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martedì 30 maggio 2017

Rivoluzione industriale 4.0, ossia “contoterzismo” per i tedeschi

L’articolo riguardante il rilancio della manifattura emiliana attraverso la cosiddetta rivoluzione industriale 4.0 ha sollevato attenzione sulla veloce trasformazione in atto nel sistema produttivo italiano. Qui la riflessione del lettore che si firma The Industrialist.

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Ho trovato significativo che il trio di conferenze volte a sdoganare l’innovazione di processo – perché di questo si tratta al netto delle roboanti definizioni da vocabolario social – sia stato messo in piedi dalla Messe Frankfurt, fatto che implicitamente segnala una sorta di conflitto d’interessi (interessatissimo) del capitale tedesco nell’operazione.

La Germania è certamente la principale manifattura del continente, soprattutto è l’unica dotato delle economie di scala capaci di sostenere lo sviluppo di innovazioni di processo spinte – nonostante anche da quelle parti non si disdegni la sofisticazione spudorata dei propri risultati, vedasi Dieselgate, e nonostante una carenza cronica degli investimenti anche in terra tedesca – in grado di rendere la produzione sempre più drasticamente autonoma dal “fattore umano”.

E’, quindi, perfino banale sottolineare come proprio il capitale tedesco abbia tutto da guadagnare dal profondo svecchiamento del sistema produttivo italiano, che aprirebbe alle Siemens di turno nuovi mercati, rimasti per altro orfani dei competitori nazionali che nel settore erano tutti in mano pubblica; segnatamente il conglomerato Ansaldo, poi confluito in Finmeccanica/Leonardo che, a far data dalla vulgata privatizzatrice post “mani pulite”, ha progressivamente smantellato tutta quella produzione che non fosse più o meno strettamente correlata con il militare e in cui, peraltro, le maestranze italiane se la giocavano piuttosto bene. Si pensi ad Ansaldo Industria e Ansaldo Energia, ma anche all’Elsag delle produzioni nel settore dell’automazione postale.

Risulta invece meno banale riflettere sul fatto che un allineamento di quanto è sopravvissuto della manifattura nazionale agli standard del centro Europa, garantirebbe migliore qualità e probabilmente prezzi più più competitivi – almeno nel medio termine – proprio alla stessa grande industria tedesca, notoriamente committente per la produzione nazionale.

Potenzialmente, dunque, ci troviamo di fronte a una partita di giro in cui a vincere è comunque il capitale tedesco, che dall’operazione potrebbe guadagnare anche l’occasione per ridimensionare le pretese dei partner est europei, artefici materiali di larga parte del “successo” della grande industria tedesca nell’ultimo decennio mediante delocalizzazioni a prezzo di costo o quasi.

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