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sabato 20 maggio 2017

Iran, Rohani bissa la presidenza

Più di sette milioni di iraniani fanno pendere l’ago della bilancia d’un voto partecipato verso il presidente uscente Rohani. Per lui s’esprimono ventidue milioni e ottocentomila cittadini contro quindici milioni e mezzo che scelgono Raisi. Insignificanti le preferenze dirottate su Mirsalim (455.000) e Heshmitaba (210.000). Ma l’ufficialità dell’elezione non c’è ancora, manca lo spoglio di ben 15 milioni di schede che verranno smaltite in giornata, seppure non dovrebbero sovvertire la tendenza che vede Rohani attestato sul 58% e l’avversario sul 40%.

Per consentire il maggior afflusso possibile alle urne, ieri sera il Comitato elettorale aveva deciso di prolungare la consultazione di due ore, poi di tre. Alla fine i seggi sono stati chiusi cinque ore dopo l’orario prefissato. Dunque il Paese si riaffida a un presidente uscente, una scelta che conferma la consuetudine e va oltre perché poggia su quanto la linea del chierico diplomatico ha mostrato negli ultimi tempi. Regge, specie fra i giovani, la speranza di poter veramente attuare quei piani d’investimento che la linea accogliente di Rohani ha sancito attraverso l’accordo sul nucleare. Poiché la nazione, pur dotata di proprie risorse e capacità materiali ed umane, necessita di confronto e cooperazione a tutto tondo.

Sul fronte opposto Raisi, il puro e il povero, gestore però della più potente e solvente bonyad iraniana, Astan Quds Razavi della città santa di Mashhad, poneva in primo piano il discorso ideologico della particolarità iraniana sostenitrice della causa dei diseredati dall’economia e dalla politica imperialista che squassa da oltre un secolo il medioriente e prosegue nella sua dissennata politica guerrafondaia. Il chierico dal turbante nero ha trovato seguito nelle città rurali e nei luoghi come il quartiere Khorasan di Teheran dove lo spirito della Rivoluzione Islamico rappresenta uno stendardo esibito e onorato. Raisi ha incentrato la sua campagna contro il presidente uscente, evidenziando le contraddizioni di promesse economiche inattive e forse inattuabili che picchiano duro sulle giovani leve, tenendo alto il tasso di disoccupazione (12% nazionale e 30% giovanile) e sulla corruzione che avvinghia affaristi e politici (laici e chierici). Sottolineava in quest’ultimo caso il trasferimento del consenso di quel ceto un tempo vicino a Rafsanjani verso il presidente in carica. Ma non è riuscito a sfondare, perché lo staff di Rohani gli ribatteva dove fosse il suo rigore durante il lungo periodo in cui ha rivestito l’incarico di giudice.

Per inimicarsi ancor più la gioventù urbana, che infatti ha votato in maggioranza il presidente uscente, Raisi aveva lanciato anche una polemica contro i concerti pop nella città santa di Mashhad “Prima di preoccuparsi dei concerti il governo dovrebbe interessarsi alla condizione dei poveri” sosteneva, ma la proposta di aumentare i sussidi verso i ceti meno abbienti, pur presenti in talune zone rurali, non ha sfondato come il severo sayyid pensava. Al contrario ha avuto il suo peso l’esplicito appoggio alla linea dell’apertura e della speranza, offerta da Rohani già quattro anni fa, di personaggi dello sport e dello spettacolo, fra cui le attrici Baran Kosari e Taraneh Alidoosty (la protagonista del film “Il cliente” di Asghar Farhadi) che aveva rifiutato il premio Oscar protestando contro il divieto antislamico del presidente Trump. Perché nell’animo dei sostenitori di Rohani apertura al mondo non è affatto intesa come ritorno al servilismo dell’epoca Pahlavi. Certamente se sarà confermato quale vincitore, il pacifico Rohani dovrà fare i conti con un quadro geopolitico sempre più complesso. Il presidente statunitense, se non sarà colpito da nessun impeachement è un personaggio infido, poco favorevole a distensioni e facilitazioni.

Lo dimostra l’incontro di queste ore con la dinastia Saud e con gli islamici del Golfo, che ha tenuto alla larga qualsiasi presenza iraniana, e non perché il Paese fosse impegnato con la consultazione presidenziale. Ma questa diventa storia del futuro prossimo. Per ora l’alleanza interna iraniana fra pragmatici e riformisti tiene. Ieri quando Mohammad Khatami si è presentato al seggio per esprimere il suo sostegno a Rohani, una folla osannante gli si è stretta attorno. Un’acclamazione di persone che non celavano i segnali d’un passato di contestazione, col verde risbocciato, dopo essere in quest’ultimi anni riparato nel viola. L’Iran dei simboli prosegue un cammino pur polarizzato. Quello in cui difficilmente vedrà prevalere la componente riformista riguarda la scelta della futura Guida Suprema. Fra gli ayatollah i tradizionalisti sembrano dettar legge, nonostante una spiccata linea geriatrica (Jannati, Shirazi, Hamedani, Yazdi, Mesbah-Yazdi) sono tutti novantenni o giù di lì. Eppure il faqih del futuro sembra già posto in prima fila, quando il malato Khamenei dovesse mancare. E’ lo sconfitto di oggi: Ibrahim Raisi che, in quel caso, potrebbe prendersi una rivincita corposa. Corposissima. Visto che sulla politica iraniana proiettata verso il mondo il velayat-e faqih non tramonta, forte anche del benestare del partito pasdaran.

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