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lunedì 12 giugno 2017

Francia, una democrazia difficile

L’esultanza della gran parte dei media per il successo “europeista” e antipopulista di Macron e del suo partito “En Marche” nasconde il dato di una grande difficoltà della democrazia francese verso la quale, nell’occasione del primo turno delle elezioni legislative dell’11 Giugno è stata espressa una forte “mozione di sfiducia” da parte dell’elettorato.

Questo testo è stato redatto quando sono stati resi noti i dati ufficiali (sito del Ministero dell’Interno francese) del 98% delle sezioni scrutinate: li si può quindi considerare come definitivi.

Tra l’altro il sito del Ministero francese conserva la buona abitudine di fornire i dati percentuali sia in relazione al totale dei voti validi, sia in relazione al totale degli aventi diritto iscritti nelle liste elettorali.

A questo punto (98% delle sezioni scrutinate) gli aventi diritto assommano a 46.648.534; di questi si sono recati alle urne una minoranza, soltanto 22.674.461 tra i quali hanno deposto una scheda valida nell’urna 22.165.567.

La maggioranza dei francesi aventi diritto al voto quindi non si è espressa: 22.674.641 cittadine e cittadini dell’esagono sono rimasti a casa, 348.579 hanno deposto nell’urna scheda bianca, 160.495 l’hanno annullata.

“La République en marche”, il partito di Macron, otterrà al secondo turno la maggioranza assoluta dei seggi all’Assemblea Nazionale (un altro segnale di debolezza del sistema scalato in pochi mesi da una formazione priva di collocazione politica definita) avendo ottenuto poco più di 6 milioni di voti, rappresentativi del 28,20% dei voti validi e soltanto del 13,40% del totale degli aventi diritto.

Al secondo posto gli ex-gollisti di “Les Republicans” con circa 3 milioni e mezzo di voti pari al 15,73% dei voti validi e del 7,48% del totale degli aventi diritto.

Il Front National (confermando un evidente declino già avviato nell’occasione del ballottaggio delle presidenziali) ha assommato più o meno 3 milioni di voti pari al 13,37% dei voti validi e il 6,35% del totale degli iscritti nelle liste.

“Le France insoumise”, formazione che alle presidenziali aveva sostenuto la candidatura di Melénchon ha ottenuto circa 2 milioni e mezzo di voti (5,20%, 10,95%). A sostegno della candidatura della sinistra, alle presidenziali, c’era anche il PCF fermatosi alle legislative a poco più di 600.000 voti (1,29%, 2,72%).

Infine il Partito Socialista che nel 2012 aveva ottenuto 7.600.000 voti circa si è fermato a 1.650.000 circa (3,51%, 7,39%).

In sostanza, su poco più di 22 milioni di voti validi, i primi cinque partiti ne hanno raccolti poco più di 15 milioni, pari al 75% dei voti validi, ma corrispondenti a soltanto il 38% circa dell’intero corpo elettorale.

Si tratta di dati che dovrebbero far riflettere su una debolezza sistemica strutturale, segno di una indifferenza diffusa, di un distacco pericoloso del corpo elettorale nei confronti della politica.

Nella situazione francese pare proprio aprirsi una fase di “democrazia difficile”; un caso non isolato in Europa che si accompagna con la crisi verticale delle formazioni tradizionali, sia di ispirazione liberaldemocratica (non si può considerare un successo quello di Macron alle legislative: avrà la maggioranza assoluta dell’Assemblea in un quadro di netta minoranza rispetto all’intero corpo elettorale), sia socialdemocratica, sia di destra classicamente “autoritaria” come nel caso specifico francese degli eredi del gollismo.

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