue possibilità di reazione legittima sono assai estese (addirittura oltre il limite della proporzione tra offesa e difesa)! Ma il testo approvato dalla Camera – frutto, manco a dirlo, di un emendamento del Pd – va ben oltre, rendendo legittimo il ricorso alle armi in caso di aggressione che si verifichi «di notte» o con «violenza sulle persone o sulle cose», escludendo ogni responsabilità anche a titolo di colpa per chi eccede nella difesa se si trova in uno stato di «grave turbamento psichico causato dalla persona contro la quale è diretta la reazione», prevedendo che siano a carico dello Stato le spese legali sostenute da chi, sottoposto a processo, viene assolto per avere agito in stato di legittima difesa.

Siamo – se mai la norma sarà approvata anche dal Senato – a un salto epocale. Mai, neppure in epoca fascista, i principi di civiltà giuridica e le regole di convivenza avevano subito uno strappo così profondo e lacerante. È l’introduzione nel sistema di una sorta di (possibile) pena di morte privata, cioè decisa dalla persona offesa (o dalla presunta persona offesa) e da essa direttamente inflitta. È la cancellazione, con un tratto di penna, del diritto penale moderno che ha come idea guida e ragion d’essere la sottrazione del reo alla vendetta privata e l’attribuzione esclusiva allo Stato del potere di punire le condotte illecite, all’esito di un processo garantito e ad opera di un giudice imparziale. La promessa elettorale di maggior sicurezza («vi difenderemo meglio») svela, infine, il suo reale contenuto: «difendetevi da soli e, comunque, vi garantiremo l’impunità».

La «sicurezza», a cui tutti, legittimamente e giustamente, aspiriamo, non è l’effetto di più carcere, di più repressione o, addirittura, di una diffusa licenza di uccidere. Essa è altro: avere una prospettiva di vita degna di essere vissuta per noi e per i nostri figli, vivere in un ambiente accettabile e ospitale, sapere di non essere considerati rifiuti per il solo fatto di essere vecchi o malati o stranieri e via elencando. Certo la paura e l’inquietudine sono alimentate anche dalla diffusione di forme di criminalità e di comportamenti devianti; e, in ogni caso, a chi ha paura occorre dare risposte e non citare statistiche. Ma ciò rappresenta l’inizio, non la fine, del discorso. È, in altri termini, la base su cui costruire con pazienza e senza demagogia risposte attendibili. Un tempo questa era la strada tracciata dalla sinistra. Oggi a sostenerlo sembra essere rimasto, sulla scena mediatica, solo un comico (Maurizio Crozza che, qualche settimana fa, nel denunciare l’irrazionalità del crescendo repressivo, ha snocciolato con apparente candore i dati della sanguinosa escalation di delitti di sangue che caratterizza gli Stati Uniti, il paese in cui c’è la maggior diffusione di armi per difesa personale). C’è di che riflettere.

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