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giovedì 1 giugno 2017

Il nuovo orizzonte tedesco, tra necessità produttive e indipendenza militare

Le recenti parole di Angela Merkel sulla presunta fine della relazione speciale tra Stati Uniti e Unione europea non devono essere esagerate nella loro importanza, ma neanche sottovalutate. A differenza dell’Italia o della Ue genericamente intesa, la Germania ha una sua strategia di medio periodo. Una visione – proprio perché strategica – capace di tenere insieme l’aspetto economico con quello politico e militare. Delle due frasi riportate su ogni giornale, tutti si sono concentrati sulla prima («I tempi in cui potevamo contare pienamente su altri sono in una certa misura finiti», riferendosi agli Usa), mentre è la seconda parte ad essere rilevante: «Noi europei dobbiamo veramente prendere il nostro destino nelle nostre mani». Due fatti contribuiscono a chiarire il senso complessivo di queste parole. Il primo, economico. Su L’Economia, inserto economico del Corriere della Sera, Giuseppe Bono – ad di Fincantieri – svela la necessità produttiva che soggiace al progetto di costruzione europeista: «Abbiamo fatto quello che si dovrebbe mettere in atto in tanti altri settori [Fincantieri ha appena acquisito il controllo, salvo ritorsioni dell’ultima ora, dei cantieri navali di Saint-Nazaire in Francia, divenendo il più importante gruppo cantieristico navale d’Europa]. Per reggere l’urto della competizione con americani e asiatici dobbiamo consolidare, non c’è altra strada. E’ possibile, ad esempio, che in Europa ci siano in attività 68 compagnie telefoniche mentre gli Usa e la Cina ne hanno tre ciascuno? […] Le navi di cui parliamo costano un miliardo e ad esercitare il massimo potere negoziale sono gli armatori, non chi le realizza materialmente. E allora dico che, saltato il trattato di libero scambio con gli Usa, dobbiamo darci una strategia alternativa. Servono campioni europei. […] E del resto nell’auto con Opel-Peugeot non è successo proprio questo?».

In corsivo abbiamo evidenziato i passaggi decisivi del discorso. Dall’interno della borghesia transnazionale europea ci si accorge di un fatto: mentre negli Usa e in Cina la concentrazione dei capitali ha raggiunto il livello di saturazione (almeno in alcuni settori determinanti), in Europa i capitali sono ancora relativamente dispersi. Detto altrimenti, fino a quando anche in Europa – quantomeno nell’Eurozona – non ci saranno tre sole compagnie telefoniche in vece delle attuali 68, il processo di concentrazione avrà la meglio sulle resistenze ad esso. In Europa c’è uno spazio capitalistico che altrove non c’è, o perché non ancora disponibile, o perché giunto al livello massimo di saturazione. Il discorso ovviamente vale per tutto il resto del panorama produttivo: impossibile, altro esempio, un mercato unico dove sono presenti come adesso decine di case automobilistiche diverse. Anche nel caso delle auto, la concentrazione non è solo un dato ormai manifesto, ma sarà sempre di più la tendenza del futuro: ve li immaginate gli Usa con venti o trenta produttori automobilistici diversi e concorrenti? Il più forte, inevitabilmente, fagociterebbe il più piccolo. Cosa che è avvenuta in America e che sta avvenendo in Europa, come rammenta Bono: «nell’auto con Opel-Peugeot non è successo proprio questo?».

In alcune circostanze la concentrazione massima è stata raggiunta o sta per raggiungersi (pensiamo ai settori della logistica e della distribuzione – Auchan o Carrefour, per dire; o alle reti autostradali, con la recente proposta di acquisto di Atlantia (Benetton) nei confronti di Abertis (la società gestrice spagnola) da cui nascerebbe il leader mondiale del settore). In altre c’è ancora molto spazio disponibile (l’automotive, i trasporti, i media, le banche, eccetera). Quello spazio delinea la necessità dei capitali privati di unificare il mercato europeo, perché nella competizione globale le “68 compagnie telefoniche” non potranno mai reggere le economie di scala e la valorizzazione capitalistica delle tre compagnie continentali americane o asiatiche. Il capitalismo europeo credeva di governare questa fase con il trattato di libero scambio con gli Usa, il Ttip, aprendo le porte del mercato statunitense alle aziende continentali. Fallito il quale, come ricorda Bono, «dobbiamo darci una strategia alternativa: servono dei campioni europei». E’ da questo punto di vista che vanno interpretate le parole di Angela Merkel, che potrà starci antipatica ma che esprime coscientemente il punto di vista della grande borghesia tedesca: «dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani». Tradotto, dobbiamo costruire un capitalismo continentale in grado di reggere la competizione globale, dobbiamo cioè concentrare le risorse economico-finanziarie, consolidare i settori industriali, spezzando l’atomizzazione produttiva.

Questa necessità non ha possibilità di realizzazione fintanto che permarrà la dipendenza militare dell’Unione europea nei confronti degli Usa. Il destino da prendere nelle nostre mani passa anche dalla ritrovata autonomia militare. Questo in Germania lo hanno chiaro da tempo, ed è il secondo fatto che chiarisce il significato delle parole della presidente tedesca. Da circa un anno Germania e Olanda hanno messo in comune gli eserciti. Che, tradotto, significa che la Germania ha inglobato l’esercito (parte di esso almeno) olandese. E’ un fatto a suo modo epocale, perché se l’esercito nazionale rappresenta, volente o nolente, uno degli emblemi della sovranità statuale, la cessione di questo strumento ad un altro Stato descrive la dispersione di sovranità presente oggi nel contesto europeo. Il programma però è andato avanti. Tre mesi fa anche gli eserciti di Romania e Repubblica Ceca sono stati integrati nell’esercito tedesco. Al punto che oggi, senza alcun clamore mediatico né dibattito pubblico, senza neanche quel rispetto per la storia che pure dovrebbe manifestarsi quando si parla di riarmo tedesco, la Germania di fatto governa gli eserciti di quattro paesi. Ma nonostante il dato, più simbolico che davvero incisivo, ma comunque dirompente, di un esercito europeo in via di costituzione “informale”, rimane il fatto che senza l’atomica nessun esercito europeo verrebbe preso sul serio o puntare a quell’autonomia dagli Usa e dalla Nato che vagheggiano alcuni politici e imprenditori europei. L’atomica nella Ue ce l’ha la Francia, ed è questo fatto a svelare il senso ulteriore delle parole della Merkel: «dobbiamo veramente prendere il nostro destino nelle nostre mani». Ossia: la necessità produttiva che sta alla base della costruzione europeista deve dotarsi dell’arma atomica, la Francia deve integrarsi nell’esercito europeo in via di formazione mettendo a disposizione le sue capacità nucleari.

Senza deterrente atomico ogni progetto di reale indipendenza europea va scontrandosi con i rapporti materiali che la vedrebbero subalterna alle strategie di Usa, Cina e Russia. La politica tedesca mira esattamente a dotare la Ue di questa concreta autonomia, che è una necessità economica fondata sulla sovranità militare. Una traiettoria, questa, che implica tempi lunghi, ovviamente. Ma è proprio questo che differenzia l’attuale politica tedesca dal resto del continente: ha una strategia di lungo respiro e metterà in campo tutta la sua forza economica per attuarla.

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