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venerdì 5 maggio 2017

Il carbone che uccide: strage di minatori nell'Iran del petrolio

di Chiara Cruciati - il Manifesto

Hanno recuperato 35 corpi, hanno salvati 50 operai, ma sotto – a un 1,3 km di profondità – ci sono ancora minatori intrappolati. Due giorni dopo l’esplosione nella miniera di carbone di Zemestan-Yurt nella provincia nord-orientale di Golestan, in Iran, i soccorritori sono ancora al lavoro.

Le speranze di trovare gli altri 32 operai ancora sepolti dalle macerie sono nulle: il tunnel di due chilometri in cui stavano lavorando mercoledì mattina si è riempito di gas, lo stesso inalato dai compagni che hanno cercato di portarli fuori e ora sono ricoverati in ospedale. Ventuno di loro sono morti nel tentativo di salvare i colleghi.

C’È DA METTERE IN SICUREZZA la miniera, diceva ieri all’agenzia Irna il direttore provinciale del dipartimento Disastri, Sadegh Ali Moghadam: prima va rimosso il gas, che potrebbe provocare altre esplosioni, e poi va scavato un secondo tunnel – a fianco del principale – per raggiungere i minatori.

Di certo, aggiunge, «il bilancio delle vittime salirà». Delle ragioni del disastro si sa poco: i sopravvissuti raccontano di un’esplosione dopo il tentativo di azionare un motore. Forse la messa in moto ha innescato una perdita di gas.

Sul posto è arrivato il ministro del Lavoro, Ali Rabii, mandato dal presidente Rouhani a supervisionare le operazioni di soccorso. Uno spot elettorale letale per l’attuale presidente, con le urne che si apriranno tra 15 giorni.

Perché intorno a quei corpi tirati fuori senza vita, anneriti dal carbone e schiacciati dalle macerie, si concentrano le difficoltà di un paese ad un passo dalla fine dell’isolamento internazionale, ma ancora stretto nei confini di un’economia semi-chiusa.

Uno sforzo rappresentato proprio da Rouhani, il moderato che ha firmato l’accordo sul nucleare nella speranza di ristrutturare l’economia, diversificarla e aprire ad investimenti stranieri che possano incrementare l’occupazione.

LA MINIERA DI CARBONE, in tal senso, sbatte contro l’immagine di un paese che possiede l’11% di riserve mondiali di petrolio (il quarto al mondo e tra i principali esportatori globali con 4,3 milioni di barili al giorno) e il 15,8% di riserve mondiali di gas naturale (secondo produttore con 30mila miliardi di metri cubi).

L’Iran ha estratto 1,68 milioni di tonnellate di carbone lo scorso anno, quasi tutte dirette al consumo interno in costante crescita e alla produzione di acciaio. Un settore, quello estrattivo, che non invecchia: sono 68 i minerali presenti nel paese (ferro, oro, zinco, rame), oltre 3mila le miniere attive e 100mila gli occupati, a cui se ne aggiungono altri 400mila dell’indotto.

Una ricchezza che ha fatto dire un anno fa al governo di Teheran che entro il 2025 i nuovi investimenti avrebbero raggiunto i 20 miliardi di dollari.

LA ZONA PIÙ RICCA DI CARBONE è quella montagnosa a nord-est, tra la provincia di Mazandaran e quella di Golestan. È qui, a 130 chilometri da Teheran la cosmopolita, che lavorano sotto terra in 68 diverse miniere 1.200 minatori con mani e volti anneriti e polmoni pieni di gas e polveri.

Lunghe giornate di lavoro, pochissima sicurezza, metodi estrattivi tradizionali e spesso non automatizzati e salari all’osso: 220-240 euro al mese, meno del minimo fissato nel 2016 dalla Corte Suprema a 275 euro mensili.

Ieri, come accaduto dopo tragedie simili, si è accesa la rabbia tra gli operai e le comunità che vivono di miniera: il governo ha risposto con troppa lentezza, dicono alcuni; altri imputano l’ennesima strage di lavoratori alle cattive condizioni delle miniere.

Nonostante la Legge del Lavoro imponga standard di sicurezza, salario minimo, assicurazione obbligatoria, limiti agli orari di lavoro, nel settore minerario resta quasi inapplicata.

NEGLI ANNI PASSATI i minatori hanno organizzato proteste contro l’assenza di sicurezza e le privatizzazioni che hanno interessato dal 2000 il settore estrattivo, arrivando ad un mese consecutivo di sciopero tra maggio e giugno 2014 e tornando in piazza lo scorso anno contro l’ultima cessione.

Secondo i dati dell’International Journal of Injury Control risalenti a cinque anni fa, il tasso di incidenti sul lavoro si è attestato nel 2012 a 164 ogni 10mila minatori, contro i 106 del 2011.

AUMENTANO FERITI E MORTI bianche, si riduce il controllo statale: dal 2000 al 2014 lo Stato ha ceduto il 70% delle quote minerarie a privati e annunciato a maggio di tre anni fa la cessione di un altro 28%.

Nella pratica, una privatizzazione totale che toglie allo Stato il controllo dei luoghi di lavoro, peggiorando ulteriormente condizioni di vita, tasso salariale e sicurezza, lontano dagli occhi delle autorità di Teheran.

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