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venerdì 12 maggio 2017

Tunisia - L'esercito contro i disoccupati

L’esercito contro i disoccupati, i lavoratori e chi chiede maggiore giustizia sociale. L’esercito a protezione delle compagnie energetiche e le infrastrutture di gas e greggio. È questa l’immagine che ieri hanno dato le parole del presidente tunisino Beji Caid Essebsi, in un discorso alla nazione: “Sappiamo che questa è una decisione grave ma va presa. Il nostro percorso democratico è minacciato e la legge va applicata, ma rispetteremo le libertà”.
 
Facciamo un passo indietro: da settimane la Tunisia è teatro di proteste popolari a causa della difficile situazione economica, della disoccupazione mai sconfitta dopo la rivoluzione del 2011 (15,5% a gennaio 2017), con le campagne e la periferia del paese marginalizzati come sei anni fa. Lo scontento, sempre presente, è cresciuto nell’ultimo periodo investendo soprattutto l’entroterra. I disoccupati sono scesi in strada, hanno bloccato con lunghi sit-in le vie di comunicazione verso i siti produttivi e le sedi delle compagnie straniere (tra cui l’italiana Eni), mentre gli operai hanno scioperato fermando la produzione.

Per Essebsi è davvero troppo, non importa che la gente (soprattutto i giovani, i più colpiti dall’elevato tasso di disoccupazione, che si aggira per gli under 30 intorno al 40%) chieda redistribuzione delle ricchezze, lavoro e salari decenti. “Quando i manifestanti si arrabbiano, bloccano le strade – ha detto il presidente – Le strade appartengono a tutti e lo Stato deve intervenire. Vi avverto fin da ora”. A monte, aggiunge, c’è la necessità di proteggere la produzione interna, “le risorse del popolo tunisino” ed evitare che l’attività economica si interrompa come – cita – l’industria dei fosfati nella regione centrale di Gafsa che “è stata bloccata per cinque anni”.

A muovere il governo sono state le ultime proteste: lunedì il Ministero dell’Energia aveva annunciato lo stop alla produzione nei giacimenti di Baguel e Tarfa, entrambi della compagnia energetica Perenco. Dal 28 febbraio è invece fermo il giacimento Chouech Essaida, a sud, di proprietà della canadese Serinus Energy. E la protesta si è allargata alla regione di Tataouine, dove operano Eni e Omv. Qui migliaia di manifestanti combattono da settimane, in mezzo al deserto, minacciando di chiudere le vie di comunicazione usate dalle compagnie energetiche se non si interverrà per creare nuovi posti di lavoro o si redistribuirà la ricchezza. Omv, compagnia austriaca, ha spostato 700 dipendenti in via precauzionale, mentre Eni ha fatto sapere di non aver subito danni.

Qualcuno dà man forte al presidente: sono i sindacati tunisini che hanno fatto sapere di aver accettato la decisione di dispiegare l’esercito per tutelare gli snodi produttivi del paese. “[Le truppe] proteggono da tempo le strutture vitali”, si legge in un comunicato dell’Ugtt, che definisce la misura non in contrasto con le libertà della popolazione. Insomma, protestate pure ma senza inficiare sulle attività economiche. In particolare su quelle energetiche (la Tunisia produce circa 44mila barili al giorno, poco se paragonato ai due giganti vicini, Algeria e Libia) in un periodo in cui il governo sta tentando anche di introdurre misure di austerity.

Dietro sta una generale crisi della politica e delle istituzioni tunisine: a pochi mesi dalle elezioni locali previste entro il 17 dicembre, martedì il presidente dell’Istanza superiore indipendente per le elezioni, Chafik Sarsar, si è dimesso. Una decisione a sorpresa assunta, ha fatto sapere Sarsar, a causa di indebite pressioni subite dall’Istanza. Essebsi si dice sorpreso ma rassicura: le elezioni si terranno comunque, le prime municipali dopo il 2011 e la deposizione di Ben Ali, con una legge elettorale approvata a gennaio dopo due anni di rinvii.


Chissà come mai le dinamiche di sfruttamento e le azioni che gli apparati istituzionali pongono in essere per tutelare il profitto sulla pelle di chi lavora sono sempre le medesime.
In ogni nazione capitalista c'è un Minniti e i suoi decreti insomma.

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