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giovedì 15 giugno 2017

Il “rimbalzo” degli immatricolati: dove va l’università italiana?

Dopo un decennio di calo costante di iscrizioni, le immatricolazioni all’università negli ultimi due anni sono tornate a crescere. Nell’ultimo anno accademico 2016/2017, si sono immatricolati in poco più di 283.000, un aumento di 12.000 unità rispetto all’anno precedente, che già aveva fatto comunque segnare una crescita rispetto al 2014-15. Tutto bene quindi? Insomma. In economia lo chiamerebbero “rimbalzo”, termine che sta ad indicare quando il prezzo delle azioni torna a crescere dopo un tonfo in borsa. E di un vero e proprio tonfo si può parlare anche nel caso delle iscrizioni all’università in Italia nell’ultimo decennio. Nel nostro manifesto citavamo alcuni dati prodotti in un rapporto della fondazione RES: “Rispetto al momento di massima dimensione (databile, a seconda delle variabili considerate, fra il 2004 e il 2008), al 2014-15 gli immatricolati si riducono di oltre 66 mila, passando da circa 326 mila a meno di 260 (-20%); i docenti da poco meno di 63 mila a meno di 52 mila (-17%); il personale tecnico amministrativo da 72 mila a 59 mila (-18%); i corsi di studio scendono da 5634 a 4628 (-18%)”.

Come si può notare, gli immatricolati di quest’anno appaiono ancora ben lontani dal massimo raggiunto prima dell’inizio della crisi. E non potrebbe essere altrimenti, viste le dosi draconiane di austerità a cui è stata sottoposta l’università italiana, che ha comportato fra le altre cose la riduzione dei fondi per il diritto allo studio e l’aumento delle tasse universitarie.

Il trionfante articolo di Repubblica a commento dei dati parla, non senza una dose di involontaria ironia, di “atenei che hanno messo a posto i conti”. In pratica sono stati applicati tagli dei fondi di finanziamento ordinario all’università fino al 22.5 per cento in termini reali. Il risultato è che ad oggi, secondo i dati Eurostat, l’Italia è il penultimo paese in UE per numero di laureati nella fascia 30-34 anni. L’articolo nota anche la crescita degli immatricolati negli atenei del Sud, in controtendenza rispetto alle ultime stagioni. Ma anche in questo caso andrebbe considerato l’enorme calo che si è registrato in precedenza: se per quanto riguarda l’intero territorio gli immatricolati dal 2003/2004 al 2014/2015 erano diminuiti del 20.4 per cento, il calo era stato ben più profondo nel centro-sud. Sempre i dati della fondazione RES ci dicono che è stato “particolarmente intenso nelle Isole (-30,2%), nel Sud continentale (-25,5%) e nel Centro (-23,7%, specie nel Lazio); più contenuto al Nord (-11%)”. Una parte dei risultati inoltre potrebbe essere “distorta” dal ricorso sempre più frequente al numero chiuso negli atenei di “eccellenza”, come il Politecnico di Torino.

Ci si potrebbe poi domandare che cosa aspetti i nuovi immatricolati una volta finita l’università. Le prospettive le indica con disarmante chiarezza un altro articolo uscito sempre su Repubblica: 8 laureati su 10 accettano un tirocinio gratuito pur di iniziare a lavorare. Accenture, la società autrice dello studio citato da Repubblica, definisce questa attitudine dei laureandi “flessibilità”. A noi, a cui piace chiamare le cose col loro nome, sembra assai più accurato parlare di sfruttamento. Il tema del lavoro gratuito è d’altronde emerso con chiarezza durante la crisi, per poi essere istituzionalizzato con l’alternanza scuola lavoro. Oppure rimane sempre la possibilità di andare a rimpolpare le fila di chi decide di emigrare, alimentando quel “furto di cervelli” che denunciamo da tempo.

Sempre dall’indagine di Accenture, emerge che “tre (intervistati) su quattro concordano che la loro formazione durante gli studi è stata utile per prepararli al mercato del lavoro”. Pensiamo che questo nuovo dato vada inserito all’interno di un ragionamento più ampio sui cambiamenti strutturali che sta attraversando l’università italiana. Già nel nostro manifesto osservavamo come, a causa di un meccanismo di distribuzione di finanziamenti pubblici assolutamente squilibrato, si stava andando a creare una divisione fra atenei di serie a e atenei di serie b. Contestualmente, cresce la spinta per l’ingresso dei privati e per la promozione all’auto-imprenditorialità.

In un primo tentativo di analisi del nuovo volto dell’università, abbiamo analizzato Alma Mater di Bologna come esempio di un tentativo di configurare un polo di eccellenza in questo nuovo contesto. Sullo sfondo c’è l’idea dell’Università “all’americana” caldeggiata da Renzi e i suoi: da una parte università semi-private di ottima qualità per una ridotta élite e dall’altra un’università pubblica di scarsa qualità per tutti gli altri. Se non altro, questi nuovi dati dovrebbero spingere a continuare in tutti i principali atenei d’Italia una fase di studio ed elaborazione.

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