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mercoledì 14 giugno 2017

L’inutile frustrazione della sinistra elettorale

Il partito grillino ha perso le elezioni comunali, momento elettorale che, favorendo la personalizzazione concentrata sul “candidato sindaco”, si presenta oggettivamente faticoso per un soggetto politico che fa del voto d’opinione il suo punto di forza. Ma il M5S paga anche sue responsabilità manifeste: non tanto (o non solo) errori legati alla campagna elettorale più o meno azzeccata o i passi falsi come a Genova. Il problema principale è che più tempo scorre, più il bluff populista perde di appeal perché “costretto” sempre più a misurarsi col potere. Da movimento anti-sistema (almeno così percepito dalla popolazione elettorale) a partito di governo: una traiettoria che lascia dietro di sé molte delle capacità elettorali pentastellate. Detto questo, oltre all’astensionismo strutturale, l’altro dato importante espresso dalle elezioni comunali è la rimonta delle forze di “centrodestra”. La parziale disillusione verso i Cinque stelle non apre alcun margine di recupero per le sinistre, anzi, quei voti in libera uscita grillina sembrano tornare all’ovile forzaleghista. Questo dato, se confermato, certificherebbe due cose: la prima, il M5S non costituisce alcuna diga a una protesa più consapevole di quei settori popolari che lo hanno votato o lo voteranno; la seconda, che l’indebolimento del M5S favorisce le forze di “centrodestra”, o in ogni caso i partiti di sistema.

Queste due indicazioni smontano la favola secondo cui esisterebbe una sinistra pronta a raccogliere i cocci delle contraddizioni populiste: questa sinistra (al momento) non esiste, facciamocene una ragione. Ma c’è un dato ancora più importante. La contraddittoria protesta elettorale di questi anni in assenza di M5S va incontro alla completa pacificazione, tornando a votare i partiti tradizionali, o rassegnandosi all’astensionismo. L’astensionismo è infatti il sintomo di una malattia, non la sua cura, e quello di oggi si presenta come rassegnazione più che presa di coscienza (una presa di coscienza che non c’è, altrimenti all’aumento dell’astensione corrisponderebbe un aumento della mobilitazione “fuori” dai canali della partecipazione formale, cosa che non sta avvenendo e non per colpa del “populismo”).

E’ per questa e altre ragioni che la sinistra dovrebbe cogliere i significati del voto piuttosto che sbeffeggiare i fallimenti altrui scambiandoli per “vittorie” (non si sa bene di chi). Non capendo che se le sconfitte del M5S si traducono direttamente in rafforzamento del sistema, almeno quello politico ufficiale, siamo di fronte a un problema non da poco, e da cui non sarà facile uscirne. E’ ovvio che anche il M5S è un partito in corso di normalizzazione politica, ma è altrettanto evidente che al suo interno è attraversato da contraddizioni feconde tra la sua anima popolare e quella piccolo-proprietaria. Queste contraddizioni probabilmente si chiuderanno nel futuro più o meno prossimo. Rimane il fatto che il cosiddetto populismo (almeno quello grillino) non solo non argina alcuna soluzione progressiva del quadro politico, ma molte volte la promuove (anche inconsapevolmente, ed è proprio questa incoscienza a generare le sue contraddizioni politiche). Ma tutto questo appartiene al già detto, almeno da queste parti. Quello che invece continua (colpevolmente) a stupirci è l’inutilità di questa sinistra che gongola sulle disfatte elettorali altrui non accorgendosi che corrispondono ad un’ulteriore pacificazione politica generale. Purtroppo è con questa data situazione che dobbiamo fare i conti.

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