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sabato 27 maggio 2017

Sette divisi su tutto, uniti solo contro chi “sta sotto”

Cosa succede dietro le truppe schierate, i cecchini sui tetti, i metal detector pure nei bagni dei pochi bar aperti?

I “sette grandi” dell’Occidente sono quasi d’accordo su un solo punto: la cosiddetta “lotta al terrorismo”, cui hanno aggiunto una parola ambigua dal significato quasi sempre arbitrario: estremismo. Dobbiamo ricordare ogni volta che l’Onu – massimo organismo internazionale per quanto riguarda almeno la determinazione di un vocabolario comune – non è mai riuscito a dare una definizione condivisa del termine “terrorismo”. Quando si cominciava ad entrare nel merito, diventava improvvisamente chiaro che ogni Stato voleva considerare “terroristi” i propri oppositori armati e “freedom figheters” quelli altrui, con cui magari intrattiene buoni rapporti, canali di rifornimento logistico e/o finanziario.

Non si fa dunque fatica a capire che la stessa sorte toccherà al cosiddetto “estremismo”, fenomeno ancor meno descrivibile una volta che ci si innalzi al di sopra di un determinato contesto nazionale, o al massimo continentale. Volendo scherzare, possiamo far notare che persino fedelissimi del grande capitale internazionale come Massimo D’Alema e Pierlugi Bersani – protagonisti dell’aggressione alla ex Jugoslavia, delle “lenzuolate” di privatizzazioni e liberalizzazioni che hanno quasi azzerato impresa pubblica e diritti sociali – potrebbero facilmente oggi apparire, nel panorama fetido della politica italiana, quasi due “estremisti di sinistra”. Mentre a destra anche i mazzieri di Casapound passano ormai per “moderati che pensano a lavorare nel sociale” (vedi le ultime relazioni annuali dei servizi segreti italici).

Insomma, l’unico punto di convergenza autentica, ancorché con molti non detto, si registra sulla guerra-alleanza con il jihadismo sunnita (l’Arabia Saudita resta il pilastro mediorientale dell’imperialismo, nonostante finanzi l’Isis e altri gruppi) e sulla guerra senza mediazioni alle opposizioni politico-sociali interne. Seppellendo, senza remore, quanto resta dei vecchi ordinamenti democratico-liberali.

Su tutto il resto, a cominciare dal clima, le cronache parlano di un “vertice a sei contro uno”, oppure di divergenze insanabili tra europei e non (Canada, Usa e Giappone), oppure ancora di divergenze anche tra non europei (il liberal canadese Trudeau e il tycoon reazionario statunitense non sembrano fatti per capirsi).

Dietro le persone e le facce, però, premono interessi economici resi drammatici da dieci anni di crisi senza ancora una via d’uscita. Non è un caso che il “testo finale” a cui stanno lavorando sia ridotto a 6-7 paginette di slogan molto neutrali e interpretabili in modo molto elastico, mentre nei vertici fino a un anno fa si stendevano dei romanzi di decine di pagine inneggianti ai benefici della “globalizzazione” che sarebbero certamente un giorno arrivati nelle tasche di tutti, anche se per il momento non se ne vedeva traccia. Anzi.

L’ultimo anno è stato fatale per lo storytelling in auge da un quarto di secolo. Quattro paesi su sette sono oggi rappresentati da nuovi leader in seguito a ribaltamenti imprevisti delle rispettive popolazioni. David Cameron è stato travolto dal voto sulla Brexit, così come Trump ha inopinatamente smantellato l’establishment repubblicano-democratico statunitense sbaragliando la presunta certa vincitrice Hillary Clinton. E solo la legge elettorale francese ha evitato che Parigi si presentasse al vertice con un premier dimezzato a capo di un governo di coalizione dalla tenuta incerta (ricordiamo che il primo turno aveva prodotto quattro opzioni politiche quasi sullo stesso piano quantitativo, intorno al 20%). E anche il padrone di casa che si sbracciava per indicare le bellezze di Taormina o le scie delle Frecce aveva l’aplomb impiegatizio di Gentiloni, non più il macchiettismo elettrico di Renzi, impalatosi da solo sul referendum costituzionale.

L’approccio neoliberista e “globalista” è sepolto. Non tanto nei discorsi o nella narrazione affidata ai media, quanto e soprattutto nei documenti ufficiali. Per la prima volta un vertice del G7 non riesce a trovare il consenso per scrivere nero su bianco le due formule di rito che sostengono il pensiero unico neoliberale: condanna del protezionismo e impegno a rafforzare il multilateralismo.

Lo spariglio decisivo maturato nei mesi scorsi è ovviamente la necessità impellente e drammatica degli Stati Uniti di metter fine al meccanismo inaugurato nell’agosto del 1971: l’America che stampa dollari a volontà, senza alcun rapporto con le quantità d’oro a supporto, e fa da primo consumatore globale – a debito – della produzione mondiale. I dieci anni di crisi affondano il dollaro (anche la Cina ha smesso da qualche anno di investire in titoli di stato Usa), fanno esplodere il debito pubblico e privato yankee, e i capitali che continuano ad accorre in territorio USA gonfiano a Wall Stret una bolla che farà strage al momento dell’inevitabile esplosione-sgonfiamento.

Come segnala Guido Salerno Aletta su Affari e Finanza di oggi,
Il debito federale è in crescita continua, e si prevede che cresca ancora: nel 2016 è stato pari al 107,3% del pil, quest’anno al 108,3%, fino a raggiungere il 117% del 2022. La posizione internazionale netta americana peggiora in continuazione dai -1.279 miliardi di dollari del 2007 è arrivata ai – 8.109 miliardi del 2016. In dieci anni, il debito americano verso l’estero è cresciuto di 6.830 miliardi di dollari: con questo disavanzo commerciale e con questo debito pubblico non si va avanti.
Soprattutto quando, com’è oramai costretta a fare la Federal Reserve (e di lì a poco anche la Bce), i tassi di interesse riprendono a salire. L’incrocio tra debito stellare e tassi in salita si traduce immediatamente i risorse che se ne vanno solo per ripagare il servizio del debito, senza peraltro diminuirlo.

The Donald è stato scelto da quella parte di America che ha bisogno di fare profitti producendo merci (non solo finanza), mettendo al lavoro gente che altrimenti va a gonfiare fasce sociali a rischio improvvisa esplosione (a meno di non voler mettere in conto i continui riot al solo – ed esibito – razzismo della polizia). Non è importante se lui abbia in testa o no una soluzione credibile – non ce l’ha nessuno a quel che si comprende – è invece decisivo che il paese e l’economia più grande del pianeta siano arrivati al punto di far dire “non possiamo più andare avanti in questo modo”.

E da questo G7 non verrà fuori altro che la presa d’atto – mascherata il più possibile nelle photo opportunity – che il mondo non ha più un padrone assoluto, anche molto nervoso e minaccioso. Perché, ricordiamoci sempre, l’unico avversario contro cui sono da sempre coalizzati senza alcun dubbio sono i popoli sotto il loro governo.

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