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domenica 7 maggio 2017

Non c’era nessuna suspence, solo manfrina “antipopulista” ad uso interno e internazionale. Emmanuel Macron ha vinto il ballottaggio in modo molto netto – 65,5 a 34,5%, secondo le prime proiezioni – doppiando in pratica la fascista ripulita Marine Le Pen.

Non c’era nessuna possibilità di vittoria per la leader del Front Nationale, che già un’altra volta era arrivato al ballottaggio – con il padre, il fascista colonialista non pentito Jean-Marie – fermandosi però al 17,8%, meno di quanto avesse preso nel primo turno.

In Francia ha ancora un grosso peso il barrage – o conventio ad exludendum – nei confronti dei fascisti; non c’è mai stato nessuno sdoganamento in stile Gianfranco Fini, nonostante la Le Pen abbia di fatto ripercorso la stessa strada, abbandonando uno alla volta tutti i pilastri ideologici della destra reazionaria francese. Aveva rinunciato tranquillamente anche all’opposizione nei confronti dell’Unione Europea e dell’euro, nel disperato tentativo di cancellare il passato nostalgico; che è una forza quando si tratta di consolidare il consenso classico, ma diventa un handicap quando si deve presentare come “presidente di tutti i francesi”. Solo il razzismo verso i migranti era rimasto in primo piano. Ma non è bastato.

Subito dopo l'ufficializzazione della sconfitta – a conferma del progressivo "cambio di immagine" messo in cantiere da oltre 15 anni – è stato annunciato che il Front cambierà nome, sganciandosi definitivamente dalla tradizione.

Un terzo dei francesi ha comunque votato per lei, il doppio di quanto non avessero fatto con il padre. Segno che comunque anche in Francia non si potrà fare ancora a lungo affidamento sulla logica del “voto utile” pur di sbarrare la strada ai fascisti. Dovrebbe essere una preoccupazione per tutti, ma le prime reazioni “europeiste” sono completamente cieche ad ogni valutazione approfondita. Prevale – vedi il ridicolo Gentiloni che twitta parafrasando “una speranza si aggira per l’Europa” – il senso di scampato pericolo. Anche se il pericolo non è mai stato reale.

Avere un fascista come alternativa all’establishment è infatti la migliore situazione possibile per il potere vigente. Comodi da demonizzare, facili da maneggiare nel caso improbabile dovessero vincere. Come si è sempre detto, “servi dei servi dei servi dei servi”, carta di riserva per le situazioni complicate.

Al ballottaggio ha partecipato solo il 65% degli aventi diritto, meno di quanti erano andati alle urne al primo turno (69,4%), molti di meno del ballottaggio 2012 (70,6%). Si capisce dunque che buona parte degli elettori di Mélenchon hanno raccolto l’invito a non scegliere tra due mali assoluti, peraltro con voti quasi uguali a quelli raccolti dalla cosiddetta “estrema sinistra”.

Fa impressione, comunque, l’ottusità con cui i media di regime e la classe politica italiana ha accolto la notizia, cominciando immediatamente a parlare di “vittoria sui populismi”, o di “nuove famiglie politiche, da una parte gli europeisti e dall’altra i populisti”. E dire che queste elezioni hanno decretato la fine del sistema politico francese (seguito a quelli di tutta l’Europa e degli Stati Uniti, Germania esclusa), con la scomparsa del Partito Socialista e il drastico ridimensionamento dei gollisti, per la prima volta esclusi dal ballottaggio.

Invece di cogliere questo collasso, ci si accontenta di enfatizzare una “vittoria che già tra un mese potrebbe sembrare solo un’illusione".

Qui, ovviamente, è necessario lasciare la cronaca e analizzare freddamente la situazione.

La Francia è il paese più malato d’Europa, a dispetto della ricchezza che ancora mostra. Quello che è in crisi, al di là delle cifre del Pil o del deficit, è il suo modello sociale, consolidato dal compromesso socialdemocratico, introiettato da ogni cittadino della Republique – indipendentemente dalle opinioni politiche – come un dato acquisito, impastato di diritti, welfare, protezione sociale. Ancorché si tratti di un sistema eroso negli ultimi venti anni, ancora nessuno ha avuto l’ardire di spiegare al paese che “la pacchia è finita!”; o, come si è fatto in Italia, di chiamare “privilegi” i diritti conquistati nel dopoguerra.

Quel modello sociale è il bersaglio costante di tutte le politiche messe in atto dall’Unione Europea. E’ stato smantellato quasi dappertutto, tranne che in Francia (solo parzialmente, ma la loi travail deve ancora realizzare tutte le sue conseguenze) e in Germania.

Non è un caso che proprio l’Unione Europea e la moneta unica siano state il vero cuore del “confronto” (si fa per dire...) tra i due candidati alla presidenza rimasti in gara. Non tanto perché esistessero davvero differenze sostanziali tra le posizioni di Macron e quelle della Le Pen – che ha notevolmente “sfumato” le proprie critiche man mano che si avvicinava all’appuntamento decisivo – quanto per il fatto che da questa “appartenenza” o meno, nella percezione comune di tutta la popolazione che sta peggio, dipende la possibilità di rompere davvero con l’austerità ordoliberista di stampo teutonico.

Poi, certo, si è parlato anche di migranti e di chiusura delle frontiere, fornendo sponda (Le Pen) alle paure derivanti dall’aumento dell’"esercito salariale di riserva” e dunque dalla possibilità di comprimere ulteriormente salari e diritti del lavoro, oppure al “globalismo” reazionario del capitale finanziario, che tollera le legislazioni nazionali solo nel caso forniscano condizioni fiscali di favore per i propri membri. Ma sarebbe veramente da deficienti credere che per entrambi questo problema sia un problema “vero”, decisivo, strutturale, cui dare una risposta alta, certa, in qualche modo “definitiva”.

La contraddizione della politica francese in tutto questo periodo si è concretizzata nel tenere assieme l’”asse” con Berlino (e quindi i trattati e le politiche d’austerità) con la speranza di poter rimandare all’infinito il redde rationem interno. Così facendo, i governi di Parigi hanno distrutto il sistema politico e partitico nazionale, senza neanche aver iniziato davvero quel cammino di “riforme” che – come “vertice europeo” – imponevano agli altri. Il segreto che ha reso possibile questo strano “miracolo”, in parte, è stato il mancato rispetto ventennale di tutti gli obiettivi di bilancio fissati dai parametri di Maastricht. Tra il 2002 ed il 2004 Parigi ha sforato – insieme alla Germania – il limite del 3% sul deficit pubblico, senza che la procedura d’infrazione aperta da Bruxelles trovasse mai la via della sanzione. Poi ha ripreso a farlo senza problemi dal 2008 ad oggi.

E’ questa la “flessibilità” che palesemente vogliono i nostrani Renzi-Padoan. L’averla praticata per un decennio ha consentito alla Francia di resistere un po’ meglio all’attacco della crisi economica, ma non ha creato per questo una strada verso la “crescita”.

Ora i tempi stringono. O si ha una più forte centralizzazione della struttura sovranazionale – realizzando quanto previsto dai trattati sottoscritti – oppure si aprono faglie ben più incontrollabili dei “populismi” fin qui fermentati sullo scontento sociale. Da questa angolazione, si può capire bene quanta preoccupazione sollevasse l’eventualità – per quanto remota – di una sconfitta degli “europeisti” filo-imprese e militaristi.

La Francia è però arrivata a questo appuntamento dopo aver distrutto il proprio sistema politico e partitico. Se non ci fosse stato l’escamotage del ballottaggio, quindici giorni fa Parigi si sarebbe ritrovata nella stessa situazione di Madrid, con quattro formazioni principali praticamente sullo stesso piano e senza facili alleanze di governo. L’esito di oggi scioglie una sola incertezza: quella su chi sia il presidente. Ma non gli consegna una maggioranza parlamentare, non avendo peraltro neanche un partito da utilizzare alla bisogna.

Tra un mese ci saranno le elezioni politiche e lì si vedranno più precisamente i rapporti di forza parlamentari, ma sembra decisamente un sogno che “la vittoria” di oggi possa ripetersi una volta che tutti i soggetti saranno ai nastri di partenza. Lo stesso Macron ha annunciato che la scelta dei candidati della sua lista (che avrà unicamente la forza di richiamo del suo nome) sarà sorprendente per le abitudini francesi: “metà nuovi, metà giovani”. Gente senza storia, esperienza, curriculum, che – se eletta – gli dovrà fedeltà assoluta. Sarà sufficiente questo giochino berlusconian-renziano per spingerli fino alla conquista di un numero congruo di seggi? Non sembra probabile.

La polverizzazione socialista potrà forse un poco ridursi (difficile pensare che Hamon, dopo il 6,4% rimediato alle presidenziali, possa far molto meglio), consegnandogli un pacchettino di voti che nessuno però può assicurare di controllare. Più probabile, invece, che la diaspora gollista si traduca in un sostegno esplicito al nuovo inquilino dell’Eliseo.

Probabile anche che i fascisti ripuliti del Front Nationale conservino o aumentino la percentuale guadagnata alle presidenziali (risucchiando parte dell’elettorato di Nicolas Dupont-Agnan, 4,7%), senza però sfondare la temuta soglia del 30%.

A sinistra anche Mélenchon potrebbe fare meglio ancora del quasi 20% del primo turno, succhiando sia dai socialisti delusi che dai seguaci di Philippe Poutou e Nathalie Artaud. La sua scelta per il ballottaggio, di rottura con la tradizione francese del barrage e quindi del “voto utile”, è stata saggiamente presentata come “libertà di coscienza”. I due terzi degli attivisti l’hanno condivisa con la formula del “né Macron, né Le Pen”, ma l’accettazione della libertà di scelta ha evitato di trasformare una scelta tattica (votare o no per il “meno peggio”) in una questione “di principio”, o, come si dice qui, “divisiva”. E questo sarà indubbiamente un vantaggio, dopo anni – anche in Francia – in cui la sinistra un tantino più “radicale” si era esibita soprattutto in separazioni.

Anche le legislative adottano il principio del doppio turno, ma su base territoriale, di collegio. Se si va a guardare alle aree non metropolitane – agricole o industriali – si vede che molto spesso ci si troverà di fronte a uno scontro tra “centristi europeisti” (senza andare troppo per il sottile tra gollisti, macronisti, socialisti hollandiani) e “anti-sistema”; spesso lepenisti, altrettanto spesso di “estrema sinistra”. Non è dunque semplice prefigurare la maggioranza parlamentare che ne uscirà fuori, anche perché la logica del barrage non può essere fatta valere altrettanto facilmente con la sinistra.

Teoricamente Macron potrebbe dunque ritrovarsi – con una percentuale di possibilità molto alta – a dover cercare una maggioranza in Parlamento diversa per ogni singolo provvedimento. Con prezzi sempre molto alti da pagare e alla lunga logoranti per la sua già non eccelsa credibilità. Una situazione ben peggiore di quella vissuta dal derelitto Hollande, che pure poteva contare su una forte maggioranza parlamentare, con 311 deputati contro i 229 delle opposizioni.

Una situazione “renziana”, o da anni ‘80 (Forlani docet, ai tempi), quasi incompatibile con il compito richiesto dal capitale multinazionale europeo: “fare le riforme strutturali”, aumentare le spese militari e l’interventismo bellico, smantellare i pilastri dello “stato sociale” francese, ridurre al minimo le tasse per il capitale da investimento, ecc. E questo senza neanche cominciare ad analizzare la prevedibile ripresa del conflitto sociale, come già sperimentato in occasione della loi travail firmata proprio da Macron come ministro “socialista”.

La Francia ha insomma un presidente, ma non un “blocco sociale” in grado di costruire consenso maggioritario intorno a un programma qualsiasi. Anche questa tornata elettorale, nonostante la sua drastica tagliola “maggioritaria” (al ballottaggio ha prevalso uno che poteva contare solo sul 24% dei voti “di fiducia”), segnala che siamo davvero giunti alla fine di un ciclo storico. Quello degli “stati nazionali” in grado di contrattare, a seconda della propria forza economico e militare, con la potenza del capitale senza confini.

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