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lunedì 29 maggio 2017

Libia - Bombardamenti egiziani dopo l'attacco ai copti

Questa mattina le autorità egiziane hanno annunciato il nuovo bilancio delle vittime a El-Minya: sono 29 i morti nell’attacco contro tre autobus che trasportavano cristiani copti verso il santuario di San Samuele. Tredici i feriti in ospedale. Secondo quanto raccontato dai sopravvissuti il commando armato ha affiancato i bus e aperto subito il fuoco contro quello che aveva a bordo dei bambini. Hanno poi ucciso gli uomini e rubato i gioielli alle donne, dopo averle colpite alle gambe.
 
E ora è caccia all’uomo: l’esercito ha eretto decine di checkpoint militari e sta pattugliando il deserto alla ricerca dei responsabili. E mentre arrivavano condoglianze da tutto il mondo e il grande imam di al-Azhar cancellava le celebrazioni in occasione dell’inizio del mese sacro musulmano del Ramadan, ieri è arrivata la reazione del Cairo: jet da guerra egiziani hanno compiuto sei bombardamenti contro campi di addestramento di miliziani islamisti vicino Derna, in Libia. A darne l’annuncio è stato lo stesso presidente al-Sisi, in un messaggio tv.

Tra i target colpiti ci sarebbe anche il quartier generale del Consiglio dei mujahedin di Derna, fazione islamista vicina ad al Qaeda e rivale del governo ribelle di Tobruk. A riportare le prime reazioni in Libia è stata al-Jazeera con l’inviato Mahmoud Abdelwahed: a Derna i civili sono furiosi perché i sei raid avrebbero colpito aree densamente popolate all’interno della città, danneggiando case e fattorie.

Già in passato l’aviazione egiziana aveva compiuto incursioni in Libia – nel febbraio 2015 e nel marzo 2016 – contro postazioni islamiste e i raid di ieri alzano di nuovo il livello di coinvolgimento del Cairo nel paese vicino. In prima linea nel negoziato tra il generale Haftar, capo dell’esercito di Tobruk, e il premier al-Sarrah, primo ministro del governo di unità di Tripoli, l’Egitto ha unito la sua influenza a quella della Russia e degli Emirati arabi a favore del primo nell’obiettivo di farlo entrare nel governo creato dalle Nazioni Unite.

Un ruolo a cui si aggiunge la campagna anti-islamista con cui l’Egitto si è accreditato agli occhi del mondo, facendosi paladino della lotta al terrorismo. Una campagna che è stata spesso usata su obiettivi diversi: dopo il brutale attacco contro due chiese copte il giorno della Domenica delle Palme, Il Cairo ha esteso lo stato di emergenza a tutto il paese – non più solo alla Penisola del Sinai – aumentando la presenza di esercito e polizia nelle grandi città e dandogli nuovi poteri. Le opposizioni giudicano la misura un modo per incrementare la repressione nei confronti delle voci critiche più che uno strumento efficace contro il terrorismo.

A pagarne le spese, tra gli altri, è proprio la minoranza copta che sta subendo un processo di trasferimento forzato dalle proprie comunità: la paura di attacchi, le minacce islamiste e le uccisioni hanno spinto molte famiglie a rifugiarsi nelle città egiziane per mancanza di sicurezza nei propri villaggi. Così, da sostenitori di al-Sisi, che videro all’epoca come un baluardo anti-islamista, oggi i copti sono sempre più critici verso un’autorità che non li sa proteggere.

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