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lunedì 26 giugno 2017

“Comunista: un termine da declinare storicamente e programmaticamente”

Vorrei iniziare soffermandomi brevemente sull’uso del termine “populista”. Perché credo che vada usato con grande cautela. Non si tratta di un termine neutro. E’ un termine con il quale i media mainstream e le stesse classi dominanti cercano di ottenere due risultati.

Infatti, utilizzando un termine che fu usato storicamente per definire i rivoluzionari russi non marxisti della fine dell’Ottocento, poi per descrivere alcune correnti confusamente antimperialiste dell’America Latina della prima metà del Novecento, poi per alcune esperienze del Socialismo del XXI secolo, usare quello stesso termine per mettere insieme il Fronte nazionale francese di Marine Le Pen, il Blocco olandese ultrarazzista, ma anche il Movimento 5 Stelle, ma anche la France Insoumise di Mélenchon, ma anche Podemos, ma anche noi della sinistra estrema, quando in qualche modo riusciamo a emergere sulla scena politica, ecco, si raggiunge l’obiettivo di legittimare agli occhi dell’opinione pubblica dei partiti che, fino a qualche anno fa o almeno fino a qualche decennio fa, erano considerati diffusamente partiti illegittimi, cioè partiti che si richiamano esplicitamente, o implicitamente ma in modo comunque chiaro, ad un’ideologia fascista, razzista, sciovinista, un’ideologia di guerra tra poveri.

E si raggiunge anche un secondo obiettivo, quello di delegittimare chi da sinistra critica duramente il neoliberismo, perché, così, si mettono insieme a personaggi poco presentabili anche coloro che criticano da sinistra (in modo più o meno condivisibile, ma questa è un’altra partita...) il capitalismo di oggi...

Dico questo non per puntiglio terminologico, ma per non contribuire noi stessi a questa amalgama e perché dobbiamo rifuggire da queste generalizzazioni e analizzare in modo articolato le varie esperienze.

Ma ovviamente non è questo il punto centrale che dobbiamo affrontare se vogliamo stare al documento messo al centro di questo dibattito e richiamato nella relazione di Mauro Casadio di questa mattina.

Al contrario di Manuela Palermi, io posso avere una serie di riserve su alcune affermazioni fatte da Mauro Casadio nella sua relazione, ma invece sono d’accordo con alcune sue considerazioni sulla questione del partito... Perché credo che tutti i nostri partiti, spesso molto piccoli, se misurati non solo rispetto alle grandi ambizioni strategiche ma anche rispetto ai più modesti obiettivi di questa fase, a volte obiettivi di pura sopravvivenza, anche i nostri partiti rischiano di diventare fini a se stessi, cioè di essere visti dai nostri stessi militanti più come fini che come strumenti utili per un obiettivo di fondo.

Sulla stessa alternativa tra partito di massa e partito di quadri, io concordo con Mauro sull’attualità in questa fase di partiti di quadri (meglio ancora sarebbe di un partito di quadri). La dimensione di massa del partito non lo so se, come e quando tornerà ad essere di attualità. Per certi versi è persino un interrogativo ozioso, perché quello che dobbiamo dirci è che la dimensione che oggi è necessaria ed in qualche misura è anche possibile è quella del partito di quadri.

Ma dirò di più, tutte le ambizioni di costruire un partito di massa oggi rischiano di trasformarsi in ulteriori fattori che contribuiscono a mutare in obiettivo fine a se stesso l’obiettivo della costruzione del partito. Perché tutti gli sforzi da profondere per raggiungere determinati obiettivi dimensionali, nelle campagne di tesseramento e in tutte le altre attività necessarie in un partito di massa, rischiano di essere diversivi, palle al piede nella costruzione vera di un partito o comunque di più partiti di quadri.

Che cosa sia un partito ce l’ha ricordato la storia. E’ il luogo dell’azione soggettiva e organizzata. Sono stati ricordati gli anniversari che ricorrono quest’anno. A proposito, ad esempio, del 1917, lo sappiamo, la Rivoluzione di Febbraio fu un grande avvenimento di natura sociale: lo stesso Lenin venne colto di sorpresa perché non se lo aspettava, ma la Rivoluzione d’Ottobre, se non ci fosse stato quel partito e quel personale politico, semplicemente non ci sarebbe stata. Poi possiamo discutere e dividerci su quello che è successo dopo, su quando è successo e in che dimensione è successo, ma credo che siamo tutti certi che, se non ci fosse stata la Rivoluzione d’Ottobre, non solo non ci sarebbe stato quel grande esempio di assalto al cielo (con esiti discutibili, ma questa è un’altra questione...), ma ci sarebbe stato in quello che allora era il paese più grande del mondo, perlomeno dal punto di vista territoriale, un protofascismo, una controrivoluzione vittoriosa violenta che avrebbe cambiato enormemente il senso della storia.

Sono d’accordo con Giorgio Cremaschi sul fatto che quella rivoluzione ha avuto e ha continuato ad avere, anche quando aveva già conosciuto una profonda involuzione, quasi fino alla fine dell’esistenza dell’Unione Sovietica, in alcune fasi di più in altre di meno, ma sempre in misura decrescente, un ruolo propulsivo nella storia. La stessa seconda guerra mondiale non sarebbe andata com’è andata.

Non si può negare che l’idea della Rivoluzione russa, anche se in gran parte tradita in patria, ha continuato ad alimentare i grandi processi di liberazione nel mondo. Processi rivoluzionari, o processi di liberazione anticoloniale o processi di lotta che hanno comunque imposto i grandi miglioramenti sociali prodottisi in tanti paesi dell’Europa occidentale e un po’ in tutto il mondo dopo la fine della seconda guerra mondiale e del nazifascismo.

Però non si può trascurare che, proprio per il grandissimo ruolo che quell’esperienza aveva avuto internazionalmente per tutti i decenni della sua travagliata esistenza, quando quell’esperienza è crollata, essa ha trascinato nel crollo con sé anche tutto il movimento comunista e di liberazione che si era prodotto nel Novecento.

Giorgio ha ricordato alcune coincidenze di date, ma occorre anche ricordare altre coincidenze di date, e in particolare il fatto che con il crollo dell’URSS, crolla anche quel movimento e quel sogno comunista (certo contraddittorio e composito, lo abbiamo visto in Italia...), perché venuto meno quel riferimento ideale e materiale, si è prodotta la sparizione, l’autoannientamento e quelle “trasformazioni genetiche” che in qualche misura esistevano in nuce anche precedentemente, quando quel riferimento ancora esisteva. Certo, è noto che la storia non si fa con i “se”, ma possiamo dire che, se nel corso del Novecento, nel movimento comunista mondiale, ci fosse stato un atteggiamento più critico e meno fideistico verso il “socialismo reale”, ci si sarebbe presentati meno impreparati a reggere l’impatto del crollo di quei modelli.

Qui esiste un’altra questione sulla quale soffermarci.

E’ vero che esisteva quel grande movimento che si definiva comunista nel quale tutte e tutti noi, pur con tante riserve critiche su tanti punti, nuotavamo e abbiamo nuotato per parecchi decenni, sia chi, come chi vi parla e come anche altri di noi, che siamo diventati comunisti perché leggevamo sui giornali dei Vietcong e di “Che” Guevara, sia chi, per motivi anagrafici, è arrivato al comunismo nei decenni successivi.

Quel movimento comunista, però, noi ce lo possiamo dire, ha conosciuto grandi rotture. E non parlo solo delle grandi rotture storiche della prima metà del secolo scorso, sulle quali peraltro forse avremmo molto da discutere anche tra di noi. Qui mi limito a riferirmi alla grande rottura del 1968 e degli anni '70. Rottura che non è stata solo una rottura generazionale, come troppo spesso viene descritta, ma è stata una rottura strategica, una divaricazione rispetto all’analisi e al rapporto con il capitalismo e con la società nella quale viviamo.

Quella rottura è fondamentale, anche rispetto all’uso del termine comunista. Così come il termine populista di cui si è parlato prima, anche il termine “comunista” occorre declinarlo e articolarlo storicamente e programmaticamente. E anche qui, anzi qui ancora di più, non si tratta di una disquisizione terminologica, ma di una questione sostanziale.

Tutti noi vogliamo far crescere la coscienza di classe, ma che cosa significa far crescere la coscienza di classe? Significa far crescere nelle lavoratrici e nei lavoratori, e più in generale negli strati popolari della società, la consapevolezza di quelle che sono le responsabilità sociali, le responsabilità delle sofferenze delle classi popolari stesse. Cioè di far crescere la consapevolezza del costo del capitalismo, la chiarezza su quali sono i nostri veri nemici, quali sono i falsi amici e quali sono i nostri reali amici.

Questo, una parte dei comunisti ha smesso già molto tempo fa di farlo. E non a caso, una buona parte di coloro che avevano smesso di orientarsi in questo modo, si trova oggi a baloccarsi con l’idea di una “sinistra”, con un’idea sulla quale si accumulano sempre più ambiguità e contraddizioni e il cui perimetro diventa sempre più vago.

Sono d’accordo e ringrazio la Rete dei comunisti per la proposta che oggi ci viene fatta per un confronto permanente, propositivo e il più possibile unitario sui grandi nodi che la fase ci pone di fronte. Il confronto unitario non può che essere positivo. Tutti quanti noi, con il nostro lavoro politico e sociale raccogliamo stimoli, ma, proprio a causa delle dimensioni esigue delle nostre esperienze politiche attuali, gli stimoli che raccogliamo rischiano di essere molto parziali. Per cui, metterli a confronto non può che essere prezioso.

Occorre fare attenzione alle precipitazioni del confronto unitario. Io, ma anche numerosi altri in questa sala, abbiamo avuto già un’esperienza di confronto unitario, un’esperienza molto significativa, militando in Rifondazione comunista, chi più chi meno per numerosi anni. Un’esperienza della quale non voglio rinnegare nulla, ma che comunque è stata un’esperienza gravida di insegnamenti, perché, appunto, costruita attorno ad un uso un po’ generico del termine comunista, ad un suo uso più identitario che politico e strategico.

Perciò un’esperienza segnata molto dal politicismo, segnata molto da una sostanziale irrilevanza del rapporto con il conflitto sociale. Segnata dall’illusione che il prestigio del partito e dei suoi dirigenti, pure in presenza di tante e tanti militanti impegnati nelle lotte nei posti di lavoro, nei territori, in Val di Susa o in tanti luoghi, esaurisse la questione del rapporto con i conflitti sociali.

Per non parlare della genericità del rapporto con il capitalismo. Bertinotti è stato un grande critico del capitalismo ma si è poi riferito ad interlocutori profondamente capitalisti, sia nelle alleanze politiche divenute stritolanti nella fase conclusiva della sua esperienza di leader di Rifondazione, sia nei giudizi imprudentemente entusiastici espressi nei confronti, ad esempio, di Sergio Marchionne e di altri esponenti del capitalismo italiano.

Non è qui la sede per una critica alla persona di Bertinotti e al suo ruolo politico. Ma è necessaria una messa in guardia rispetto ai rischi che si corrono con riferimenti troppo generici e privi di chiarezza strategica. Come anche quelli che oggi si ascoltano attorno all’individuazione della Costituzione del 1948 come fulcro programmatico per i comunisti.

Tutte e tutti noi abbiamo festeggiato il la sera del 4 dicembre per la sconfitta di chi voleva stravolgerla. Ma da qui a pensarla come l’orizzonte programmatico per il quale lottare, ritenere che richiamarla, come si dice “applicarla veramente” sia il nostro obiettivo a me sembra illusorio e fuorviante.

In conclusione, l’esperienza che possiamo inaugurare oggi, se perseguita con la necessaria chiarezza e consapevolezza, potrà darci risultati importanti.

Sui tempi di questo confronto unitario. I tempi che abbiamo di fronte oggi non sono quelli che potevamo immaginare né tantomeno sperare più o meno ingenuamente qualche decennio fa. Nessuno oggi può pensare diversamente.

Ci vorrà una lentezza impaziente, lentezza perché sappiamo che non abbiamo nessuna rottura storica alle porte, impaziente perché, nonostante tutto, dobbiamo metterci tutta la nostra volontà e il nostro impegno.

Proprio per questo credo che sarebbe utile abbinare al confronto strategico, unitario ma libero da pressioni politico organizzative, anche un’azione il più possibile unitaria sul piano sociale e sindacale.

Ritengo questa una raccomandazione importante. Ad esempio, sul piano sindacale, dove pure non è il momento di grandi vittorie e di grandi conquiste, una nostra volontà deliberata di andare verso un’azione unitaria, la nostra volontà di costruire unitariamente una prospettiva che ambisca veramente ad essere alternativa ai sindacati collaborazionisti, questo potrebbe essere un terreno importante sul quale cimentarci unitariamente, un terreno nel quale possiamo raggiungere alcuni risultati che siano anche di alimento per il nostro confronto, per ragionare sui grandi obiettivi strategici ma anche sulle lotte e sulle conquiste dell’oggi.

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