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giovedì 25 maggio 2017

Trump, bilancio di lacrime e sangue

di Michele Paris

Nel pieno del primo viaggio oltreoceano del presidente Trump, questa settimana la Casa Bianca ha presentato al Congresso la propria proposta per il bilancio federale degli Stati Uniti del prossimo anno che servirà da punto di partenza nelle complesse trattative per giungere nei prossimi mesi a una versione definitiva.

Il piano di spesa dell’amministrazione Trump è stato redatto dal “direttore del budget” della Casa Bianca, l’ex deputato repubblicano Mick Mulvaney, già considerato uno dei più irriducibili “falchi” sulle questioni fiscali durante il suo mandato alla Camera dei Rappresentanti di Washington.

Coerentemente con l’inclinazione del proprio autore e con gli orientamenti dello stesso Trump, la bozza di bilancio rappresenta poco meno che una dichiarazione di guerra ai poveri e ai lavoratori americani. Se tutte o parte delle iniziative in esso contenute dovessero essere implementate, molti programmi sociali diretti alle classi più deboli negli Stati Uniti, in larga misura eredità del riformismo progressista degli anni Trenta e Sessanta del secolo scorso, verrebbero in pratica svuotati o smantellati completamente.

La proposta di Trump è stata duramente criticata soprattutto da leader ed esponenti del Partito Democratico, ma l’ennesimo assalto a ciò che resta del welfare USA da parte della Casa Bianca è in realtà il culmine di un lungo processo, avanzato in parallelo all’acuirsi del capitalismo americano e portato avanti, talvolta con maggiore determinazione, anche dalle amministrazioni democratiche.

Il bilancio federale da 4.100 miliardi di dollari include tagli alla spesa pubblica pari alla cifra stratosferica di 3.600 miliardi entro i prossimi dieci anni. Al centro del delirio trumpiano vi è il concetto, condiviso da moltissimi all’interno della classe dirigente americana e non solo, che qualsiasi forma di welfare scoraggia l’attitudine al lavoro di coloro che ricevono qualche beneficio dal governo e che la società odierna non ha in pratica alcuna responsabilità nel provvedere ai bisogni essenziali dei propri elementi più deboli.

L’altra ragione che spinge alla riduzione drastica della spesa pubblica sarebbe l’esplosione del debito federale. Questa tesi è però smentita dal continuo crescere degli stanziamenti militari, che Trump promette di aumentare di un altro 10%, e dall’impegno ad abbassare le tasse per i ricchi e le grandi aziende.

Uno dei programmi maggiormente colpiti dalla proposta di bilancio di Donald Trump sarebbe Medicaid, ovvero la copertura sanitaria destinata a oltre 74 milioni di americani disabili o a basso reddito. Il taglio in questo caso ammonterebbe a 800 miliardi di dollari in dieci anni.

Inoltre, come già previsto dalla legge sulla sanità di Trump in discussione al Congresso (“AHCA”), Medicaid vedrebbe alterata la propria natura di programma finanziato senza limiti fissi e a seconda dei bisogni di quanti ne beneficiano. La nuova proposta prevede un sistema gestito dai singoli stati in base a uno stanziamento federale ben definito che costringerebbe gli amministratori a tagliare i servizi offerti o il numero di persone coperte.

Tra le misure più crudeli incluse nella bozza presentata da Trump c’è poi una nuova sforbiciata ai sussidi per l’acquisto di cibo (“food stamps”) dopo i significativi tagli già apportati o avallati dall’amministrazione Obama negli anni scorsi. Il numero di americani che hanno potuto permettersi un pasto grazie a questo programma era salito vertiginosamente dopo l’esplosione della crisi finanziaria del 2008-2009, fino a interessare a tutt’oggi qualcosa come 44 milioni di persone. Trump propone ora di togliere a questa voce di spesa un quarto dei fondi, cioè poco meno di 200 miliardi di dollari in dieci anni.

Altrettanto grave è il taglio da 72 miliardi di dollari ipotizzato per l’assistenza ai disabili. Questo provvedimento sarebbe dovuto al fatto che, come hanno spiegato apertamente la Casa Bianca e vari leader repubblicani, spesso i disabili assistiti sono perfettamente in grado di trovarsi un lavoro ma non lo fanno perché godono di un sussidio federale.

L’impegno nell’accrescere la manodopera super-sfruttata e sottopagata a disposizione delle aziende private, sottraendola al welfare, è alla base anche di altre misure, come la riduzione di oltre 270 miliardi di dollari al fondo del programma “TANF”, creato dall’amministrazione Clinton nel 1997, che sostiene economicamente famiglie povere con figli a carico.

L’attitudine anti-scientifica e il disprezzo della cultura da parte dell’amministrazione Trump emergono poi inevitabilmente da altre proposte del bilancio. A perdere finanziamenti vitali potrebbero essere infatti vari istituti culturali e di ricerca, come quello sul cancro e per la promozione delle arti.

Come già anticipato, non tutte le voci di spesa federale vedranno un ridimensionamento. Il già colossale bilancio del Pentagono otterrebbe ad esempio da Trump più di 50 miliardi extra, pari al 10% del totale. Inoltre, il carico fiscale per i redditi più alti si abbasserebbe, sia tramite un taglio delle aliquote sia grazie all’abolizione della tassa extra del 3,8% sui “capital gains” che l’amministrazione Obama aveva introdotto per finanziare la riforma sanitaria del 2010.

Nonostante queste ultime proposte, l’intero piano della Casa Bianca dovrebbe magicamente ridurre il deficit federale di 5.600 miliardi di dollari nel prossimo decennio. La fantasiosa previsione è basata in particolare sull’illusione che la contro-rivoluzione neoliberista auspicata da Trump generi una crescita annua dell’economia americana pari al 3%, un livello escluso, oltre che dalla logica, da svariate stime indipendenti, tra cui quella della Federal Reserve.

Com’è consuetudine negli Stati Uniti, alla proposta di bilancio del presidente si affiancano in seguito quelle di Camera e Senato. Su queste tre bozze vengono poi condotti dei negoziati – tra la Casa Bianca e la maggioranza al Congresso e tra quest’ultima e i leader di minoranza – che dovrebbero portare all’approvazione di un piano di spesa definitivo.

Intanto, la proposta di Trump ha già aggravato la crisi politica a Washington, visto che l’enormità dei tagli previsti a programmi sociali molto popolari ha convinto numerosi membri del Congresso repubblicani a prendere le distanze dal presidente.

Come già accaduto nel dibattito sulla proposta di legge sanitaria di Trump, gli “ideali” ultra-liberisti della destra repubblicana che dovrebbero guidare le politiche del governo e del Congresso rischiano di avere un contraccolpo rovinoso sul gradimento del partito, oltre che sulla vita di decine di milioni di americani.

Per questa ragione, i leader repubblicani al Congresso hanno chiarito che quello presentato dalla Casa Bianca non sarà né il bilancio proposto dalla maggioranza né quello che verrà alla fine approvato. La cautela repubblicana non deve però illudere nessuno, poiché il bilancio alternativo a quello del presidente sarà al limite solo marginalmente meno reazionario di quest’ultimo.

Anzi, lo speaker della Camera, Paul Ryan, ha lasciato intendere che la sua proposta potrebbe includere modifiche anche per il ridimensionamento di Medicare, il programma di assistenza sanitaria destinato agli anziani che Trump si è impegnato a lasciare per il momento inalterato.

Anche se non tutti gli aspetti della proposta del presidente saranno alla fine incorporati nel bilancio federale del prossimo anno, l’iniziativa della Casa Bianca servirà comunque a spostare da subito verso l’estrema destra il dibattito sul finanziamento del governo.

I democratici, da parte loro, non opporranno alla fine particolari resistenze, se non alle misure più radicali e per motivi principalmente elettorali. Infatti, nonostante le ferme critiche al bilancio del presidente di questi giorni, i leader dell’opposizione al Congresso hanno già fatto sapere di essere disposti a collaborare con un partito e una Casa Bianca forse mai così a destra in tutta la storia recente degli Stati Uniti.

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