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martedì 9 maggio 2017

"Israele stano-nazione del popolo ebraico"

Una commissione parlamentare israeliana ha votato ieri a favore di una nuova versione della “legge della nazione” avanzata nel 2011 che dichiara lo Stato d’Israele “il focolare nazionale del popolo ebraico”. La bozza afferma che “il diritto a raggiungere l’autodeterminazione in Israele è unico solo per il popolo ebraico” e degrada l’arabo da “lingua ufficiale” a “status speciale” garantendo però ai suoi parlanti il suo uso per i “servizi dello stato”.

L’obiettivo del governo israeliano è quello di rendere questo provvedimento una legge base d’Israele e, dunque, una parte centrale della sua legislazione. La disposizione votata dalla commissione agisce contemporaneamente su due piani: da un lato sottolinea il carattere ebraico dello stato israeliano ribadendo come Israele sia la nazione solo per gli ebrei, dall’altro, invece, sostiene che ogni suo “residente, senza distinzione di religione o di origine nazionale, è autorizzato a lavorare per preservare la sua cultura, il suo patrimonio [culturale], la sua lingua e identità” e garantisce “ad una comunità, inclusi i membri della stessa religione e coloro che hanno le stesse origini nazionali, di avere accordi comunitari separati”.

Soddisfazione per il voto di ieri è stato espresso dal ministro del turismo Yariv Levin, a capo della commissione ministeriale. “Per troppo tempo – ha detto – abbiamo discusso per giungere ad una decisione su una legge il cui semplice obiettivo è proteggere lo status d’Israele come stato ebraico”. Sulla stessa lunghezza d’onda Avi Dichter il promotore della legge e parlamentare tra le file del partito di Netanyahu (Likud). Dichter ha parlato di “passo importante per rafforzare la nostra identità, non solo nella coscienza del mondo, ma soprattutto nella nostra mente”. Parole simili sono state espresse anche dalla ministra di giustizia Ayelet Shaked che si è congratulata con Dichter per un provvedimento che rende Israele “uno stato ebraico e democratico”.

La bozza è stata approvata unanimemente in commissione sebbene non tutti i suoi membri abbiano preso parte alla votazione. Prima che diventi effettivamente legge, l’iter burocratico prevede il suo passaggio al ministero della giustizia e poi al parlamento per il voto. Secondo la stampa israeliana ciò potrebbe richiedere ancora molto tempo.

A distanza di due settimane dalla visita in Israele del presidente Usa Donald Trump, il messaggio politico che l’esecutivo Netanyahu manda è però chiarissimo: qualunque ripresa del “processo di pace” con i palestinesi dovrà avere come precondizione il riconoscimento di Israele come “stato-nazione” del popolo ebraico. In più circostanze il premier israeliano ha spiegato come questa sia una conditio sine qua non per potersi risedere al tavolo delle trattative ormai ferme da tre anni. La mossa di ieri ha anche un altro significato politico: placa le tensioni interne alla coalizione governativa mostrando come sui principi basi dello stato il premier Netanyahu non differisca affatto da Casa Ebraica (il “partito dei coloni”), nonostante la retorica possa a volte differire.

Proprio il primo ministro è ritornato ieri ad attaccare duramente i palestinesi affermando che non educano i loro figli alla pace. In apertura del suo incontro ministeriale settimanale, “Bibi” ha poi commentato l’ormai imminente visita di stato del presidente Trump dicendo che riflette lo stretto legame tra le due nazioni. Si è detto poi favorevole al tentativo del leader statunitense di rimettere in moto il processo di pace, ma ha accusato il presidente palestinese Abu Mazen di “lodare i terroristi e di pagarli”.

Ma la giornata di ieri ha avuto principalmente come argomento di discussione la “legge della nazione”. E se il governo ha esultato, non sono in pochi in Israele che protestano. Alcuni analisti, infatti, sostengono che concedere “il diritto di autodeterminazione solo al popolo ebraico” vuol dire ledere i diritti della minoranza araba del Paese che costituisce il 20% della popolazione. “La legge è la tirannia della maggioranza e ci trasforma ‘legalmente’ in cittadini di seconda classe” ha affermato Ayman Odeh, il leader di Lista araba Unita (coalizione dei 4 partiti arabi d’Israele e terza forza alla Knesset). Zehava Galon, a capo del partito di sinistra Meretz, è dello stesso avviso: “La legge – ha spiegato – è una dichiarazione di guerra contro i cittadini arabi d’Israele e contro [l’idea] d’Israele come società democratica governata correttamente”. “Anche nella sua versione ‘alleggerita’ – ha chiosato Galon – la bozza definisce il Paese come stato ebraico ai danni del suo essere democratico”.

Ma critiche giungono anche dall’Istituto della democrazia d’Israele che ha chiesto ai parlamentari di non approvare il testo. Uno studio compiuto dal professore Mordechai Kremnitzer e dal dottor Amir Fuchs, infatti, afferma che promuovere una legge base senza una completa procedura legislativa potrebbe sconvolgere il delicato equilibro che vi è tra un Israele ebraico e uno democratico. I due studiosi osservano poi come la legge tratti l’identità ebraica escludendo però altri diritti fondamentali come la libertà di parola e danneggia i diritti delle minoranze presenti nel Paese. Il riferimento di Kremnitzer e Fuchs è soprattutto alla retrocessione dell’arabo da “lingua dello stato” a quella con uno “status speciale”.

Il voto di ieri in commissione giungeva nelle stesse ore in cui una ragazzina palestinese, Fatima Afif ‘Abd al-Rahman Hjeiji, veniva uccisa dalle autorità israeliane vicino alla porta di Damasco (nella città vecchia di Gerusalemme) dopo, sostiene Tel Aviv, aver provato ad accoltellare alcuni poliziotti. Da ottobre del 2015 almeno 262 palestinesi sono stati uccisi in circostanze simili o nel corso di proteste e scontri con le forze armate dello stato ebraico. Quarantuno le vittime israeliane.

AGGIORNAMENTO ore 15:20   Palestinesi: “L’uccisione ieri sera della sedicenne palestinese è stata un’esecuzione a sangue freddo”

L’uccisione ieri sera della sedicenne Fatima Afif ‘Abd al-Rahman Hjeiji nella città vecchia di Gerusalemme è stata una “esecuzione a sangue freddo” perché la vittima non rappresentava alcuna minaccia quando è stata colpita da 20 proiettili sparati dai poliziotti israeliani. A sostenerlo sono i palestinesi che erano presenti al momento della sua uccisione. Un testimone oculare, raggiunto dall’agenzia di stampa palestinese Ma’an, racconta che, prima di essere uccisa, la ragazzina si trovava vicino alla Porta di Damasco a più di 10 metri dal gruppo dei poliziotti. Non costituiva dunque alcuna minaccia.

Diversa la versione della polizia. Hjeiji, secondo gli israeliani, si è avvicinata ai poliziotti e ad alcune guardie di frontiera presenti sul posto, avrebbe estratto un coltello e avrebbe tentato di accoltellarli al grido “Dio è più grande”. Gli agenti israeliani avrebbero quindi risposto sparando “neutralizzandola professionalmente”.

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