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giovedì 29 giugno 2017

Insegnare tra passione e burocrazia. Intervista ad Alessandro Barbero


Riportiamo di seguito un’intervista al Prof. Alessandro Barbero, storico e docente universitario, realizzata da PiacenzaSera.it. Sebbene docente in ambito universitario, Barbero riesce a cogliere, in maniera sintetica e semplice, le conseguenze a carico degli insegnanti delle ultime riforme nella scuola, fino all’ultima denominata sarcasticamente “Buona Scuola”. Riforme che hanno portato, tra l’altro, ad un aumento del potere dei dirigenti scolastici, all’introduzione della cosiddetta “meritocrazia”, all’aumento delle burocrazie, anche a causa della pesante riduzione del personale amministrativo e dei collaboratori scolastici. Una disamina quella di Barbero diametralmente opposta a quella dell’ex-ministro Berlinguer, uno dei primi responsabili dell’attacco alla scuola pubblica pensato nell’ambito dell’Unione Europea, che ha attribuito la responsabilità dello stato attuale nella scuola allo statalismo comunista!

*da PiacenzaSera.it

Alessandro Barbero, storico e scrittore italiano, specializzato in storia militare e storia del Medioevo è docente ordinario presso l’Università del Piemonte Orientale.

Autorevole medievalista, è noto al grande pubblico per essere autore di saggi divulgativi sulla storia medievale e su temi come le invasioni barbariche nell’Impero romano, la tarda antichità e la battaglia di Waterloo e per gli assidui interventi nelle trasmissioni televisive Superquark e Il tempo e la storia.

Abbiamo avuto la fortuna di conoscere di persona il professore al Festival della Mente di Sarzana, dove viene invitato ogni anno a tenere conferenze. Si è rivelato essere, anche dal vivo, un insegnante brillante ed una persona dotata di umanità e grande valore. Il professor Barbero ha accettato con molta disponibilità di rispondere alle nostre domande via mail.


Lei è molto apprezzato dagli studenti e dal pubblico che segue le sue conferenze per la sua capacità divulgativa, che cosa vuol dire per lei insegnare?

Per me personalmente è una parte importante ma secondaria del mio lavoro, perché chi insegna all’università ha come compito principale fare ricerca, su quella base è valutato e fa carriera. Insegnare a scuola invece significa dedicare tutto il proprio tempo lavorativo all’insegnamento, e credo che sia uno dei lavori più faticosi e usuranti che esistano, come dimostrano del resto le ricerche sul burn-out degli insegnanti. E’ anche uno dei lavori più belli e gratificanti che esistano, quando si ha passione, e quando c’è un adeguato riconoscimento sociale, senza il quale la passione non basta per evitare la frustrazione.

Molti, dopo aver ultimato il proprio percorso di studi, non riuscendo a soddisfare le proprie ambizioni professionali o per altre ragioni, valutano la possibilità di dedicarsi all’insegnamento come una sorta di ripiego, lei cosa ne pensa? Cosa pensa invece di chi, diventato insegnante per vocazione, ha perso entusiasmo durante la propria carriera professionale?

Non capisco cosa significhi ripiego. Per vivere bisogna lavorare e l’insegnamento è un lavoro di massa, accessibile a chi ha raggiunto un certo livello di istruzione, e preferibile a fare l’operaio o la commessa. E’ ridicolo pretendere che un mestiere praticato in Italia da un milione di persone, e malissimo pagato, sia riservato a chi ha una spiccata inclinazione. Detto questo, ci sono anche molti insegnanti che hanno inclinazione, anzi passione, per questo lavoro, e il fatto che spesso perdano entusiasmo nel corso della loro carriera è in parte un risultato della natura umana, per cui l’entusiasmo giovanile si va perdendo col tempo; in parte un risultato del nostro sistema attuale, che fa di tutto per scoraggiare gli insegnanti bravi (specialmente quelli, noti bene) e far loro perdere entusiasmo.

In Italia gli insegnanti vengono retribuiti allo stesso modo, indipendentemente dal merito, secondo lei è corretto?

Certo che è corretto. Magari non sarà giusto in base a un’etica astratta, ma è certamente opportuno e garantisce una scuola più efficiente. Retribuire diversamente i docenti in base al merito comporta infatti che bisogna decidere come valutare il merito e chi lo valuta, e questo è una grossa complicazione nella vita della scuola; se la valutazione è attribuita ai dirigenti scolastici, costituisce una grave responsabilità, di cui i presidi migliori saranno scontenti, perché non ameranno dover fare discriminazioni, mentre i presidi peggiori saranno contentissimi di poter premiare i loro amici (e in un paese come l’Italia questo succederà spessissimo). Gli insegnanti migliori in genere vorrebbero essere pagati bene, ma non vorrebbero essere pagati meglio dei loro colleghi, perché spesso hanno ideali egualitari, e sanno cosa significa introdurre in una comunità disuguaglianze e privilegi; gli insegnanti peggiori, che diversamente da quelli bravi hanno molto tempo libero, cominceranno a studiare il modo per rientrare fra i premiati, che non sarà di diventare più bravi, ma di scoprire qualche via traversa, ammanicarsi il preside, accettare incarichi aggiuntivi e vuoti, inventarsi progetti inutili; così gli insegnanti migliori, anche se premiati con un aumento di stipendio, saranno comunque amareggiati, ma di fatto senza alcun dubbio in moltissimi casi a essere premiati saranno insegnanti mediocri o pessimi. Si sarà messa in piedi una macchina complessa, che farà perdere molto tempo e fatica a tutti, creerà dissapori, invidie e gelosie, infastidirà i migliori e incentiverà i peggiori. A me pare che sia molto, ma molto meglio continuare a pagare tutti gli insegnanti allo stesso modo.

Per uno studente è più opportuno affidarsi ai consigli di chi, grazie alla propria passione ed al proprio impegno, ha raggiunto i propri obiettivi o dovrebbe ascoltare anche chi non sentendosi realizzato si è abbandonato alla frustrazione?

La risposta è ovvia! Però a quello studente direi che chiedersi come mai fra i suoi insegnanti c’è chi si è abbandonato alla frustrazione sarebbe una grandissima occasione per imparare qualcosa.

Noi riteniamo che i prof del liceo siano di importanza fondamentale per il futuro dello studente, lei cosa ne pensa? C’è un insegnante che è stato particolarmente importante per il suo percorso e che ringrazierebbe?

Sono d’accordo, gli insegnanti del liceo sono decisivi! Io al liceo Cavour di Torino ho avuto una grandissima insegnante di storia e filosofia, la professoressa Petz (che del resto mi capita d’incontrare ancora oggi, quarant’anni dopo l’esame di maturità), ed ecco il risultato...

Ha qualche consiglio da dare a chi aspira a diventare insegnante?

Studiare bene i meccanismi di reclutamento in vigore e tenersi aggiornati sui loro cambiamenti futuri. Il reclutamento degli insegnanti tramite concorso è il vero perno del sistema, è il concorso che deve garantire che la maggior parte degli insegnanti (tutti è impossibile) siano persone di valore; e naturalmente è proprio sui concorsi che la classe politica si è accanita negli ultimi decenni, lasciandoli in sospeso per anni, inventando modi nuovi e cervellotici di assunzione, oppure non assumendo proprio e riempiendo la scuola di precari che vivono in condizioni estremamente frustranti. Chi aspira a diventare insegnante deve sapere che nell’Italia di oggi riuscirci è un percorso a ostacoli, e deve pianificare molto attentamente il suo percorso universitario, sapendo inoltre che le regole possono cambiare senza preavviso e in modo totalmente irrazionale. Dopodiché, se uno ha la passione ne vale la pena comunque, perché quando l’insegnante è in aula, con una classe di ragazzi che lo apprezzano, lontano da riunioni, burocrazia, perdite di tempo, solitarie e non pagate correzioni di compiti, lezioni private per arrotondare uno stipendio troppo basso, be’, in quelle ore insegnare è davvero il lavoro più bello del mondo.

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