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venerdì 26 maggio 2017

Tesoretto IIT: il recupero è appeso ad un emendamento

Circolano in queste ore notizie confuse circa il fatto che anche l’ultimo emendamento alla mini finanziaria finalizzato a destinare alla ricerca pubblica il “tesoretto” di IIT (oltre 400 milioni di euro) sarà ritirato dal suo proponente (Repubblica Genova: IIT, l’emndamento sparisce. No, ritorna).

«Mi ha garantito che non appena riprenderanno i lavori della commissione Bilancio ritirerà l’emendamento» scrive Repubblica Genova, citando una deputata, senza però intervistare il diretto interessato. Come escludere che siano voci sparse ad arte per indebolire la posizione di chi, proprio in queste cruciali ore, si sta impegnando in commissione Bilancio alla Camera perchè l’emendamento passi?

Vogliamo ricordare che, come testimoniato sia da numerose interrogazioni parlamentari pregresse sia dalle pagine di ROARS, la richiesta della restituzione di fondi inutilizzati di così ampia entità è un atto di giustizia richiesto da un’ampia comunità.

In merito, qui sono state raccolte oltre 5000 firme perchè quei soldi tornino alla ricerca pubblica, invece di giacere in Banca d’Italia (o peggio, come sembra circolare nelle ultime ore, se ne pianifichi la spesa da parte di IIT per fantomatici nuovi centri di ricerca).

Vale la pure la pena di ricordare che anche dall’Accademia dei Lincei, aveva sollecitato “una valutazione straordinaria a tutto tondo per giudicare l’efficacia del modello di organizzazione dell’IIT come modello per sviluppare la ricerca italiana”.

Infine, è opportuno sottolineare come IIT (che continuerebbe sempre ad ottenere i suoi quasi 100 milioni annui) non sia affatto in pericolo: al contrario della ricerca pubblica, cui quei 400 e passa milioni potrebbero restituire un po’ di ossigeno e dignità.

Sarebbe bene che chi siede in Parlamento sia consapevole della posta in gioco e dell’opinione della comunità scientifica italiana.


Continua la maretta intorno a IIT e la gestione dei fondi.
Così a naso direi che non se ne esce anche perché la critica resta troppo interna a dinamiche tecniche che la visione politica della cosa la lambisce appena.

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