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lunedì 22 maggio 2017

Donald d’Arabia prova a dirottare l’Isis saudita contro gli sciiti


Non è una svolta storica, quella proposta da Donald Trump alle petromonarchie del Golfo, ma un ritorno al passato. L’unica rottura – vedremo presto quanto gravida di conseguenze – è con la linea di Obama e Bush, ossia con l’approccio “dirittoumanista” dell’imperialismo statunitense.

Nel discorso sull’Islam pronunciato a Riad, davanti agli sceicchi del Gulf Cooperation Council (Gcc), Trump ha cancellato ogni ipotesi di “esportazione della democrazia” – tranne un fugace passaggio sull’oppressione delle donne – in campo islamico-sunnita. Ossai l’architrave ideologico con cui, negli ultimi venticinque, è stata giustificata ogni guerra d’aggressione a paesi musulmani (Iraq, Libia, Siria, lo stesso Afhanistan, e naturalmente le cosiddette “primavere arabe”).

“Non sono venuto qui a darvi lezioni, non sono io a dirvi come dovete vivere. Ma occorre una coalizione internazionale contro il terrorismo. Le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che sia l’America a sconfiggerlo. Dovete battere voi questo nemico che uccide in nome della fede”.

E’ lo stesso Trump che in campagna elettorale accusava l’Arabia Saudita per l’attacco dell’11 settembre 2001. Non bisogna insomma leggere le sue parole in senso letterale, ma ricostruire i nessi storici tra interessi divergenti che erano entrati in pesante conflitto.

In pratica, Trump è andato a dire agli sceicchi che finanziano l’Isis e le altre formazioni jihadiste: “mollate questi gruppi e questa strategia, torniamo alleati nella lotta comune contro l’Iran e l’Islam sciita, in cambio non vi romperemo più le scatole con i diritti umani violati nei vostri paesi e vi venderemo tutte le armi che volete”.

Per essere ancora più convincente si era fatto precedere da un mega-accordo commerciale per 110 miliardi di dollari in armamenti, prima tranche di una commessa che vale 350 miliardi da qui ai prossimi dieci anni.

Gli Stati Uniti di Trump rinunciano tranquillamente alla pretesa di “conformare” una parte del mondo a propria immagine e somiglianza, prendendo atto che il terrorismo jihadista promosso dalle petromonarchie non è battibile senza pagare prezzi eccessivi; e soprattutto senza rompere definitivamente un legame con la più grande concentrazione di riserve petrolifere accertate e di relativamente facile estrazione.

Una rinuncia che naturalmente non diventa una nuova “dottrina” strategica, il “diritto umanismo” strumentale potrà tornare utile in qualsiasi altro scenario, anche a costo di inventarsi dittature che non esistono (l’aggressione in corso contro il Venezuela chiavista, in queste settimane, viene per l’appunto coperta con accuse di “dittatura” per la convocazione di un’assemblea costituente!). Ma l’Islam sunnita – perlomeno quello che staziona sul Golfo Persico – si è visto offrire un ramoscello d’ulivo dopo anni di “incomprensioni” che hanno generato Al Qaeda prima, Al Nusra e Isis subito dopo.

Lo raccoglieranno? Gli sceicchi non sono ingenui. Sanno che Trump può saltare prima della fine del mandato, e in quel caso il vecchio establishment (repubblicani e democratici Usa) potrebbe tornare a usare argomenti molto sgraditi per giustificare nuove aggressioni e destabilizzazioni. Ma dovranno mostrarsi pronti a cogliere l’occasione.

E’ presto per dire se questo implicherà nell’immediato una pressione sui gruppi jihadisti per ridurre numero e portata degli attacchi nelle metropoli occidentali. La strategia della “rete”, fatta di attivazioni di piccole cellule o addirittura individui slegati da ogni vincolo organizzativo duraturo, è difficile da disattivare per le stesse ragioni che la rendono impossibile da sradicare definitivamente. Soprattutto, in quei territori ormai occupati stabilmente (in Iraq, Siria, Libia, Mali, ecc), non sembra proponibile un “ritiro” jihadista. Ma certo una robusta chiusura dei rubinetti finanziari potrebbe convincere o costringere a ridurre le ambizioni dei gruppi più incontrollabili.

La svolta trumpiana sembra riportare moderatamente in auge il rispetto della sovranità nazionale e il principio della “non ingerenza negli affari interni” di un altro paese, e spiazza i pasdaran della “guerra umanitaria” nei governi occidentali. O quantomeno crea loro parecchi problemi nella gestione della propaganda. Ma non c’è infamia, su questo piano che non sia già stata ampiamente sperimentata (si sono attaccati in un quarto di secolo molti paesi perché governati da “dittatori”, ma sono sempre state protette le petromonarchie incubatrici dell’integralismo wahabbita); dunque non c’è da farsi troppe illusione.

L’approccio trumpiano è infatti dichiaratamente commerciale e “pragmatico”. Dunque ci si deve attendere una retorica di accompagnamento delle decisioni che varia caso per caso, al posto di un “pensiero generale” troppo difficile da rispettare in ogni angolo del pianeta.

Le conseguenze più rilevanti ed immediate riguardano invece il rapporto con l’Iran, messo di nuovo sul banco dei reietti nonostante la vittoria del candidato più “dialogante”. Non è difficile immaginare che Israele e le petromonarchie interpreteranno questa svolta come una semi-autorizzazione a forzare la mano in Libano (contro Hezbollah), in Siria e soprattutto contro Tehran.

Trump sta insomma cercando di liberarsi del “terrorismo” jihadista in Occidente incentivando i suoi sponsor a concentrarsi sull’avversario storico: gli sciiti.

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