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martedì 30 maggio 2017

I Volontari del Donbass. Tra san Paolo e lotta alla junta di Kiev

Non c’è un’insegna o una targa fuori della porta, ma non per questo è un “centro cospirativo”: la sede dell’Unione dei Volontari del Donbass (SDD, Sojuz Dobrovoltsev Donbassa), nel centro di Mosca, a due passi da piazza Puškin, sembra rispondere a tutti i crismi di un luogo di ritrovo e di respiro per combattenti pro-LDNR, tra una permanenza al fronte e la successiva. Fondata nel 2015, sulla base dell’Unione dei Volontari – sorta ai tempi della guerra in Transnistria, nel 1992 e di quella nella ex Jugoslavia, a fianco dei combattenti della Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina – la SDD è attiva nell’aiuto umanitario, materiale, morale, sanitario, alla popolazione del Donbass e ai profughi dalla regione attaccata dalla junta ucraina, presta aiuto sanitario ai miliziani feriti in combattimento, sostiene economicamente le famiglie dei miliziani caduti e partecipa in prima linea alla resistenza delle Repubbliche popolari di Lugansk e di Donetsk. A capo dell’organizzazione è Aleksandr Borodaj, che fu il primo Primo ministro della DNR.

Ci siamo incontrati con Roman Jurevič Lenšin, nome di battaglia “Augusto”, ex direttore del Servizio di confine della LNR, ora a capo della Direzione della SDD e una delle personalità più in vista di questa organizzazione, che ha come motto “Per i propri amici”: versione ridotta del versetto della Bibbia “Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici”.

E se Lenšin non accentua più di tanto il proprio punto di vista politico, altri suoi compagni di fede non fanno mistero della propria visione monarchica, di obbedienza cosacca, con lineamenti di “socialismo cristiano”. Seguendo il motto di Giovanni apostolo (15; 13), dice Lenšin, la SDD si preoccupa di aiutare quanto più multilateralmente possibile la popolazione martoriata dal conflitto: sostiene i profughi che fanno ritorno nel Donbass, nella ricerca di lavoro o nell’assistenza psicologica. Aiuta i familiari, fuggiti in Russia, dei miliziani che combattono contro l’esercito di Kiev; sostiene materialmente quanti hanno avuto le abitazioni distrutte dai bombardamenti ucraini; cerca di intervenire nei casi, frequenti, in cui i battaglioni neonazisti, per ricattare i dirigenti di LNR e DNR, rapiscono i loro familiari che vivono in località a ridosso della linea del fronte.

A proposito dei battaglioni, Roman Jurevič, pur non escludendo un chiaro “coordinamento” tra le loro gesta e i piani dell’esercito, pone l’accento sulla piena mancanza di controllo da parte di Kiev sulle formazioni neonaziste e racconta episodi esemplificativi, riferiti da ufficiali ucraini passati dalla parte delle milizie. In un’occasione, uomini di “Ajdar” fecero irruzione in un comando dell’esercito, infilarono un cappuccio in testa a un ufficiale e lo portarono via, accusandolo di “fare il gioco del nemico”; molti ufficiali dell’esercito si sono ritrovati ostaggi di tale situazione, afferma Lenšin: militari di carriera, testimoni di quanto accade nel Donbass, non sopportano le efferatezze dei battaglioni.

Che dimensioni ha o ha avuto il fenomeno della fuga dei giovani in età di leva, che intendono sottrarsi all’invio nel Donbass, chiediamo. Si tratta di un fenomeno serio e considerevole, afferma Lenšin; i giovani non vogliono andare in guerra e questo è visibile “soprattutto nelle campagne delle regioni occidentali dell’Ucraina. Io stesso ho avuto al mio comando diversi di quei giovani, passati dalla nostra parte: alcuni chiaramente con motivazioni politiche, altri semplicemente perché non vogliono combattere. D’altronde, basta pensare che questi ragazzi di campagna vengono mobilitati e, dopo un paio di settimane di addestramento, si mette loro in mano un’arma e si mandano al fronte, dove è in corso una guerra autentica. E i ragazzi muoiono in numero spaventoso, rimangono intrappolati nelle sacche, come a Debaltsevo; non a caso l’esercito ucraino ha dislocato crematori direttamente dietro la linea del fronte: a dispetto della propaganda di Kiev, le loro perdite sono ancora molto pesanti. Non si può non aver commiserazione per tanti riservisti o ragazzi di leva, mandati allo sbaraglio. Nello scambio di prigionieri, noi abbiamo cercato di rimandarli a casa, anche se a volte ce li siamo ritrovati di fronte dopo pochissimo tempo. Ma d’altronde si tratta di nostra gente, cristiani come noi: la mente offuscata dalla propaganda di Kiev, ma prima o poi capiranno e allora noi preferiamo restituirli alle loro famiglie”.

Cosa può dire sulle motivazioni del conflitto in generale?

“Noi siamo consapevoli che tutto ciò sia stato provocato dai servizi segreti americani, per creare un focolaio di tensione in Europa: nell’Europa orientale, ma con effetti sull’intera Europa e conseguenze negative sull’economia europea”, dato che nella “guerra di sanzioni tra Russia ed Europa, è quest’ultima a perdere di più; basti pensare alla vicenda del “Mistral” francese o a compagnie come Siemens; e il loro posto è stato occupato tranquillamente da imprese statunitensi. Guardiamo alla Crimea: gli USA avrebbero voluto trasformarla in un proprio hub militare e commerciale e togliere un punto di influenza russo; poi avrebbero fatto lo stesso con Kaliningrad e Vladivostok e la Russia sarebbe stata così completamente accerchiata. Che Washington stesse preparando da tempo la propria azione, lo sappiamo anche dalle testimonianze dirette di prigionieri ucraini della brigata di L’vov: già dal 2013 essi erano addestrati da specialisti polacchi e canadesi per azioni di sabotaggio proprio nelle regioni di Donetsk, Lugansk, Kharkov e in Crimea. Nel 2012 atterrò a Lugansk un aereo americano, con a bordo un generale di brigata: poi la storia è stata occultata, ma proprio allora era stata decisa tutta l’azione militare attorno all’aeroporto, con l’accerchiamento di Lugansk, nell’agosto 2014, le efferatezze dei battaglioni nelle cittadine circostanti, come a Novosvetlovka o Khrjaščuvataja, lungo la direttrice tra Lugansk e Krasnodon. Certo, nessuno si immaginava una guerra con questo carattere, con le artiglieri ucraine che facevano terra bruciata su Donetsk e Lugansk, gli aerei che all’alba, ogni giorno, soprattutto a giugno e luglio 2014, bombardavano le città, finché le milizie non cominciarono ad abbatterli. Allora presero a bombardare ad alta quota, con la conseguenza che le bombe cadevano un po’ dappertutto, fuori che su obiettivi militari”.

Potrebbe illustrare quali diversi orientamenti politici sono diffusi tra le milizie popolari?

“Si tratta di un fenomeno originale: è in corso una guerra civile tra le autorità di Kiev, arrivate al potere con un golpe militare, e le milizie. Cosa si proclamava a majdan? “Abbasso gli oligarchi”, “autodeterminazione del popolo”, “riportiamo l’ordine” e via dicendo. Il risultato, di fatto, è che i nazionalisti hanno portato al potere altri oligarchi, Kolomojskij, Firtaš e compagnia, hanno cominciato a depredare i territori e si è verificato un fatto “curioso”: questi oligarchi, per la maggior parte di origine ebrea e alcuni dei quali hanno addirittura la cittadinanza israeliana e devolvono fondi per le sinagoghe, al tempo stesso finanziano i battaglioni neonazisti che si rifanno a Stepan Bandera e ai crimini banderisti contro gli ebrei. Persone i cui padri e nonni hanno subito l’olocausto, oggi sostengono il banderismo nelle peggiori forme. Noi abbiamo avuto occasione di contatti con persone che simpatizzano col banderismo degli anni ’40 e queste stesse persone sostengono che le azioni dei battaglioni al soldo degli oligarchi non hanno nulla a che fare nemmeno con Bandera, ma sono puri e semplici banditi. Personalmente, ho sentito anche fascisti italiani (il riferimento è evidentemente a personaggi come Andrea Palmeri, ndr) affermare che “i battaglioni non hanno nulla in comune con il vero fascismo”. Al di là di questo, c’è da dire che proprio le regioni di Donetsk, Lugansk e Kharkov, all’inizio erano tra quelle in cui più si sostenevano gli slogan di majdan: fuori gli oligarchi, autodeterminazione del popolo. Guardiamo inoltre la componente etnica, da un lato delle milizie e dall’altro dei battaglioni; questa mostra che dalla parte dei nazionalisti combattono reparti apertamente islamisti, pro-Isis, turchi, ceceni, tatari, mercenari stranieri di compagnie private. Dalla parte delle Repubbliche popolari, la maggioranza è costituita ovviamente da russi, ma ci sono latino-americani e molti europei: francesi, tedeschi di lingua russa, persone da ex Repubbliche sovietiche, e poi svedesi, finlandesi, italiani, per lo più dal Veneto, spagnoli, inglesi, inquadrati principalmente nelle “Interbrigate” di LNR e DNR, la più famosa delle quali è la “Prizrak” di Lugansk, del defunto Aleksej Mozgovoj, che ora costituisce il Terzo Battaglione, comandato da Aleksej Markov”.

Lenšin parla anche del sostegno, all’estero, alla lotta del Donbass, delle associazioni che operano anche in Italia, con connotazioni che, possiamo dire, poco o nulla hanno a che vedere con la sinistra e le linee, per l’appunto, del defunto comandante Mozgovoj: la SDD mette l’accento sulla “apoliticità” del sostegno e non manifesta una precisa comprensione degli orientamenti politici degli “amici del Donbass”, tanto da qualificare di “ultra destra, cioè di orientamento socialista tradizionale”, con terminologia in uso nella Russia anni ’90, la Banda Bassotti.

Dunque, continua Roman Jurevič, “quali sono gli orientamenti più diffusi tra i reparti delle milizie? Ci sono monarchici, religiosi convinti, venuti a combattere nel Donbass contro i sodomiti e per i valori tradizionali, socialisti di diverso orientamento e anche di convincimenti bolscevichi; poi ci sono giovani, soprattutto da Piter, di convinzioni imperial-nazionaliste; cosacchi: anche tra di essi ci sono orientamenti socialisti e altri di destra”. Dei partiti russi, dice Lenšin, praticamente tutti si adoperano per “fornire aiuto umanitario alla popolazione del Donbass: comunisti, LDPR di Vladimir Žirinovskij, il partito di governo Russia Unita; perché? Perché nel Donbass si colpisce la nostra gente e si colpisce così forte, al di là di ogni “regola”... con le forze ucraine spinte dai servizi segreti stranieri, soprattutto americani. Sappiamo bene che la direzione tecnica dell’esercito è condotta dagli americani; nella sede del Servizio di sicurezza ucraino, a Kiev, un intero piano è occupato solo da americani... Si tratta di una contrapposizione, più che politica, di civiltà...”

A questo proposito, può dire quali siano gli orientamenti politici tra i combattenti stranieri inquadrati nelle milizie?

Tra gli italiani con cui ho avuto occasione di incontrarmi, direi che ci si divide tra chi sostiene Mussolini e chi ha idee socialiste: c’è questa precisa divisione. Tra i finlandesi, si professano soprattutto idee socialiste, così come tra i latinoamericani”.

E quali sono oggi i rapporti tra le milizie e gli oligarchi?

“Sin dall’inizio, il popolo ha avuto rapporti conflittuali con persone quali Renat Akhmetov, quantunque ci siano stati momenti non univoci. Tutti sapevano bene che egli teneva il piede su due staffe. All’inizio sembrava quasi che sostenesse le milizie e la direzione della DNR in determinate occasioni gli è andata incontro. Bisogna ricordare che il principale punto di forza di Akhmetov è nell’area di Mariupol... e noi a un certo punto avremmo potuto prendere tranquillamente Mariupol... Ma, in fondo, abbiamo fatto molte concessioni a Kiev, per non lasciare la gente senza lavoro... abbiamo cercato sempre, nonostante la guerra, di agire guardando al benessere delle persone, affinché non si bloccasse la produzione o non si interrompessero gli scambi... Non si poteva agire per fare terra bruciata: in fondo è tutta nostra gente, è la nostra terra, nonostante Kiev, con le sue azioni, la sua “desovietizzazione”, abbia rinunciato a tutto ciò che ha fatto dell’Ucraina l’odierna Ucraina, comprese città come Odessa o Kharkov, parte dell’ex impero russo o dello stesso territorio di Lugansk e parte di Donetsk, ex territorio cosacco prima della rivoluzione...”.

Si è parlato del fatto che le milizie avrebbero potuto prendere Mariupol senza sforzo, ma per qualcuno era utile che l’area rimanesse in mano ucraina...

“Vero... Purtroppo il comando decise diversamente. Ci sono sempre piccoli episodi di “tradimento”... Anche il mio reparto avrebbe potuto prendere Stanitsa Luganskaja già nel 2014, ma ci rinunciammo. In quell’occasione, le ragioni furono più propriamente militari: ciò avrebbe portato a un “allungamento” delle comunicazioni e i mezzi all’epoca erano molto scarsi: il rapporto di forze con Kiev era allora di 1 a 5 o 1 a 7; poche armi, soprattutto pesanti, poca artiglieria... E poi le milizie si dovevano occupare anche di aiutare la popolazione civile, istruirla, mantenere l’ordine nelle città, garantire i rifornimenti alle mense delle scuole... Disponevamo anche di poche armi individuali, un mitra e tre-quattro caricatori, lanciagranate ucraini vecchi di 25 anni. In qualche occasione, contro i carri armati, si era felici quando saltava fuori un vecchio PTRS (Protivotankovoe samozarjadnoe ružë, fucile controcarro semiautomatico, ndr) dell’ultima guerra. Per le armi, ci siamo riforniti molto dai depositi ucraini o le abbiamo comprate direttamente dalle truppe di Kiev: conquistando Artemovsk, ci impossessammo di tre milioni di fucili stivati nell’arsenale... Solo nell’autunno 2014 si formarono le vere strutture statali delle Repubbliche popolari, dopo i primi accordi di Misnk del settembre 2014... E’ allora che comincia anche la divisione “feudale” dell’Ucraina, con i battaglioni neonazisti che, mentre fungono da esercito tascabile di ogni notabile locale, cominciano a seminare il terrore nei villaggi... Molti odessiti, dopo la strage del 2 maggio, fuggirono per unirsi alle milizie”.

E la composizione sociale dei miliziani?
“Posso dire che per il 60% si tratta di lavoratori: minatori, falegnami, muratori, autisti e anche piccoli lavoratori autonomi. Poi ci sono ex ufficiali inferiori; naturalmente, ex militari russi in congedo, alcuni reduci da conflitti in Transnistria, Abkhazia, Georgia... Per concludere, voglio ribadire ancora che gli USA, in Ucraina, hanno voluto creare un punto di tensione in Europa, ma ora avranno altro cui pensare e secondo me, ora, sarebbe il momento per l’Europa di dire la sua... per quanto riguarda noi, continueremo seguendo i dettami della “fratellanza di guerra” con chiunque stia dalla nostra parte, secondo gli insegnamenti di san Paolo...”.

Ci congediamo dicendo di non condividere il suo ottimismo riguardo alle intenzioni pacifiche dell’Unione Europea riguardo al Donbass.

Fonte

Non mi fa piacere doverlo precisare, ma personalmente non condivido nemmeno buona parte dell'impostazione "generale"espressa dall'intervistato, riassunta in quella "fratellanza di guerra".

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