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mercoledì 3 maggio 2017

Libia - Accordo raggiunto tra Tripoli e Tobruk

L’accordo sarebbe stato raggiunto: un documento girato ai media libici e in attesa della firma dal generale Khalifa Haftar e il premier di unità nazionale al-Sarraj è il prodotto dei meeting, sponsorizzati dagli Emirati Arabi, che avrebbero permesso ai due parlamenti avversari di giungere ad un’intesa.
 
Tobruk, il governo “ribelle” rappresentato dal suo capo dell’esercito, e Tripoli, l’esecutivo di unità nazionale riconosciuto dalla comunità internazionale, hanno redatto ieri l’accordo che dovrebbe portare ad una stabilizzazione del paese in guerra civile dal 2011 e alla fine del potere a due teste. Secondo quanto si legge nel documento, le due parti hanno stabilito di unificare tutte le fazioni armate libiche a loro fedeli sotto il comando del consiglio presidenziale, dunque sotto al-Sarraj. Un elemento non da poco: i precedenti accordi erano saltati perché Haftar non accettava il controllo civile delle forze armate, pretendendo mano libera. Ora si verrebbe a creare un unico esercito e si ripulirebbe la Libia di una parte delle milizie armate che dettano legge ognuna in enclavi diverse, in Tripolitania come in Cirenaica e in Fezzan.

L’intesa prevede inoltre l’avvio di un processo di riconciliazione nazionale, il ritorno degli sfollati nelle proprie case e elezioni legislative presidenziali da tenersi entro il marzo 2018. Infine, i due hanno stabilito la creazione di un gruppo di lavoro – formato da esponenti militari delle due fazioni – per la formazione di un nuovo governo, diverso da quello tripolino. Ora manca la firma e l’annuncio ufficiale, ma la stampa araba la dà per assodata nonostante per ora tutto si sia svolto a porte chiuse.

A sentire fonti interne citate da al Jazeera, l’incontro di Abu Dhabi sarebbe stato realizzato grazie all’intervento “internazionale e arabo”. Da settimane si parlava di un possibile incontro tra i due e molti indicavano nella Casa Bianca di Trump il luogo del vertice a sorpresa. Un’indiscrezione girata tra i media dopo il meeting a Washington tra Trump e il premier italiano Gentiloni e dopo un incontro di basso profilo e quasi anonimo tra esponenti dei due parlamenti, avvenuto a Roma due settimane fa.

L’Italia non intende perdere il controllo, il filo della soluzione della crisi su cui punta buona parte della propria politica estera e mediterranea. Con l’Eni in prima fila per tornare a scambi commerciali normali, ai livelli pre-2011, e la questione migranti sempre più stringente, Roma non intende lasciare la Libia alle mire divisive francesi e britanniche: gli interessi energetici italiani passano per l’unità e la stabilità del paese (l’Eni in passato, durante l’era Gheddafi, ha sempre rifornito anche la popolazione civile libica, le case, le industrie, le infrastrutture), in contrasto con quelli francesi, più interessati ad una divisione ufficiosa o ufficiale delle zone di influenza petrolifera tra potenze.

Oggi intanto il generale al-Sisi, il presidente egiziano che più di altri ha sostenuto Haftar e il governo ribelle di Tobruk, volerà negli Emirati. Non si parla ufficialmente di una partecipazione al vertice, ma è possibile che una delegazione egiziana entri nelle stanze a porte chiuse.

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