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giovedì 4 maggio 2017

Trump gela Abu Mazen, USA solo facilitatori, non imporranno accordo

di Michele Giorgio - il Manifesto

Sicurezza e lotta al terrorismo. È questo che Donald Trump ha ripetuto ad Abu Mazen giunto ieri alla Casa Bianca fiducioso di poter instaurare un rapporto fruttuoso con la nuova Amministrazione dopo aver temuto di essere messo ai margini. Trump peraltro, parlando ai giornalisti, è riuscito ad incrinare ulteriormente la già fragile posizione del presidente dell’Anp tra la sua gente, proclamandosi sorpreso positivamente da come israeliani e palestinesi lavorino bene nella sicurezza, in riferimento al coordinamento tra l’intelligence israeliana e quella palestinese tanto contestato dalla popolazione nella Cisgiordania occupata.

Abu Mazen ha ascoltato imbarazzato, poi ha ribadito che la scelta strategica palestinese è arrivare a una pace basata sulla soluzione dei due Stati con i confini del ’67. E ha sollecitato l’intervento americano per realizzare le aspirazioni palestinesi. Trump però ha confermato la linea che aveva espresso a febbraio durante l’incontro con il premier israeliano Netanyahu. Si è detto convinto che si arriverà ad un accordo tra Israele e palestinesi ma ha precisato che «nessuno può imporlo» alle parti, sottolineando che il ruolo degli Usa sarà solo quello di facilitarlo e di mediare.

Contro ogni ragionevole previsione, Abu Mazen e diversi funzionari del suo entourage nei giorni precedenti all’incontro alla Casa Bianca avevano manifestato un cauto ottimismo sui risultati del primo faccia a faccia con il nuovo inquilino della Casa Bianca. Facendo troppo affidamento sulla imprevedibilità di Trump, il presidente dell’Anp e i suoi consiglieri si sono convinti che l’Amministrazione Usa, nonostante la sua stretta alleanza con Israele, sorprenderà tutti con decisioni favorevoli ai palestinesi. Eppure Trump, nei quattro mesi alla Casa Bianca, non ha messo in mostra una particolare imprevedibilità in politica estera. Al contrario ha segnalato che la sua presidenza sarà convenzionale e in linea con l’atteggiamento avuto in Medio Oriente dagli ultimi presidente americani, peraltro con un appoggio ancora più marcato a Israele.

Abu Mazen ieri voleva spiegare ciò che l’Anp ritiene si debba fare per arrivare alla soluzione dei Due Stati – fermare la colonizzazione israeliana in Cisgiordania e a Gerusalemme Est e fissare in tempi certi la fine all’occupazione militare – e invece è stato costretto sulla difensiva, incalzato da Trump sulla lotta «al terrorismo» e «all’incitamento all’odio». E durante i colloqui il presidente Usa ha insistito per il blocco dei pagamenti da parte dell’Anp alle famiglie di palestinesi uccisi durante il conflitto con Israele o imprigionati (315 mln dlr a 36 mila famiglie, secondo alcune stime) che, secondo Netanyahu, rappresenterebbero un «sostegno al terrorismo» e un «riconoscimento per atti di violenza». È un altro macigno per Abu Mazen, perché la questione tocca le corde più sensibili della società palestinese, peraltro impegnata ad appoggiare lo sciopero della fame iniziato 18 giorni fa nelle prigioni d’Israele da 1200 detenuti su iniziativa di Marwan Barghouti, leader incarcerato di Fatah, il partito guidato del presidente dell’Anp.

Ieri sera circa tremila palestinesi, con bandiere, foto e striscioni, erano riuniti in Piazza Mandela a Ramallah per manifestare sostegno alla protesta nelle carceri. Il digiuno va avanti e se gruppi di detenuti hanno messo fine alla protesta, molti altri vi aderiscono ogni giorno che passa. Oggi cominceranno a farlo altri 50 prigionieri tra cui il leader del Fronte popolare Ahmad Saadat, il capo del comitato dirigente dei detenuti di Hamas Abbas Sayyid e di quello del Jihad islamic Zayid Bseisi. Altre decine, riferisce la stampa palestinese, aderiranno alla protesta il 7 maggio. Tra i manifestanti ieri in strada a Ramallah era forte la preoccupazione che l’Anp, sotto la pressione di Trump, possa tagliare i sussidi alle famiglie dei detenuti politici. Una decisione in tal senso della leadership palestinese innescherebbe sicuramente violenze e proteste, favorendo il movimento islamico Hamas che già accusa la presidenza palestinese di “tradimento”.

Non è chiaro inoltre se Abu Mazen sia riuscito in qualche modo a persuadere Trump a non trasferire l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, come il presidente americano aveva detto di voler fare in campagna elettorale. Trump, secondo le indiscrezioni, potrebbe annunciare il trasferimento della sede diplomatica – «È ancora sotto seria considerazione» ha detto due giorni fa il vice presidente Mike Pence – tra un paio di settimane quando sarà in visita ufficiale in Israele, durante le celebrazioni organizzate dal governo Netanyahu per i 50 anni dalla guerra dei Sei Giorni e dall’inizio dell’occupazione della zona araba di Gerusalemme.

A conti fatti Abu Mazen, come si prevedeva, non ha ottenuto da Trump alcuna assicurazione politica e torna a casa con in tasca solo la probabile ma non ancora sicura riconferma dell’aiuto economico Usa ai palestinesi.

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