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lunedì 5 giugno 2017

Egitto e Arabia Saudita rompono le relazioni con il Qatar

Accelerazione senza precedenti della crisi in Medio Oriente. Per la prima volta da molti decenni si rompe – e in modo clamoroso – l’unità delle petromonarchie del Golfo.

Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Bahrain hanno annunciato lo stop dei rapporti diplomatici col Qatar. Pressoché immediata dovrebbe essere l’interruzione delle relazioni diplomatiche e dei collegamenti aerei e navali. Ma è l’accusa ad essere altamente conflittuale: sostegno ai gruppi islamici e terroristici, oltre ad imprecisate «interferenze» nelle vicende interne del Bahrein, un piccolissimo paese di fatto controllato dal Ryadh (una rivolta popolare venne soffocata proprio dalle truppe del potente vicino).

Un’accusa fin rivolta, in modo coperto e a mezza voce, a tutte le petromonarchie, con l’Arabia Saudita in prima fila (11 dei 16 attentatori dell’11 settembre erano sauditi di buona famiglia, lo stesso Osama Bin Laden, ecc; vedi anche qui).

I ripetuti attentati jihadisti nelle metropoli occidentali hanno evidentemente fatto aumentare la pressione sulle petromonarchie perché chiudano i rubinetti finanziari e i legami con le milizie più estremiste. E le vecchie ruggini tra i diversi paesi – il Qatar è quello più «occidentalizzato», tanto da ospitare il più importante media globale in lingua araba (Al Jazeera) e ad essere scelto come sede dei campionati di calcio del 2022 – hanno raccolto queste pressioni tentando di concentrare sul solo Qatar la condanna internazionale.

I quattro paesi che ora accusano il Qatar sono un pilastro dell’universo sunnita (la più diffusa tra le varianti islamiche), ma molto diversi tra loro. L’Egitto ha una popolazione considerevole, ma scarse risorse (anche il turismo è crollato in seguito ai numerosi attentati anti-occidentali e contro i cristiani copti), mentre Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi galleggiano sul petrolio con una popolazione ridotta all’osso (il grosso dei lavoratori sono immigrati, soprattutto dall’Asia meridionale).

E’ da sottolineare come l’accusa di «sostenere il terrorismo» sia declinata in un senso molto particolare: «il sostegno alle attività terroristiche armate e i finanziamenti legati a gruppi iraniani». E dovrebbe ormai essere assodato che non ci sono affatto gruppi jihadisti sciiti (l’Iran è il paese più importante di questa seconda variante islamica), mentre ovviamente esistono milizie popolari sciite sia in Libano (Hezbollah) sia in Iraq (parzialmente incorporate nell’esercito regolare).

Come «prova», i quattro paesi accusatori portano alcuni commenti online fatti dall’emiro Tamim al Thani sull’Iran e contro Israele. Per la cronaca, il Qatar sostiene che quei commenti siano stati frutto di un attacco hacker, e non scritti da rappresentanti del governo.

Il prezzo del petrolio ha immediatamente preso a salire, mentre le cancellerie di tutto il mondo stanno prendendo le misure a questa nuova fonte di crisi.

Sembra infatti abbastanza evidente che in qualche misura si tratti del primo effetto palese della recente visita di Donald Trump nell’area, con lo strombazzato invito a un’«alleanza contro il terrorismo». Detto fatto: le petromonarchie che sostengono Isis, Al Qaeda, Al Nusra, ecc, si preparano a combattere l’Iran e quei paesini più riluttanti a fare altrettanto.

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