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giovedì 25 maggio 2017

Oggi il primo vertice Nato dell’era Trump

Un’Europa colpita nuovamente nelle sue città dagli attentati jihadisti si prepara al vertice Nato di oggi a Bruxelles e a ricevere il neopresidente degli Stati Uniti. Sullo sfondo del vertice restano le crescenti divergenze tra le posizioni di Washington e degli alleati europei nella Nato.

L’Alleanza Atlantica da un lato fa i conti con se stessa dopo quasi settanta anni di esistenza, dall’altro il carattere dei conflitti da affrontare è mutato nelle forme e nei luoghi. In cima alla lista i vertici Nato pongono la minaccia terroristica e in generale le crisi e instabilità nell’arco di crisi più vicino all’Europa (Ucraina, Repubbliche Baltiche, Medio Oriente). “Sul contrasto al terrorismo in senso stretto, l’Alleanza atlantica può dare un contributo minimo, perché si tratta di un’azione di prevenzione e repressione condotta principalmente dalle forze di polizia e/o di intelligence. Poiché è fondamentale la condivisione di dati a livello europeo e transatlantico, la Nato potrebbe contribuire aiutando i Paesi membri a condividere le informazioni di intelligence e fornire quelle raccolte dagli assetti dell’Alleanza” sottolinea la newsletter dell’Istituto Affari Internazionali.

Ma il problema della Nato – e non solo per le relazioni transatlantiche – sono i rapporti tra i partner strategici nell’era di Trump. Da tempo le classi dominanti europee e statunitensi hanno messo in agenda interessi diversi e in alcuni casi divergenti. L’epoca degli Usa come “primus inter pares” anche dentro la Nato va stretta agli europei. Inoltre l’analisi semplicistica e largamente fuori bersaglio del neopresidente statunitense, che attribuisce tutte le colpe del terrorismo islamico all’Iran, rinsaldando l’asse con l’Arabia Saudita, le monarchie sunnite del Golfo e Israele, difficilmente contribuirà ad una stabilizzazione complessiva del Medio Oriente, al contrario.

Inoltre, fino ad oggi Trump ha fatto sapere chiaramente che gli Stati Uniti non intendono impegnarsi per la stabilizzazione della Libia, o di altri “Stati falliti” nel mondo arabo. Preferisce la caccia ai terroristi tramite operazioni di intelligence, di forze speciali, o anche militari, ma che non richiedano l’impiego massiccio di truppe sul terreno e soprattutto evitino ambiziosi compiti di state building. Una impostazione smentita però dal Pentagono che proprio recentemente ha chiesto alla Casa Bianca di aumentare il contingente militare in Afghanistan di altre migliaia di soldati (tra i 3 e i 5.000).
Infine, c’è il continuo pressing dell’amministrazione Usa per l’aumento al 2% del Pil delle spese militari dei partner europei.

In Europa solamente Gran Bretagna, Estonia, Grecia e Polonia raggiungono questa quota per le spese militari. Nonostante negli ultimi anni si registri una tendenza crescente all’aumento delle spese per la difesa, gli altri Stati europei ancora ne sono al di sotto. Anzi, Finlandia, Grecia e Romania hanno previsto, nelle rispettive leggi di stabilità, delle diminuzioni di spesa. Gli altri paesi hanno invece proposto aumenti che, in alcuni casi, raggiungono le due cifre percentuali. Francia e Germania sono ancora lontani dal raggiungimento della soglia del 2%. Parigi spenderà circa 40.3 miliardi nel 2017, circa l’1,8% del Pil nazionale. Berlino, per contro, che pure ha stanziato per il 2017 un aumento corrispondente a circa l’8% rispetto al budget della difesa del 2016, è ancora all’1,2% del Pil nazionale, prevedendo di raggiungere la soglia del 2% entro il 2024. Anche l’Italia sembra adeguarsi a questo trend. Secondo il rapporto Nato pubblicato a marzo 2017, la spesa militare in Italia è aumentata tra il 2015 e il 2016, passando da 17,642 a 19,980 miliardi. Quest’incremento, che equivale ad un aumento del 10%, fa crescere la percentuale di spesa per la difesa in rapporto al Pil, dall’1,01% all’1,11%.

L’amministrazione Trump ha chiesto alla Nato di aderire ufficialmente alla coalizione internazionale che combatte lo Stato islamico, ed il Vertice di Bruxelles darà probabilmente via libera al riguardo. “Si tratta di un gesto poco più che simbolico, perché tutti gli Stati membri già partecipano alla coalizione” scrive Affari Internazionali.

La Nato probabilmente deciderà di aumentare il numero dei militari dispiegati in Iraq per addestrare le forze locali che combattono lo Stato Islamico e un maggiore impiego degli aerei da ricognizione Awacs a sostegno della campagna area in corso in Siria contro i miliziani di Daesh.

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