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mercoledì 10 maggio 2017

Libia - Migranti schiavi, inchiesta dell'Aia

Le disumane condizioni in cui migliaia di migranti africani vengono detenuti in Libia, denunciate da tempo dall’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (Oim), arrivano sul tavolo della Corte Penale Internazionale (Icc). Il tribunale ha annunciato di voler aprire un’inchiesta sui crimini commessi contro migranti e rifugiati nel paese nordafricano con cui l’Italia ha stretto un memorandum (celebrato da tutta l’Unione Europea) per evitare che prendano il mare e cerchino rifugio in territorio europeo.

Secondo i dati dell’Oim, al momento almeno 20mila migranti sono detenuti da bande criminali e milizie armate nelle decine di centri irregolari messi in piedi in Libia, sia nel profondo sud desertico sia lungo la costa: picchiati, abusati regolarmente, costretti a lavoro forzato e prostituzione. Schiavi moderni, prigionieri fino a quando le famiglie non pagano i riscatti o lo stesso migrante riesce a “ripagarsi” la libertà.

Persone vendute – aveva spiegato il capo della missione Oim in Libia Othman Belbeisi – tra i 200 e i 500 dollari in veri e propri mercati di schiavi e detenute per 2-3 mesi, durante i quali subiscono abusi e violenze di ogni tipo. Una rete ormai radicata che mette insieme tratta di esseri umani da Nigeria, Senegal e Gambia, centri di detenzione ufficiosi e moderna schiavitù. E tutto avviene ormai alla luce del sole: ad aprile l’Oim parlava di una normalizzazione tale che le vendite di persone avvengono in pubblico.

All’organizzazione lo raccontano gli stessi migranti. Come un 34enne senegalese: con i compagni di viaggio è stato portato con un autobus in una parcheggio a Sabha dove locali acquistavano i migranti subsahariani. Una volta comprati, vengono condotti in prigioni ufficiose dove vengono costretti a lavorare senza paga o a prostituirsi o a chiamare ripetutamente i familiari per chiedere il riscatto.

Due giorni fa Fatou Bensouda, procuratore dell’Icc ha comunicato al Consiglio di Sicurezza Onu di aver raccolto e analizzato numerose informazioni “relative ai gravi e diffusi crimini commessi contro i migranti che tentano di transitare attraverso la Libia”. “Approfitto di questa occasione – ha aggiunto – per dichiarare che il mio ufficio sta attentamente esaminando la fattibilità di aprire un’inchiesta sui crimini contro i migranti in Libia”.

Un calvario che l’Italia e l’Europa non vedono, impegnate ad attaccare le ong che operano nel Mediterraneo per evitare stragi quotidiane. A monte sta il centrale interesse politico ad impedire l’arrivo di rifugiati e migranti con ogni mezzo possibile, che sempre più spesso passa per pagamenti a regimi autoritari perché si tengano le persone in fuga da fame e guerra. Da Erdogan ad al-Sisi, la rete che la Ue sta imbastendo è fatta di accordi finanziari e militari volti a bloccare i migranti negli Stati di passaggio.

La Libia, con il memorandum firmato con l’Italia, è uno di questi. Eppure si tratta di un non-Stato, di uno Stato fallito dopo l’attacco della Nato del 2011 che – nonostante annunci di accordi e negoziati – è tuttora preda di autorità militari e politiche diverse, di un sistema politico a più teste, dai parlamenti rivali alle città-Stato.

In un simile contesto i migranti sono merce di scambio e di entrate economiche. L’ultimo rapporto Unicef, pubblicato alla fine di febbraio, dà i numeri: dei 23.846 bambini arrivati in Italia nel 2016, tre quarti ha subito violenze in Libia e la metà abusi sessuali ripetuti; 23mila minori e 28mila donne sono tuttora detenute nel paese nordafricano. Difficile identificare i centri di detenzione, spesso ex caserme militari o magazzini. L’Onu ne conta al momento 34, di cui 24 governativi. Ma sarebbero molti di più: si tratta di prigioni ufficiose, invisibili, gestite da milizie armate, gruppi islamisti o gang criminali.

Con accordi come il memorandum di intesa tra Roma e Tripoli, quell’incubo potrebbe ripetersi: se i migranti saranno rispediti indietro, potrebbero finirci di nuovo.

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