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giovedì 22 giugno 2017

L’Ucraina “libera e europea” del premio Nobel Svetlana Aleksievič

Quando due anni fa il Nobel per la letteratura andò alla bielorussa Svetlana Aleksievič, tra le decine di commenti apparsi sul sito web di Komsomolskaja pravda, c’era chi lo aveva associato al Nobel per la pace dato a Barack Obama e poi ci si domandava: “A chi danno il premio? Solo a chi sputa sulla Russia”; a lei “che è sempre stata la stella di Radio Svoboda”; e “Tutti sanno che è stata proprio la CIA a decretare il Nobel per la letteratura a Pastenak, Brodskij e Solženitsin” e così via.

Svetlana si era subito distinta, nel 2015, per le proprie considerazioni sul conflitto in Ucraina, visto come “occupazione” russa, diretta conseguenza del fatto che “l’individuo russo, che negli ultimi 200 anni ha combattuto per quasi 150 anni” e “per 70 anni è stato ingannato e poi ancora per 20 anni derubato”, ha dato vita a soggetti “molto aggressivi e pericolosi per la pace”.

A distanza di due anni, Svetlana si è ripetuta nei giorni scorsi, in un’intervista all’agenzia Regnum. “La società ha perso i punti di riferimento. E dato che noi siamo il paese delle guerre e delle rivoluzioni e, soprattutto, abbiamo la cultura della guerra e della rivoluzione, dopo eventuali fallimenti storici, come la perestrojka” torniamo “a quello che conosciamo: alla condizione bellica, militarista. Questa è la nostra condizione normale”. E dato che il sangue che scorre nelle vene di Svetlana è bielorusso per parte di padre e ucraino da parte materna, ecco che “nemmeno nell’incubo più terribile avremmo potuto immaginare che i russi avrebbero sparato sugli ucraini”. Qualcuno dovrebbe dire a Svetlana che, invece, parecchie decine di migliaia di civili del Donbass non si sono più risvegliati dall’incubo, disgraziatamente vero, dei mortai pesanti, dei razzi e delle artiglierie ucraine, che da tre anni sparano per davvero sulla popolazione russofona del Donbass.

E se qualcuno – nel caso specifico, l’intervistatore Sergej Gurkin – le fa notare che, in origine, c’è stato un colpo di stato a Kiev, lei se la cava con un “No, non è stato un golpe. Questa è una sciocchezza. Lei guarda troppo la televisione. Non si è trattato di un colpo di stato. Come lavora bene la televisione russa! I democratici avrebbero dovuto utilizzare altrettanto bene la televisione. Non è stato un colpo di stato. Lei non ha idea di quanta povertà ci fosse... quanto depredassero. La gente voleva un cambiamento di governo. Io sono stata in Ucraina e la gente semplice mi ha raccontato... avevano due nemici: Putin e l’oligarchia, la cultura della corruzione”.

E’ così che al potere sono arrivati i “democratici”: Porošenko e la sua cerchia, che “non sono fascisti. Vogliono solo separarsi dalla Russia ed entrare in Europa”. E’ dunque naturale che ora “abbattano i monumenti comunisti, che anche noi dovremmo abbattere e mettono al bando i programmi televisivi russi”. E Svetlana è così convinta della democraticità della junta ucraina, che “non crede” che ora a Kiev ci sia molto meno libertà di parola e alla domanda se sa chi fosse Oles Buzina, il giornalista e conduttore televisivo freddato nell’aprile 2015, Svetlana sentenzia che “ciò che diceva aveva provocato esasperazione”. Dunque, le chiede Gurkin, “persone come lui vanno ammazzate?”: la risposta è tutta da Nobel, ma per la pace “Non dico questo. Però comprendo i motivi di coloro che l’hanno fatto”.

Insomma, per farla breve, Svetlana, pur ammettendo di non esserci mai stata, sa che “la Russia è entrata nel Donbass”; lo sa perché “anche io guardo la tv e leggo le cose di coloro che ne scrivono. Persone oneste. Quando la Russia è andata là, volevate che vi accogliessero coi mazzi di fiori?”. E, d’altronde, anche nella Russia degli anni ’90, il problema fu che il processo era condotto da “persone non libere: erano gli stessi comunisti, solo con un altro segno”. E chi sarebbero le persone che Svetlana giudica libere? “Diciamo, gente con un punto di vista europeo. Più umanitari”, come coloro che vivono nei “Paesi liberi, quali Svezia, Francia, Germania. Anche l’Ucraina vuol essere libera, a differenza di Russia e Bielorussia”. E dopo molte omelie a proposito di democrazia e libertà occidentali, Gurkin chiede a Svetlana perché ritenga che a Kiev si abbia il diritto di protestare, mentre non possano farlo, nel Donbass, coloro che non giudicano Stepan Bandera un eroe. Ne risulta che i russi del Donbass non ne abbiano il diritto, perché “là ci sono i tank russi, le armi russe, i mercenari russi. Voi siete penetrati in un paese straniero; là ci sono mezzi militari russi; tutti sanno chi abbia abbattuto il Boeing” malese...

Il commento di Komsomolskaja Pravda è che molte persone comuni di “Odessa e di Kharkov, che nel 2014 manifestavano contro majdan, potrebbero rispondere con solidi argomenti alle parole di Svetlana. Peccato che “gli uni siano morti bruciati nella Casa dei Sindacati e gli altri siano ancora in galera per il loro dissenso. Altri ancora sono semplicemente impauriti e purtroppo diventano sempre meno coloro coloro che hanno il coraggio di parlare contro Kiev”. Solidi argomenti potrebbero contrapporre a Svetlana anche i quasi 200 bambini e le decine di migliaia di civili morti in DNR e LNR sotto le artiglierie ucraine. A majdan, dice Svetlana, c’è stata una “rivoluzione della dignità”, mentre non riconosce alcun diritto di autodeterminazione alla Crimea; non c’è libertà in Bielorussia e in Russia, mentre c’è una grande nazione europea, l’Ucraina. Così grande, si può aggiungere, che deve ancora prendere le bacchettate sulle mani dagli agenti del FMI, per accelerare le “riforme europeiste”: innalzamento dell’età pensionabile e “privatizzazione e sviluppo del mercato fondiario”, con l’eliminazione della moratoria sulla privatizzazione dei terreni agricoli, come preteso dalle varie Cargill, Monsanto, Dupont, AgroGeneration, che già prima del golpe del febbraio 2014 avevano puntato i propri appetiti sulle fertili terre nere dell’Ucraina occidentale e meridionale.

Questa è l’attuale “condizione normale” della “Ucraina che vuol essere libera” secondo il modello Nobel.

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