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mercoledì 7 giugno 2017

1 giugno 1967: Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band


Cinquant’anni fa usciva uno dei capolavori della storia della musica: Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band, ottavo disco in studio dei Beatles. Tutto il mondo in queste ore sta celebrando questo disco storico, a partire da Liverpool, la città di origine dei Fab Four, dove è stato organizzato un festival celebrativo Sgt Pepper at 50 strutturato su 13 performance artistiche ognuna delle quali basata su una delle 13 tracce dell’opera. Opera che torna a nuova vita anche in una speciale Anniversary Edition, con veste grafica rinnovata e, come recita anche la nota dell’Ansa, “con un nuovo mix stereo curato da Giles Martin, il figlio di George, leggendario produttore dei Beatles, dall’ingegnere del suono Sam Okell, insieme a un team di specialisti degli Abbey Road Studios di Londra”.


Inoltre è uscito nelle sale cinematografiche inglesi e non solo “It Was 50 Years Ago Today! The Beatles: Sgt Pepper & Beyond”, documentario diretto dallo storico regista britannico Alan Parker sul periodo precedente alla genesi del disco, ma che ha già scontentato alcuni appassionati che contestano l’assenza della musica del disco stesso... noi non l’abbiamo ancora visto e non ci esprimiamo.

Cogliamo invece volentieri l’occasione per festeggiare anche noi questi 50 anni rieditando l’articolo uscito sul nostro vecchio sito esattamente dieci anni fa, scritto da Paolo Bruciati per il quarantennale del Pepper.

(Redazione)


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Sgt. Pepper’s: quarant’anni di storia

“Non ci piacciono i miti dello spettacolo (come nessun altro oracolo), specie quelli che fanno della trasgressione edulcorata il trono delle loro fortune. Ci fanno schifo i Rolling Stones, almeno quanto i Beatles. Con le budella degli uni ci farebbe piacere impiccare gli altri. Tante sono le sciocchezze che hanno disseminato nelle vetrine accattivanti della musica di massa” Pino Bertelli (gennaio 2006)

Quarant’anni fa, venerdì 1° giugno 1967, usciva Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, una delle pietre miliari della storia della musica pop e rock, un disco di culto, uno dei più innovativi, per alcuni un vero e proprio manifesto, forse uno spartiacque, sicuramente un disco che ha saputo condensare al suo interno lo spirito di un intera epoca. Ottavo album dei Beatles, registrato in 700 ore, spalmate tra il dicembre del 1966 e l’aprile del 1967, considerato il primo concept album della storia, Sgt Pepper è l’espressione della risultante di capacità creativa, gusto, intuizioni melodiche, alchimie tecniche, ed ovviamente caso. Un pregevole volume Sgt. Pepper. La vera storia (uscito nel marzo di quest’anno per l’editore Giunti), scritto da Riccardo Bertoncelli e Franco Zanetti (con un’interessantissima introduzione di Franco Fabbri, ex Stormy Six, che racconta l’uscita del disco in Italia), ne ripercorre, condensando i riferimenti della ricca bibliografia sui fab-four, la genesi, raccontandone le vicende e svelandone i trucchi, descrivendo i giorni di lavorazione e contestualizzando l’uscita nel panorama musicale di allora.

Il 1967 è un anno fecondissimo. Oltre al Pepper escono Surrealistic Pillow dei Jefferson Airplane, loro secondo album, il primo con la voce di Grace Slick, Absolutely Free, seconda opera di Zappa e The Mothers Of Invention, Their Satanic, Majesties Request la risposta psichedelica al Sgt. Pepper dei Rolling Stones, e poi molti storici LP d’esordio, The Velvet Underground & Nico, prodotto da Andy Warhol, The Doors, dell’omonimo gruppo di Jim Morrison, Are You Experienced? di Jimi Hendrix, The Piper at the Gates of Down, dei Pink Floyd di Syd Barret, autentico genio visionario, The Grateful Dead, dei Grateful Dead di Jerry Gracia. L’elenco continuerebbe con una serie infinita di singoli che hanno animato la cosiddetta summer of love (su tutti A Whiter Shade Of Pale dei Procol Harum, in Italia L’Equipe84 pubblica quello che è considerato il brano svolta del beat italiano 29 settembre, i Nomadi pubblicano il loro primo album che contiene Dio è morto, scritta dal giovane Francesco Guccini).

Il ’67 è l’anno di esplosione della musica psichedelica, l’anno di emancipazione del rock, l’Anno Magico di incubazione del rock progressivo. La musica diventa luogo di sperimentazione e ricerca, dove i generi iniziano ad essere contaminati, dove passato, tradizione, presente, si mischiano nella prospettiva di una fuga in avanti, di un’uscita dai canoni imposti, un luogo di incontro di discipline differenti, dal cinema, al video, dalla fotografia alla grafica, all’arte. Sgt Pepper come detto racchiude al massimo grado tutte queste tendenze, ricco certo di suoni, voci, rumori, di stili ma anche di volti: si, quelli che affollano la celebre copertina del disco, vera e propria icona del secolo, costata da sola 28000 sterline, oltre il 10% di tutto il disco, una folla di teste e figure, che se da una parte allude al superamento e alla contaminazione di generi e periodi storici, al gioco e alla citazione dissacrante dei miti e delle icone stesse, dall’altra mostra per quanto involontariamente l’essenza stessa del meccanismo di produzione che tutta questa arte e creatività aiuta a generare, non senza compensi naturalmente, ovvero del capitalismo, che tutto ingurgita e tutto ripropone in una massa indistinta di prodotti, idee, musiche oggetti-feticci e volti appunto, che tutto riduce una massa indistinta di merci, e mostra del capitale la sua nuova forma principe, l’immagine. E Sgt Pepper, così come altre celebri opere-merce (dalla letteratura al cinema, dalla musica all’arte), è, pur conservando tutte i suoi contenuti estetici e creativi, capitale che si è fatto immagine.

Un immagine che fece il giro del mondo, un ‘immagine che incassò (oltre le più rosee aspettative dei discografici, del resto Sgt Pepper era tutt’altro che un disco commerciale...) cifre strepitose vendendo centinaia di migliaia di copie in poche settimane. Un immagine che era l’antipasto, l’anticipazione dello spettacolo mondiale: il 25 giugno 1967 400 milioni di spettatori assistono a Our world, la prima trasmissione in mondovisione. E non ci volle molto al capitale a recuperare e trasformare, sterilizzandone le potenzialità rivoluzionarie, tutta quella creatività, tutta quella voglia di cambiamento, in business (le morti di Tenco a San Remo, e dello stesso manager dei Beatles Brian Epstein da una parte, e l’assassinio di Ernesto Guevara in Bolivia dall’altra, erano l’espressione di come lo spettacolo colpiva in forme diverse in quel denso 1967). Ma già allora qualcuno l’avevo capito e aveva messo il mondo in guardia: tra novembre e dicembre di quel ’67 usciva nelle librerie La società dello spettacolo di Guy Debord. Cento anni prima, nel 1867, veniva pubblicato il Primo Libro del Capitale, di Karl Marx: tra i volti che affollano la copertina del Sgt. Pepper c’è anche il suo.


Sarebbe interessante ragionare un attimo sull’ambiguità del capitale, della doppia natura dei suoi prodotti. Capitale che libera e irretisce, al tempo stesso, creatività e spinte rivoluzionarie, che impone cambiamenti sociali senza modificare essenzialmente la sua natura. Così come sarebbe interessante ragionare sulle pieghe del capitale-immagine, sulle pieghe dello spettacolo, ovvero su tutte quelle tracce che, pur nascendo al suo interno, ne mettono in discussione lo spirito (ed è ciò che ci da piacere): dal cinema alla musica, all’arte in generale. Non è questo il luogo, ma facendo un passo indietro si può individuare nel tempo il periodo in cui queste forze potevano portare ad una effettiva liberazione.

Caratteristica della musica dei ’60 era quella di liberare il corpo attraverso la mente. La mente liberata innescava una sorta di “rivolta esistenziale” (prendendo a prestito l’espressione di Nanni Balestrino e Primo Moroni da L’orda d’oro), che partendo dalla critica dei costumi e dei codici borghesi, si trasforma pian piano nella critica delle istituzioni stessa, dalla famiglia, allo stato.

Ed è proprio per questo che diventa interessante parlare di Sgt Pepper. Non tanto per decantarne i meriti artistici (ognuno ne può godere ascoltandolo), ma per leggere, attraverso la sua storia, la sua genesi e creazione, la storia di un intero periodo storico, che trova nel biennio ‘66/’67 il momento di massima concentrazione di forze ed energie, che potevano far esplodere il mondo, e che invece implosero dissolvendosi in mille sterili rivoli nel maggio 1968.

Quel biennio, ’66-’67, oltre che da grandi mutamenti sonori, fu caratterizzato da grandi mutamenti sociali, e si sviluppa attraverso l’asse San Francisco-Londra-New York-Parigi. Parigi e New York (ma anche Los Angeles: ricordiamo la rivolta del ghetto nero di Watts dell’agosto 1965) più per l’aspetto politico, pensiamo ai situazionisti in Francia, e alle pantere nere negli States; San Francisco e Londra per l’aspetto artistico-musicale e di controcultura in genere.

La città californiana era la capitale della cultura hippie che aveva in Haight Ashbury il centro di irradiazione, nonché la sede di Berkeley, dove già nel dicembre 1964 gli studenti contestavano i meccanismi della stessa società americana: nell’estate del ’66 questi due mondi, che trovarono nella Beat Generation, nell’Lsd, nelle proteste contro la guerra in Vietnam (a fine ’66 il contingente americano ammontavano a 400.000 unità), nelle lotte per i diritti civili, nelle filosofie anti autoritaria e libertaria, i loro punti d’unione, si incontrarono. Quella inglese in quell’anno è una sorta di capitale culturale, è la “Swinging London”. Politicamente meno attiva (anche se non mancano marce pacifiste contro la guerra, e l’ombra dell’IRA ricorda spesso agli inglese la loro natura coloniale), autentico laboratorio a cielo aperto, Londra è una calamita che attira di tutto, una spugna che assorbe gli echi dei mantra orientali, dei sitar, delle tablas, e le onde lisergiche e sognanti del power flower californiano (Sunshine Supermen di Donovan come Pet Sounds dei Beach Boys), e la stravaganza provocatoria, graffiante, della cultura freak e undeground (il doppio LP Freak Out!, esordio discografico di Frank Zappa e Mothers of Invention, esce nell’agosto ’66, Hendrix viene scoperto il mese dopo in un Cafe di New York). Influenze che trovano soddisfazione nella rivista IT, lanciata in ottobre, e soprattutto nell’UFO Club, di Tottenham Court Road, dove Barret e Floyd avrebbero incantato con la dirompente Astronomy Domine e con la straniante Interstellar Overdrive. Il viaggio, il trip, era poi la dimensione che legava idealmente tutto questo insieme, e creava una sorta di portale di collegamento tra i due continenti.

Viaggi dicevamo. Tutti ne hanno fatti molti allora e da allora, reali e immaginari. Paul McCartney, il padre di Sgt Pepper era uno che all’epoca non si faceva mancare ne gli uni ne altri e guarda caso faceva in quegli anni la spola tra la casa californiana di Brian Wilson e gli scintillanti ambienti dell’undeground londinese, incuriosito da tutto, come è giusto che sia un ragazzo di Liverpool di 24 anni, ma già pronto, come un navigato veterano dell’arte e dello show business, a raccogliere spunti e idee su cui lavorare.

Questo viaggio Londra/California lo compie anche il cinema, con Michelangelo Antonioni (un altro che all’epoca frequentava l’Ufo Club di Londra), grazie a due suoi film, capaci di raccontare bene questo periodo in cui, individui, cose, merci, feticci, immagini, configgono tra loro nella dialettica imposizione/liberazione, realtà/rappresentazione, raccogliendo al contempo nelle rispettive colonne sonore, proprio quei suoni e quelle musiche di cui abbiamo parlato: Blow Up, del 1966, premiato a Cannes con la Palma D’Oro nel 1967, e Zabriskie Point, del 1970, che nelle sue famosa sequenza finale ci ricorda come alla fine l’esplosione della società, delle sue immagini-merce, sia avvenuta solo su un piano dell’immaginazione, ovvero sul piano della rappresentazione spettacolare.

A questo punto non resta altro riascoltare il disco, e riprendere, come è sempre giusto fare, tutto da capo, dall’inizio.

Paolo Bruciati

1 giugno 2007

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