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mercoledì 21 giugno 2017

Crisi del Golfo - Il Qatar isolato mostra i muscoli

Nonostante l’isolamento regionale, il Qatar prova a mostrare i muscoli dicendosi pronta sì a risolvere il contenzioso con i Paesi del Golfo, ma solo se questi terminano il boicottaggio nei suoi confronti iniziato lo scorso 5 giugno. A dirlo è stato il ministro degli esteri qatariota Sheikh Mohammed bin Abdul Rahman al-Thani. Per al-Thani, infatti, una soluzione è possibile perché Doha è disposta ad un “dialogo appropriato” con gli altri attori regionali basato su principi predeterminati purché, sia chiaro, il “blocco” venga rimosso.

Un “blocco” per i qatarioti, però, perché nel dizionario di Arabia Saudita, Egitto, Emirati arabi uniti (Eau) e Bahrain le misure implementate contro il Qatar due settimane fa si chiamano semplicemente sanzioni. Restrizioni e divieti che, come ha detto Abu Dhabi, potrebbero durare anni nel caso in cui i qatarioti non dovessero accettare le “richieste” (meglio definirle diktat) delle sue vicine. La pacificazione, sostiene da giorni il blocco che fa capo a Riyadh, può avvenire solo se Doha la smetterà di fomentare il “terrorismo, di alimentare l’instabilità regionale e non si avvicinerà al nemico Iran”.

Posizioni su cui non si può transigere ha poi spiegato ieri mattina da Parigi il ministro degli esteri dell’Eau Anwar Gargash: “Se vogliono restare isolati per la loro visione pervertita circa il loro ruolo politico, che siano isolati. Sono ancora in una fase di rifiuto e di rabbia”. Parole che lasciano ben intendere che la crisi durerà e non poco.

Posizione più ambigua sulla crisi quella degli americani: da un lato, infatti, Washington non vuole inimicarsi i Paesi boicottatori (storici alleati statunitensi), dall’altro, però, sa bene che in Qatar ci sono migliaia di soldati a stelle e strisce impegnati a monitorare le attività iraniane e combattere il “califfato” islamico in Siria e Iraq. L’ambiguità degli statunitensi è sintetizzata nelle differenti dichiarazioni pubbliche del presidente Trump (favorevole alle misure restrittive) e quelle più neutrali del Dipartimento della Difesa.

Nonostante il doppiogiochismo Usa, Washington continua a essere considerata da Doha un’interlocutrice credibile per risolvere il problema. A tal riguardo, sheikh Mohammed ha annunciato che andrà in America la prossima settimana per discutere degli effetti economici del “blocco” e l’impatto che esso sta avendo nella lotta contro il terrorismo. “Abbiamo una relazione forte con gli Usa – ha detto il ministro degli esteri qatariota – siamo partner nella coalizione globale contro il terrorismo”. Che tra Doha e Washington il rapporto sia buono è stato confermato ieri dal capo di Stato maggiore congiunto il General Joseph Dunford. Secondo Dunford, infatti, le operazioni militari dal Qatar contro lo Stato Islamico (Is) stanno continuando nonostante “qualche frizione”. A sostenere Doha sin dal primo momento è anche la Turchia. Il rapporto tra i due Paesi continua ad essere solido: ieri un’esercitazione militare congiunta tra i suoi soldati e quelli del piccolo emirato lo ha ribadito.

La tensione nell’area è palpabile al punto che sulla crisi del Golfo è intervenuta ieri anche la rappresentante estera dell’Unione Europea, Federica Mogherini, che ha provato ad indossare i panni del pompiere invitando le parti a “ridimensione le tensioni e a iniziare in un dialogo diretto”. “Qualunque difficoltà, qualunque tensione – ha dichiarato – può essere e deve essere risolta al tavolo [delle trattative], discussa dialogando, trovando punti d’incontro anche politicamente”. L’alta diplomatica europea ha poi sottolineato come l’Europa abbia un “interesse diretto” nel vedere risolta la questione dato che i Paesi del Golfo sono suoi partner nella lotta al “terrorismo”, nella risoluzione di altri conflitti e nello sviluppo dell’economia della regione. Bisogna dunque ritrovare l’unità perché “l’area è già abbastanza fragile e pericolosa e assistiamo alle prime ripercussioni non solo qui, ma anche nell’Africa e in Asia”.

Le speranze di conciliazione di Mogherini cozzano però con la realtà. Ieri, infatti, è scaduto il termine di 14 giorni dato ai cittadini qatarioti residenti in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrain per poter fare ritorno in Qatar. Nello stesso tempo, inoltre, questi tre paesi hanno esortato i loro connazionali presenti in Qatar ad abbandonare il territorio “rivale” minacciando di multare coloro che criticano il provvedimento (che esclude solo le famiglie dalla doppia nazionalità). Una misura che Amnesty International aveva prontamente criticato perché “mostra totale disprezzo della dignità umana”. “Questo termine arbitrario ha causato incertezza e timore diffusi fra migliaia di persone che temono di essere separati dai loro cari” ha dichiarato James Lynch di Amnesty.

Riyadh, Abu Dhabi e Manama si difendono dicendo di aver predisposto alcune linee telefoniche apposite per aiutare le famiglie con membri qatarioti. Tuttavia, secondo alcune ong umanitarie del Qatar, queste azioni non sarebbero altro che disposizioni “per salvare la faccia”. Preoccupazione per il provvedimento è stata espressa mercoledì scorso anche dal capo dei diritti umani dell’Onu, Zeid Ra’ad al-Hussein.

Al-Hussein si è detto “allarmato” per le conseguenze che le tensioni regionali potrebbero avere sulle persone. Secondo lui le misure messe in campo dai tre Paesi del Golfo nei confronti dei cittadini con doppia nazionalità sono inadeguate e ha fatto sapere di aver già ricevuto numerose segnalazioni da parte di persone costrette a tornare a casa o a lasciare il Paese in cui risiedono. I più pesantemente colpiti – ha sottolineato al-Hussein – sono le coppie di matrimoni misti e i loro figli; le persone con lavori o affari negli stati in questione e gli studenti che studiano in un altro paese”.

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