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venerdì 26 maggio 2017

Dopo Manchester, l’istituzionalizzazione del terrore da parte del governo May

Intervista realizzata da Radio Città Aperta.

Ringraziamo Andrea Genovese, docente all’Università di Sheffield, collaboratore del giornale Contropiano. Parliamo naturalmente di quanto avvenuto pochi giorni fa a Manchester, contestualizzandolo però in una situazione più generale. Andrea, innanzitutto buongiorno e grazie della tua disponibilità.

Buongiorno a voi.

Quello che è successo naturalmente sta lasciando e lascerà dei segni. Non è la prima volta che il Regno Unito è oggetto di attentati di natura jihadista, però è la contestualizzazione che ci interessa. Il paese che quasi un anno fa ha voluto uscire dall’Unione Europea anche per questioni legate al tema dell’immigrazione, cui viene spesso associato il tema della sicurezza legata al jihadismo, un paese che si appresta ad andare al voto l’8 giugno... Quindi questo attentato non è un evento privo di conseguenze politiche a stretto giro di posta...

Sì, assolutamente. E’ un evento che rischia di lasciare un segno profondo. Innanzitutto è da poco terminato (giovedì 25 maggio, ndr) un minuto di silenzio che è stato osservato in tutto il Regno unito per commemorare le vittime dell’attacco. Attacco che, come ha dichiarato il primo ministro May, potrebbe non essere paragonabile a quelli che si sono verificati in passato proprio perché, per ammissione del primo ministro, potrebbe essere il primo di una lunga serie. Quindi... C’è, se vogliamo, l’istituzionalizzazione del terrore da parte del governo britannico e fa anche impressione vedere i militari schierati nelle strade per supportare la polizia nelle operazioni che si stanno svolgendo in questi giorni. C’è anche una psicosi che si sta sviluppando; si moltiplicano gli allarmi bomba. Poche ore fa è stata evacuata anche una scuola, sempre nell’area di Manchester, per un allarme bomba... Sicuramente le elezioni dell’8 giugno si svolgeranno in un contesto molto particolare. E’ chiaro che si tratta di un contesto, quello britannico, nel quale probabilmente questo tipo di cose erano ampiamente pronosticabili, visto che circa 700 foreign fighters erano partiti dal Regno Unito negli scorsi anni. Viste le sconfitte militari riportate dall’Isis nel corso dell’ultimo anno, circa 320 sono già tornati in patria e probabilmente si tratta di individui che fanno parte di una filiera ben organizzata – come è anche dimostrato dalle operazioni di polizia di ieri – pronta a colpire con queste metodologie. E sicuramente tutto questo rischia di lasciare un’impronta profonda sulla campagna elettorale. Quei temi della sicurezza, dell’immigrazione, rischiano di acquisire ancora più rilevanza nel discorso politico pubblico, in un momento particolare. Ricordiamo che adesso la campagna elettorale è sospesa fino a domani per gli eventi di Manchester, però nei giorni immediatamente precedenti all’attentato si era registrato nei sondaggi un primo recupero da parte del partito laburista di Jeremy Corbyn a svantaggio dei conservatori della May; recupero che era stato caratterizzata dalla campagna abbastanza efficace di Corbyn, che era parzialmente riuscito a spostare l’attenzione del pubblico su temi maggiormente di sinistra come l’educazione, la casa, il lavoro, cercando di implementare un’uscita dall’Unione europea su posizioni progressiste. E’ chiaro che questo evento rischia di riportare il dibattito pubblico e il discorso politico su posizioni probabilmente più consone al discorso conservatore; quindi la sicurezza, il blocco dell’immigrazione nonostante i governi conservatori degli ultimi anni siano stati corresponsabili dei fallimenti di politica estera, soprattutto in Medio Oriente, che poi hanno prodotto questa forza di effetti collaterali come quelli che stiamo osservando in questi giorni.

Diciamo che al netto di quanto avvenuto nello specifico, il ragionamento deve spostarsi sull’atteggiamento che l’attuale governo inglese ha in politica estera. Parliamo, ad esempio, della polemica che ha coinvolto più che altro gli Stati Uniti, ma riguarda anche il Regno Unito, sul sostegno militare ed economico al regime saudita e alle altre petromonarchie del golfo... Non si fa mai questo tipo di ragionamento, sembra più comodo il ragionamento “di pancia” sul tema dell’immigrazione... Non si ragiona invece sulle responsabilità che i governi hanno nel creare i presupposti che portano poi a queste conseguenze, agli attentati nelle nostre città. In campagna elettorale, in qualche modo, dovrebbe entrarci...

Sì, è assolutamente come dici tu. Questi collegamenti ovvi però sono purtroppo scarsamente ravvisati, sia dalla stampa che dagli altri mezzi di informazione britannici; e quella che tu definisci la reazione di pancia è quella che trova più largamente spazio, ovvero le classiche soluzioni legge ed ordine per andare a sconfiggere quelle che sono solo le manifestazioni ultime di questi fenomeni. Anche la storia di questo ultimo attentato ci descrive un po’ il fallimento della politica estera britannica in questi anni. Perché bisogna ricordare che proprio la famiglia dell’attentatore, libica, era scappata tra virgolette dalla Libia per fuggire dal regime del “crudele dittatore Gheddafi”, come era definito dalla stampa e dalla maggior parte delle forze politiche britanniche. Ovviamente questo dovrebbe determinare una sorta di corto circuito nell’opinione pubblica, che dovrebbe iniziare a porsi domande di un certo tipo sull’efficacia della politica estera britannica. Ma tutto questo non succede, anzi. La maggior parte dei tabloid – che poi sono quelli che hanno questo potere di creare l’opinione pubblica – sono prontissimi e molto efficaci a bastonare tutte le voci critiche che possono muoversi verso la politica estera britannica. Un paio di esponenti laburisti che negli scorsi giorni hanno provato, timidamente, a evidenziare questi link tra le conseguenze che si avvertono in casa e la politica aggressiva e imperialista del Regno Unito, di supporto a molti gruppi terroristi... questi esponenti laburisti, dicevo, sono stati prontamente randellati all’unanimità da media quali il Sun, il Daily Express, il Daily Mail... Questi tabloid, che sono di fatto i giornali più venduti nel Regno Unito, hanno il potere di creare un’opinione pubblica diffusa e di orientarla, purtroppo, a destra. Hanno avuto anche il potere di orientare il discorso politico sul processo di uscita dall’Unione Europea, declinandolo fortemente a destra. Questa è un’altra complessità di cui bisogna tenere conto, ovvero un discorso politico nel quale si tiene scarsamente in considerazione quello che è stato il ruolo dell’Unione europea nel promuovere politiche antipopolari. Si propone solo la questione dell’immigrazione, quale modo per scatenare una ulteriore guerra tra poveri.

Ultima battuta, Andrea. Alla luce di tutto questo, si può tratteggiare una prospettiva più o meno realistica di risultato elettorale, anche in relazione al fatto che si è in piena Brexit, in piena trattativa di uscita dall’Unione Europea? È un momento un po’ complesso, ci immaginiamo, per chi deve governare e guidare il paese...

Il momento è complesso e sicuramente la chiamata delle elezioni anticipate è stata una mossa cinica della May, che ha cercato sostanzialmente di trarre vantaggio da un momento nel quale i sondaggi indicavano il partito conservatore come trionfatore in eventuali elezioni. Questo processo è stato visto anche dalla May come un modo per compattare un partito conservatore nel quale esistono diverse sfumature, diverse posizioni sull’atteggiamento da tenere nelle negoziazioni con l’Unione europea. Come dicevo prima, 15 giorni fa, la sorte del partito laburista sembrava praticamente spacciata, si parlava di sondaggi che assegnavano ai conservatori il doppio dei voti rispetto a quello dei laburisti. Grazie al sistema elettorale britannico, questo si sarebbe tradotto in una vittoria a valanga. Però, come dicevo, negli ultimi 10 giorni le cose erano iniziate a cambiare, con una timida inversione di tendenza nei sondaggi, secondo cui la vittoria dei conservatori potrebbe essere di misura più ridotta. Quindi la May potrebbe avere comunque una maggioranza assoluta, alla Camera dei comuni, con la quale procedere nelle negoziazioni con un mandato forte. Ma la posizione del Labur potrebbe non essere così disastrosa, e quindi questo potrebbe riflettersi anche nelle dinamiche interne al partito e sulla posizione del leader Jeremy Corbyn, che dovrebbe affrontare nuove primarie, ma potrebbe comunque farlo su posizioni di forza, perché potrebbe incrementare i voti rispetto all’ultima elezione, quella del 2015, nella quale comunque i laburisti avevano subito una cocente sconfitta. Lo scenario che io prefiguro è quello di una vittoria conservatrice meno a valanga di quel che si pensava quando le elezioni sono state indette. Questo ovviamente significa tutto e niente, nel senso che al momento non è ancora chiaro quale sarà l’accordo che sarà trovato sul processo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, anche perché, ripeto, all’interno del Partito conservatore esistono varie sfumature, anche proprio sull’atteggiamento da tenere nei confronti della controparte e sulle diverse implicazioni della revisione dei trattati, come l’accesso al mercato unico, la questione dei cittadini europei residenti nel Regno Unito... Tutto questo non è presente in maniera chiara nel programma elettorale del partito conservatore, quindi c’è un altro elemento di confusione e di incertezza. La May chiede un mandato forte per sé, per negoziare, ma è sostanzialmente una sorta di delega in bianco.

Grazie Andrea, per il momento ti ringraziamo. Naturalmente ci riserviamo la possibilità di chiamarti ancora per ulteriori approfondimenti, visto che la situazione nel Regno Unito è delicata e densa di conseguenze. Grazie e buon lavoro.

Quando volete. A presto.

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