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mercoledì 31 maggio 2017

Washington: attacco ad Hezbollah “opzione possibile”

Maggio rappresenta un mese fondamentale per il Libano. Il 25 Maggio 2000, infatti, la Resistenza Libanese riuscì a compiere quello che non era mai avvenuto fino ad allora: costrinse l’esercito israeliano, uno tra i più temuti e potenti al mondo, ad abbandonare il Libano dopo 18 anni di occupazione, dal 1982.

Da allora Tel Aviv ha provato in qualsiasi maniera a contrastare l’ascesa di Hezbollah. Direttamente, attraverso i 33 giorni di guerra nel 2006 che, però, non portarono all’obiettivo prefissato dalle forze ebraiche (la distruzione del “partito di Dio”), ma, al contrario, misero in evidenza le difficoltà di Tsahal (esercito Israeliano) con una serie di sconfitte cocenti. Oppure indirettamente: sostenendo l’Arabia Saudita e le milizie jihadiste filo-saudite create, in molti casi, per contrastare l’asse sciita rappresentato nella regione da Siria, Iraq, Iran e Libano. Risultati altrettanto deficitari anche per quanto riguarda il sostegno al pupillo saudita nel paese dei cedri, Saad Hariri, visto che, dopo una serie di sconfitte politiche, lo stesso leader sunnita del partito “Futuro” ha dovuto percorrere la via della riconciliazione e diventare primo ministro di un governo di unità nazionale con un presidente della repubblica, il cristiano maronita Michel Aoun, candidato di Hezbollah.

Negli ultimi due anni sono diventati sempre più insistenti le analisi e le voci relative al prossimo scontro militare tra Israele ed Hezbollah. In un suo editoriale Haaretz, quotidiano israeliano, ha posto il segno indicando che non ci si chiede più se ci sarà un conflitto, ma quando questo avverrà.

L’amministrazione Trump sembra, da questo punto di vista, aver dato nuovo impulso alla politica aggressiva del governo Netanyahu. Secondo il quotidiano inglese Financial Times “Washington avrebbe dato il via libera ad un’azione militare di Tel Aviv contro Hezbollah, anche con una possibile invasione del Libano”. La principale motivazione dell’autore, David Gardner, sarebbe quella legata all’impossibilità degli USA, di Israele e dell’Arabia Saudita di poter attaccare direttamente l’Iran, principale nemico, e di ripiegare sulla distruzione di Hezbollah, emanazione iraniana nella regione. “Malgrado l’ostilità contro l’Iran” – ha aggiunto il quotidiano – “l’amministrazione americana ha valutato che in questo periodo è più strategico preservare il dossier nucleare e puntare a contrastare Teheran attraverso un attacco ad Hezbollah, suo principale alleato”.

La conferma di queste affermazione sta nei fatti di queste settimane. I primi del mese il presidente americano ha convocato a Washington alcuni rappresentanti dei paesi della regione mediorientale (Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Bahrein, Giordania) oltre a rappresentanti europei (Francia, Gran Bretagna) per migliorare una possibile strategia di contrasto contro Hezbollah. Le prime mosse sono legate a due possibili azioni che stanno avvenendo in questo periodo. La prima riguarda l’operazione militare “Eager Lion” con una possibile invasione di forze giordane, supportate da americani e inglesi, nella zona di Al Tanf, nel sud della Siria, per posizionarsi proprio vicino alle milizie sciite libanesi, numerose in tutta l’area. La seconda riguarderebbe una serie di sanzioni economiche e di controlli sulle banche, libanesi e non, al fine di diminuire l’afflusso finanziario diretto verso il “partito di Dio”. Un ulteriore dimostrazione sarebbe, infine, il discorso conclusivo di Trump, durante il summit di Riyadh, contro Hezbollah. Il movimento sciita è stato dipinto come uno dei “principali mali della regione”, alla stessa maniera di Daesh o al Qa’ida, e non come un partito, eletto legittimamente dai libanesi, che guida il paese dei cedri, all’interno di un governo di unità nazionale, o di una forza militare che sta combattendo contro il terrorismo jihadista.

I segnali di un possibile inasprimento della situazione sarebbero confermati anche dalle manovre e dal cambio di strategia da parte dello stesso movimento sciita libanese. Secondo il quotidiano libanese Al Akhbar, le milizie di Hezbollah starebbero ripiegando dalla regione orientale del Monte Libano, considerata ormai libera dalla minaccia jihadista di Al Nusra e Daesh, verso le posizioni di confine del sud del paese. Stesse manovre riguarderebbero anche il territorio siriano. L’impegno di Hezbollah resta ancora consistente, in termini di truppe a sostegno di Damasco, ma il loro dislocamento e utilizzo avverrebbe in punti strategici “caldi” e non in tutto il territorio siriano. Un rientro di forze legato anche al ricongiungimento delle milizie libanesi con l’altra forza emergente di questi anni: le truppe irachene di Harakat Hizbollah Al Nujaba (considerate il ramo iracheno di Hezbollah).

Nella recente apparizione televisiva, legata alla commemorazione della liberazione da Israele, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha affermato:“Noi siamo pronti ad un conflitto che se ci sarà avverrà anche in territorio israeliano”. Tutti i rapporti dell’intelligence di Tel Aviv sostengono che il partito sciita non sia più quello del 2006. “Hezbollah è diventato una potenza regionale” – riporta il quotidiano Yediot Aharonot – “con una capacità di oltre 100mila truppe, tra miliziani effettivi e riservisti, e un potenziale di quasi 140mila missili”. La principale preoccupazione dei militari israeliani sarebbe legata alla capacità, grazie all’esperienza di questi anni nell’arena siriana, di poter affrontare qualsiasi nemico visto che “le sue milizie come armamenti, efficacia e preparazione sono equiparabili ad un vero e proprio esercito”.

Alla stessa maniera lo stato maggiore di Tel Aviv, per preparare il terreno nell’opinione pubblica nazionale e internazionale, ha precisato come “la presenza dei combattenti nelle zone e nei villaggi non permetterà ad Israele di eliminare questa minaccia se non attraverso forti danni alle infrastrutture e numerose vittime tra i civili (come nel 2006 o a Gaza, ndr).

In un suo editoriale, relativo proprio al prossimo conflitto contro Hezbollah, Abdel Bati Atwan, direttore del quotidiano Ray Al Youm, spiega come le guerre che ci sono nell’area attualmente avvengono per “rinforzare la sicurezza e la stabilità d’Israele, pur di mantenere il suo potere militare e la sua supremazia nella regione”. Un possibile conflitto, secondo numerosi analisti, sarebbe dagli esiti incerti, ma avrebbe delle ripercussioni terribili per tutta un’area già martoriata da anni di guerre.

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