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giovedì 11 maggio 2017

Trump tra FBI e “Russiagate”

di Michele Paris

L’amministrazione americana di Donald Trump rischia di precipitare in una pericolosa spirale di crisi dopo il polverone politico scatenato dall’improvvisa decisione di martedì del presidente di rimuovere dall’incarico il direttore dell’FBI, James Comey. L’iniziativa della Casa Bianca è virtualmente senza precedenti e potrebbe innescare una vera e propria crisi costituzionale, sovrapponendosi alla campagna già in atto sui presunti legami tra l’amministrazione e il governo russo.

I contorni del licenziamento di Comey sono sembrati subito poco chiari. Le ricostruzioni dei giornali americani hanno assicurato che la decisione era nell’aria alla Casa Bianca da almeno una settimana e sarebbe stata presa dopo una serie di consultazioni tra pochissimi esponenti dell’amministrazione Trump.

La ragione che ha convinto il presidente a sollevare dall’incarico il numero uno della polizia federale USA con sette anni di anticipo rispetto alla scadenza decennale del suo mandato è in ogni caso da collegare all’indagine che l’FBI sta conducendo sui possibili collegamenti tra politici e membri dell’intelligence di Mosca con Trump e uomini a lui vicini al fine di favorire quest’ultimo nelle elezioni presidenziali dello scorso novembre.

Il licenziamento è arrivato infatti dopo settimane di audizioni al Congresso sul cosiddetto “Russiagate”, tra cui quella dello stesso Comey, ma anche in seguito a misure legate alle indagini che prospettano una stretta sulla vicenda che potrebbe mettere in serio imbarazzo l’amministrazione Repubblicana.

Sempre i giornali USA hanno rivelato in questi giorni come siano stati preparati dei mandati di comparizione destinati a individui a conoscenza dei fatti che avevano portato alla rimozione del primo Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, l’ex generale Michael Flynn. Quest’ultimo aveva perso il posto pochi giorni dopo la nomina in seguito alla diffusione della notizia dei suoi contatti con l’ambasciatore russo a Washington, tenuti in parte nascosti al vice-presidente, Mike Pence.

In seguito, Flynn è stato sottoposto a indagine per legami finanziari con il governo russo e proprio nei giorni scorsi è esplosa una nuova polemica dopo che era emerso come la Casa Bianca avesse atteso 18 giorni per liquidarlo, nonostante il ministro della Giustizia ad interim, Sally Yates, avesse rivelato alla nuova amministrazione che l’ex generale aveva promesso segretamente all’ambasciatore russo l’allentamento delle sanzioni contro Mosca applicate da Obama.

Mercoledì, è circolata inoltre la notizia che nei giorni scorsi Comey aveva fatto sapere ad alcuni membri del Congresso impegnati nelle indagini sul “Russiagate”di avere chiesto al dipartimento di Giustizia, da cui l’FBI dipende, maggiori “risorse” per il caso delle interferenze di Mosca nel processo elettorale americano.

La giustificazione ufficiale per il benservito a Comey è stata però di altra natura ed è collegata invece alla gestione da parte dell’FBI dell’indagine su Hillary Clinton, accusata di avere utilizzato un server privato di posta elettronica durante la sua permanenza al dipartimento di Stato.

La Casa Bianca e il dipartimento di Giustizia hanno commissionato al vice-ministro della Giustizia, Rod Rosenstein, una lettera di licenziamento che sembra un concentrato di contraddizioni e incongruenze. Comey viene accusato di avere commesso gravi errori nel condurre le operazioni relative al caso Clinton, dapprima scagionando l’ex candidata Democratica alla Casa Bianca nel mese di luglio e a ottobre, a soli 11 giorni dal voto, con una clamorosa dichiarazione pubblica per annunciare la riapertura delle indagini.

Le conclusioni che Trump avrebbe tratto per arrivare al licenziamento di Comey, almeno secondo la lettera di Rosenstein, sono però contraddette dai fatti e da molte dichiarazioni, spesso rilasciate tramite “tweet”, dello stesso presidente.

Quando, ad esempio, il capo dell’FBI aveva deciso di non procedere contro Hillary, Trump si era espresso in termini molto critici, mentre a ottobre aveva elogiato Comey per il coraggio mostrato nel riaprire l’indagine ai danni della sua rivale alla vigilia delle presidenziali.

Che oggi Trump siluri Comey per la conduzione della vicenda Clinton è dunque assurdo. La conclusione più logica è piuttosto che si tratti di un’azione per cercare di ostacolare l’indagine sui legami della sua amministrazione con la Russia, guidata appunto dal direttore dell’FBI.

L’evento cruciale che può avere convinto Trump a prendere provvedimenti nei confronti di Comey potrebbe essere stata la testimonianza di quest’ultimo il 20 marzo scorso alla commissione Servizi Segreti della Camera dei Rappresentanti del Congresso. In quell’occasione, Comey aveva per la prima volta confermato ufficialmente l’esistenza di un’indagine dell’FBI sulla presunta interferenza russa nelle presidenziali del 2016, possibilmente in collaborazione con uomini dello staff di Trump.

Anche considerando il dilettantismo e l’irresponsabilità che hanno spesso caratterizzato l’azione dell’amministrazione Trump in questi primi mesi, è difficile credere che non fossero state previste le conseguenze politiche della rimozione del responsabile di un’agenzia federale che sta indagando sulla Casa Bianca.

Il fatto che Trump abbia deciso comunque di muoversi in questo senso sembra dimostrare perciò il livello di disperazione che pervade una nuova amministrazione sotto assedio da parte di forze all’interno dello Stato preoccupate sia per il discredito in cui la Casa Bianca sta gettando gli Stati Uniti sia, ancor più, per un’attitudine strategica ritenuta non sufficientemente anti-russa.

La decisione di Trump è poi da mettere in relazione forse anche alle divisioni e ai malumori esistenti all’interno dello stesso “Bureau”. Comey ne aveva accennato settimana scorsa durante un’audizione al Senato in riferimento alla reazione negativa di molti nell’FBI all’archiviazione del caso Clinton.

Questo fermento aveva probabilmente incoraggiato alcune fughe di notizie relative alla vicenda Clinton a favore di politici Repubblicani, tra cui l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, e può ragionevolmente essere stato preso in considerazione dalla Casa Bianca nella speranza di limitare il contraccolpo del licenziamento di Comey, quanto meno all’interno dell’FBI.

Vista la gravità del quadro in cui si trova a operare l’amministrazione Trump, è evidente che la decisione di martedì potrà comunque fare ben poco per risolvere la crisi politica attuale. Anzi, la cacciata di Comey ha immediatamente moltiplicato le richieste di creare una commissione d’indagine indipendente sul “Russiagate”. A chiederla con maggiore insistenza sono stati i membri Democratici del Congresso, ma a essi si sono allineati anche numerosi esponenti del partito di Trump, alcuni dei quali hanno criticato apertamente la rimozione di Comey.

L’addio forzato del numero uno dell’FBI ha aperto anche un’ulteriore linea d’attacco per i nemici di Trump, accostato da molti a Richard Nixon e alle vicende dello scandalo “Watergate”. Il riferimento è andato in particolare al cosiddetto “Massacro del sabato sera” del 20 ottobre 1973, quando l’allora presidente costrinse alle dimissioni il proprio ministro della Giustizia, Elliot Richardson, e il suo vice, William Ruckelshaus, per essersi rifiutati di licenziare il procuratore speciale Archibald Cox, incaricato di indagare sul “Watergate”.

Storicamente, il parallelo sembra essere appropriato, vista anche la tendenza che accomuna Trump e Nixon a disinteressarsi delle regole democratiche. Tuttavia, dietro agli attuali attacchi contro la Casa Bianca non ci sono forze genuinamente interessate alla difesa dei principi della democrazia, bensì una campagna reazionaria basata sulla promozione di interessi politici e strategici ben precisi.

Le forze che operano contro Trump intendono cioè neutralizzare del tutto i propositi di quest’ultimo di intraprendere un percorso distensivo con Mosca, ad esempio attraverso una qualche collaborazione sulla guerra in Siria.

I timori di quanti ritengono la Russia il principale ostacolo al dispiegamento dell’influenza americana nelle aree strategicamente più importanti del pianeta non sono stati infatti fugati da alcune iniziative recenti di Trump che avevano fatto pensare a un ripiegamento da parte del presidente, prima fra tutte il bombardamento ai primi di aprile di una base aerea siriana.

Anzi, le apprensioni della fazione anti-russa dell’establishment americano sembrano essere tornate al di sopra dei livelli di guardia dopo gli sviluppi delle ultime settimane, segnate, tra l’altro, da una telefonata “cordiale” tra Trump e Putin, dal sostanziale via libera della Casa Bianca al piano russo sulla creazione di “zone di de-escalation” in Siria, dall’invio di un diplomatico americano di alto rango ai colloqui di pace in Kazakistan promossi da Mosca e dalla visita di mercoledì a Washington del ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov.

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