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giovedì 15 giugno 2017

Crisi del Golfo - USA ondivaghi vendono 12 miliardi in armi al Qatar

Sulla crisi del Golfo e l’isolamento del Qatar entra a gamba tesa Donald Trump. Con l’impredivibilità che pare contraddistinguere la sua politica estera, il presidente Usa passa dall’accusare Doha di finanziare il terrorismo a esercitazioni congiunte e accordi di vendita di armi con l’emirato isolato.
 
Il 6 giugno, il giorno dopo la rottura delle relazioni diplomatiche con il Qatar da parte di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto, Bahrain e Yemen, Trump aveva espresso la sua posizione con un tweet: “Durante il mio recente viaggio in Medio Oriente ho detto che non c’era più spazio per il finanziamento dell’ideologia radicale. I leader hanno indicato il Qatar”. “Bello vedere che la visita in Arabia Saudita con il re e 50 paesi dà già dei frutti. Avevano detto che avrebbero preso delle misure forti contro l’estremismo e stavano puntando al Qatar. Forse questo sarà l’inizio della fine all’orrore del terrorismo”.

Un tweet che sembrava un endorsement se non addirittura una rivendicazione e cui erano seguiti attestati di stima verso il capopopolo saudita, senza pronunciare parola sul ruolo altrettanto incendiario di Riyadh nel far crescere i gruppi islamisti radicali nella regione.

Ieri però gli Stati Uniti si sono riposizionati. Mentre l’Onu dichiarava il sostegno alla mediazione del Kuwait e del Marocco, che si è proposto in questi giorni come negoziatore della crisi, due navi da guerra Usa sono arrivate a Doha per un’esercitazione congiunta con la marina dell’emirato. È qui che viene ospitata la più grande base militare statunitense in Medio Oriente, con i suoi 11mila soldati e oltre 100 caccia.

Nelle stesse ore Washington firmava con Doha un accordo per la vendita di trentasei jet F15 per un valore totale di 12 miliardi di dollari. Ad apporre la firma sull’intesa sono stati il ministro della Difesa del Qatar Khalid al Attiyah e il capo del Pentagono Jim Mattis. Secondo quanto si legge nel comunicato Usa, questo “incrementerà la cooperazione alla sicurezza e l’interoperabilità tra Stati Uniti e Qatar”. Da parte sua Attiyah ha definito l’accordo il segno di “un impegno di lungo periodo dello Stato del Qatar nel lavoro congiunto con gli alleati negli Stati Uniti per migliorare la cooperazione militare nella lotta all’estremismo violento”.

La Casa Bianca prova a tenere il piede in due staffe. Vero è che nell’amministrazione Usa c’è chi non ha mai optato per la rottura definitiva: il segretario di Stato Tillerson non ha rilasciato dichiarazioni pesanti, ponendosi nell’ombra come mediatore della crisi. Da subito Tillerson ha avvertito delle “conseguenze umanitarie” del blocco ma soprattutto dell’impatto economico nel business statunitense e occidentale, oltre “alle azioni militari degli Usa nella regione e nella campagna contro l’Isis”.

Di certo questa crisi che potrebbe ridefinire la rete di alleanze in Medio Oriente, all’interno del fronte sunnita. Tra i paesi che, per ragioni di appartenenza politica, si sono subito schierati con il Qatar c’è la Turchia che prosegue nel lavoro diplomatico per ricucire gli strappi. Ieri il ministro degli Esteri turco Cavusoglu è volato a Doha dopo una visita in Kuwait, altro paese del Golfo intenzionato a trovare una soluzione in tempi brevi. Cavusoglu ha parlato di “dialogo e pace” come strumenti diplomatici da utilizzare, dopo aver inviato migliaia di soldati nella sua base a Doha a sostegno dell’alleato qatariota.

Fonti turche parlano poi di una telefonata, prevista per i prossimi giorni, tra il presidente Erdogan e Trump per affrontare insieme la crisi del Golfo. Non solo: a breve si dovrebbe tenere un trilaterale tra Doha, Ankara e Parigi.

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