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lunedì 5 giugno 2017

En marche, Cda della borghesia francese

Secondo l’ultimo sondaggio, commissionato da Le Monde, il movimento lanciato da Emmanuel Macron otterrà, alle prossime elezioni politiche, il 31% dei voti o giù di lì. Con il suo alleato MoDem potrebbe conquistare fra 395 e 425 seggi (su 577) all’Assemblea nazionale. L’onda lunga del dandy della finanza, del bardo dell’uberizzazione, del bellimbusto dei signori della Borsa continua.

Fillon è esploso in volo, spianando la strada, insieme a un Partito Socialista ormai alla frutta, al social-liberismo di Macron. Al secondo turno delle presidenziali, la strategia dell’uomo nero, elaborata da Mitterrand negli anni '80, ha funzionato. Davanti alla bestia immonda, chiunque diventa un eroe nazionale.

Macron è diventato il «difensore della democrazia». Facendo leva sulla paura ispirata dal Front National, ha ottenuto i due terzi dei voti. Le anime buone della sinistra da salotto non avranno brandito inutilmente lo spauracchio lepenista, spiegando che Madame Le Pen rischiava di essere eletta, che lo spettro del ’33 non era lontano e che gli astensionisti erano degli irresponsabili. Un’operazione di marketing ben congegnata e meglio finanziata ha trasformato un’elezione difficile in un plebiscito, un banchiere d’affari in presidente della Repubblica.

Nel suo primo discorso, il presidente ha detto a ciascuno quello che voleva sentire. Le cose serie sono cominciate con la nomina del governo. Il primo ministro è tutto un simbolo. Il suo curriculum, pieno di andate e ritorno fra pubblico e privato, è una perla rara. E’ un lobbysta radioattivo, ex direttore della comunicazione di Areva (multinazionale francese che opera nel campo dell’energia, soprattutto nucleare, ndr), che nel 2008 ha firmato gli accordi per lo sfruttamento dell’uranio con il governo del Niger. L’uranio, venduto per quattro soldi, non apporta alcun beneficio alla popolazione del Paese africano. Inoltre, i giacimenti sono nelle zone di insediamento tuareg. Nel 2013, la Francia è intervenuta militarmente per difendere i suoi interessi. Non è un caso se il primo viaggio all’estero di Macron è stato proprio in questa regione. Il saccheggio neo-coloniale del continente africano continua, con il pretesto della lotta al «terrorismo».

L’elezione di un televangelista formato da Rothschild è un segno dei tempi. La nomina di un primo ministro creatura dell’industria nucleare, pure. Del paesaggio macroniano fanno parte la volatilità delle etichette e la proliferazione dei voltagabbana man mano che le elezioni politiche si avvicinano. Manca solo una settimana. Un ministro sotto inchiesta per corruzione e una battuta infelice sui profughi non sembrano in grado di impensierire il giovane banchiere, che opera una sintesi fra le diverse fazioni dell’oligarchia. La nuova ministra del Lavoro, ex direttrice delle Risorse umane di Dassault, ha appena assunto come capo di gabinetto l’ex vice-direttore del Medef (la Confindustria francese)!

La presidenza Hollande, che ha battuto il record dei compromessi con i mercanti d’armi, le monarchie corrotte, i «ribelli moderati» e i neocon di Washington, rinasce con Macron. «Make french bourgeoisie great again!» Ricapitolando: la destra resiste, i fascisti si sgonfiano, la sinistra, divisa fra France insoumise, trotskisti e PCF, resta al palo e En marche piglia tutto, o quasi...

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