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mercoledì 10 maggio 2017

Il “fattore K”. Comunisti, blocco sociale, populismi

Che relazione agisce tra i comunisti, il blocco sociale antagonista e quelli che oggi vengono liquidati come populismi? Se ne discuterà a Roma sabato 20 maggio in un forum organizzato dalla Rete dei Comunsiti.

La crisi sistemica del capitale investe con particolare profondità i paesi imperialisti quali gli USA e l'UE. Questa crisi sta manifestando sempre più il suo carattere sociale coinvolgendo direttamente la classe lavoratrice ma anche settori della società che fino a ieri erano considerati ceti medi, piccola borghesia e categorie professionali.

Le conseguenze assumono le forme della disoccupazione e del precariato diffusi, della riduzione generalizzata dei redditi, del degrado sociale nelle grandi aree metropolitane del paese, in sostanza la mancata crescita che blocca i paesi imperialisti, oggi penalizza la classe lavoratrice, i settori proletari ma anche ambiti sociali ben più vasti. Tutti vengono derubati del futuro nel senso che non riescono ad intravvedere una fuoriuscita dalla condizione attuale, nonostante che negli ultimi anni – ed ancora oggi – si continuino a narrare le prospettive rosee, momentaneamente oscurate, del presente assetto sociale. Questo processo di disgregazione dei corpi sociali e di occultamento ideologico della realtà sta producendo un blocco sociale di fatto che, pur non orientandosi politicamente in modo automatico, sta sviluppando un antagonismo radicale e rabbioso.

I comunisti nel nostro paese, ed in quasi tutta Europa, a questo appuntamento con la crisi capitalistica, arrivano disarmati sia dal punto di vista pratico, avendo disperso le forze accumulate in decenni di conflitto di classe, sia teorico, avendo abbandonato ogni strumento di lettura di classe della realtà del paese. Questa condizione soggettiva di impotenza ha aperto le porte ad un populismo indeterminato che sta raccogliendo, in vari contenitori politici, quell'antagonismo radicale e rabbioso che ha, al di là della percezione soggettiva dei settori sociali, una natura di classe e anticapitalista.

Il motivo per cui si è giunti a questo stato di cose, nasce dalla mancata interpretazione degli effetti delle trasformazioni nazionali ed internazionali, soprattutto di quelle avute nella costruzione del polo imperialista europeo, sul piano produttivo, sociale del ruolo dello Stato, che hanno fatto cambiare "pelle" alla classe pur non cambiandone la natura, anzi allargando i processi di proletarizzazione di ampi settori sociali avviatisi ben prima della crisi economica e finanziaria del 2008. A questa incapacità di "seguire" le forme cangianti della classe si è sostituita una generica categoria politica, quella della "sinistra" antagonista o radicale o altro ancora, che ha soltanto prodotto il logoramento del capitale sociale, politico e culturale accumulato fino agli anni '80 da un duro conflitto con il padronato ed i governi.

Il procedere di questo approccio politicista nella realtà concreta, ha assunto il carattere della disgregazione dei settori organizzati, dal sindacato alle cooperative, dalle case del popolo ai movimenti sociali ed ai comitati di quartiere, che hanno garantito per decenni la tenuta politica ed organizzativa del movimento comunista organizzato, in quanto si è abbandonato ogni corretto rapporto con l'analisi teorica piegata invece e troppo spesso alle contingenze politiche che di volta in volta si pensava fossero centrali.

L’analisi teorica sulle classi sociali e la loro rappresentanza, ha invece avuto sempre un ruolo centrale nella costruzione del movimento operaio che, a partire dall'analisi delle classi, ha permesso la costruzione di una progettualità che desse al proletariato anche nel nostro paese organizzazione ed identità. Dunque la crisi dei comunisti, l'aver lasciato spazio alle espressioni populiste regressive, è prima di tutto il manifestarsi della incapacità teorica di analizzare le dinamiche di fondo del capitalismo moderno e delle relazioni tra le classi.

Oggi ci troviamo di fronte non solo alla necessità di costruire momenti conflittuali e di lotta per contrastare la deriva della incapacità delle classi dominanti – dalla regressione sociale fino al manifestarsi della tendenza alla guerra – ma bisogna risalire la china di una lettura teorica della classe lavoratrice nell'attuale società, che ci permetta di andare oltre le sole lotte vertenziali e di ripensare l'organizzazione nelle forme moderne come nelle dinamiche che oggi il capitalismo produce.

Bisogna ridare corpo al progetto ritrovando per il pensiero marxista una funzione concreta nella condizione attuale, ridando priorità all'organizzazione di classe, alla costruzione della coscienza e soprattutto costruendo quella rappresentanza politica dei settori sociali che è il presupposto fondante di ogni rappresentanza istituzionale. Questo va detto sulla base di una chiarezza politica e teorica per impedire il riaffacciarsi di quel politicismo uscito sconfitto dalla storia e che ipoteca la ripresa dei comunisti nel nostro paese dagli anni '90, una coazione a ripetere che si stenta ad abbandonare nelle proprie concezioni. Al contrario occorre riaffermare oggi, dentro la crisi e i pericoli di guerra, il carattere militante delle organizzazioni comuniste in quanto è l'unico in grado di costruire nel tempo e con progettualità quel collegamento organico e strutturato con la classe reale nel nostro paese.

Per questo proponiamo di aprire un confronto tra organizzazioni comuniste, quadri e militanti che si riconoscono in quella storia e progettualità e invitiamo a discuterne il prossimo 20 maggio in un forum a Roma.

Rete dei Comunisti

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