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mercoledì 14 giugno 2017

Elezioni Regno Unito: quali scenari?

Arriva inaspettatamente dal Regno Unito uno dei segnali più importanti di questi anni per le sinistre europee depresse da anni di sconfitte, disorientate dall’ondata di piena dei populismi xenofobi e sfinite da un ventennio di social democrazie subalterne ai mantra neoliberisti.

La rimonta di Corbyn è un trionfo non solo perché inaspettata all’indomani della chiamata strategica delle elezioni anticipate da parte della Prime Minister britannica Theresa May, ma perché sancisce la rottamazione senza pietà del blairismo. Una capitolazione che anche i più accaniti nemici della leadership di Corbyn all’interno del partito, come Jack Straw (Home e, poi, Foreign Secretary sotto Blair), non hanno potuto evitare di ammettere già ieri notte, sebbene gli “ifs” degli exit polls. Nemici difficili quelli interni, nemici che se avessero evitato la pantomima del “golpe” della scorsa estate, quando apertamente sfidarono la legittimità di Corbyn, ci avrebbero dato con tutta probabilità la possibilità di commentare un risultato ancora più esaltante.

Un segnale importante, quello di Corbyn, alle sinistre europee, dicevamo. Se si parla di rinazionalizzazioni, accesso universale all’educazione pubblica, investimenti massicci nella sanità e nell’edilizia pubbliche, se non si ha paura di dire senza mezzi termini che pagherà chi ha di più non ci sono Murdoch, con il suo impero mediatico, o Blair, con i suoi portaborse, che tengono: le masse si mobilitano e i giovani ne sono il cuore e il motore.

Oltre alla rottamazione del blairismo, quello che è interessante sottolineare è l’entità della sconfitta di Theresa May e dei Tories. Quello che è accaduto lo sappiamo tutti. La Prime Minister il 18 aprile si sveglia e decide di indire le elezioni anticipate nell’arco di due mesi, sicura che l’allora stato catatonico del Labour Party – con 200 seggi e il 20% di distacco nei sondaggi – e le faide del post “golpe” non avrebbero dato chance a Corbyn, per di più con una campagna elettorale così corta. In piena linea con la filosofia di un partito che si vanta di operare nella prima democrazia del mondo, la May prova il colpo basso che le avrebbe dovuto assicurare uno “strong and stable mandate” per la negoziazione di una hard Brexit, ovvero il sogno di un governo senza opposizione non molto differente da quello di un vecchio alleato del suo partito, Augusto Pinochet. Come tutti sappiamo, ciò che invece ha ottenuto è fantastico: perde seggi e maggioranza assoluta. Un disastro.

Ma il disastro politico non si ferma qua, ed assume tinte grottesche. La ministra dell’hard Brexit se vuole creare un governo ha una sola possibilità: contare sul Democratic Unionist Party (DUP) dell’Irlanda del Nord, partito che ha 10 seggi a disposizione.

Ma che partito è il DUP?

Il DUP è un partito che fonda le sue radici nei Troubles irlandesi ed è espressione dell’ala più intransigente e bigotta dell’unionismo/lealismo protestante. A livello di diritti civili lo possiamo candidamente considerare reazionario, contro l’aborto anche in caso di stupro e malformazione del feto (d’altronde nel 2017 in Irlanda del Nord l’aborto è concesso solo in caso di rischio di vita della madre) e decisamente contro i matrimoni gay. Omofobo fino al parossismo, nel 2015 l’allora Health Minister a Stormont, Jim Wells, collegò la crescita di un bambino all’interno di una coppia omosessuale con una più alta possibilità di essere abusato sessualmente e, nella migliore delle ipotesi, di essere trascurato. Scettici sul cambiamento climatico, Sammy Wilson, un tempo Finance Minister, poi, Environment Minister a Stormont, e adesso parlamentare su cui May dovrà contare a Westminster, considera il riscaldamento globale “un mito basato su scienze sospette” o una “pseudo-religione isterica”. In conclusione, basterebbe dire che il partito conta un numero importante di creazionisti al suo interno, ma per capire di che stoffa è fatto il DUP possiamo anche aiutarci con un etichetta religiosa: il fondamentalismo cristiano. Il loro punto di forza elettorale sono il settarismo anti-cattolico/irlandese e la lealtà cieca – a tratti ilare – al Regno Unito, basta questo al DUP per assicurarsi il voto della grande maggioranza di popolazione protestante ed essere il primo partito del paese.

Dopo questa premessa, è importante rilevare che l’accordo con il DUP pone alla May due difficoltà principali.

La prima, più marginale (sic!), è che il partito, sebbene i progressi legati al processo di pace, ha un legame storico con i paramilitari lealisti. Due esempi tra i molti: Peter Robinson, fino ad un paio di anni fa leader del partito e First Minister, è stato membro attivo del gruppo paramilitare Ulster Resistance; mentre, qualche giorno prima di queste elezioni e pochi giorni dopo un brutale assassinio in un parcheggio di Bangor, l’attuale leader del partito Arlene Foster ha ricevuto l’endorsement dell’Ulster Defence Association (UDA), famigerato gruppo paramilitare protestante coinvolto, tra i tanti nella sua storia, in quello stesso assassinio. Ad ogni modo resta difficile – viste le storiche cattive compagnie dei tories, tra cui il già citato Pinochet – che questo imbarazzi più di tanto Theresa May. Nonostante ciò gran parte della campagna elettorale conservatrice si è incentrata sul “Corbyn terrorists sympathizer” – in virtù della condanna dell’apartheid in Palestina e del mutuo rispetto tra Corbyn e i dirigenti del Sinn Féin – e le accuse di incoerenza stanno già piovendo sia in rete che sui vari media nazionali. Su questo piano, tuttavia, la May può contare sulla totale ignoranza da parte di media e pubblico inglese sia sui Troubles che sul panorama politico culturale della parte nord dell’Irlanda. Sarà interessante vedere come il pubblico inglese e la parte più liberale dei conservatives recepirà le ricerche che, con assoluto ritardo massimo, i media stanno in fretta facendo sul partito unionista.

La seconda difficoltà, più complessa, riguarda la posizione del DUP su Brexit. Il partito è stato fiero sostenitore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, ma la prospettiva di una hard Brexit e quindi di un probabile reinserimento del confine con la Repubblica d’Irlanda è una prospettiva per loro terrificante. Il motivo di questa paura non è solo di natura economica, ma investe lo scenario cupo – secondo la loro prospettiva – della crescita di un movimento egemone di resistenza repubblicano/nazionalista alla frontiera e di un futuro referendum sulla riunificazione dell’isola. Una prospettiva che darebbe una mazzata al flebile equilibrio del paese e getterebbe ancor più nella paranoia la popolazione protestante/unionista/lealista, già sull’orlo di una crisi di nervi. Perciò il DUP è propenso per una soft Brexit e, dato che i loro voti sono determinanti per un governo tories, al problema della negoziazione con l’Unione Europea si aggiungerebbe per la May quello di una negoziazione con il partito della Foster.

Contando, quindi, che l’impostazione reazionaria sui diritti civili può andare di traverso a diversi tories, come la leader dei conservatori in Scozia, Ruth Davidson, apertamente gay, politica in ascesa e molto dotata, protagonista dell’unica nota positiva di queste elezioni per il partito, contando poi la stranezza del creazionismo e dei suoi corollari nella patria orgogliosa del suo Darwin, e inserendo queste premesse all’interno delle due difficoltà principali poco fa delineate, si preannuncia un governo molto difficile e una posizione di fragilità nelle sfide epocali che il paese deve affrontare. Ovvero, si delinea l’opposto di uno “strong and stable mandate” che l’arroganza della First Minister conservatrice era sicura di ottenere il 18 aprile.

Inviato a Senza Soste da Aureliano Xeneizes

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